“ISLAM IN LOVE”, LA SFIDA DELL’AMORE PROIBITO

DI CORRADO GIUSTINIANI

 

Rania, può mai accadere che una diciottenne musulmana, per giunta col velo in testa, si innamori con passione e senza freni inibitori di un ragazzo xenofobo e razzista, con tanto di svastica tatuata sotto l’ascella e aquila nera sul collo?
Vola la risposta di Rania Ibrahim, quarantunenne di origini egiziana, in Italia da quando era una bimba di due, anche lei fedele di Allah e fresca autrice del romanzo “Islam in Love” (editore Jouvence, pag 406, euro 19,90): “Certo che può capitare, se riusciamo a spogliarci dei nostri simboli. In amore non si sceglie. Io, ad esempio, ho un’amica araba che si sta per sposare con un tale che milita nella Lega Nord. Mi intrigava, comunque, l’idea di raccontare una storia controcorrente”.

Nel suo romanzo d’esordio, ritmato in forma di diario e ambientato in Inghilterra, a Dover, la Ibrahim, giornalista con laurea in Scienze Politiche, mette al centro Laila, una giovane educata secondo rigide norme islamiche, che incontra Mark, compagno di scuola e rampollo di una ricca famiglia inglese con simpatie per l’estrema destra. La corte ossessiva del ragazzo la sconvolge. Dal batticuore, emozione mai provata prima per un uomo, all’intero corpo che freme, con Mark che sapientemente la guida lungo i sentieri del sesso, conducendola ripetutamente al paradiso dell’orgasmo. Tutto questo è haram, peccato. Haram non arrivare vergini al matrimonio, haram avere rapporti con un uomo di altra religione.

All’inizio del romanzo è riportato il versetto del Corano che recita: “E dì alle credenti di abbassare i loro sguardi e custodire la propria castità e non mostrare l’ornamento loro, se non ciò che appare di esso. E facciamo cadere i loro veli sui propri petti…”. Che cosa si intende per “ornamento”?
“Le curve del corpo, quelle del seno, quelle del sedere. Tutto il dibattito sul velo nasce da questo versetto XXIV: 31, e da come è stato interpretato. Per me significa soltanto che le donne debbono indossare abiti decenti e modesti, non c’è scritto che debbano coprire persino le caviglie…”

Un vero incubo, per Laila dodicenne, anche lei di origine egiziana, sono le prime mestruazioni. Quel sangue sconosciuto la impressiona e la isola. Nessuno che la capisca. Men che meno la madre che, quando lo viene a sapere, disegna un palloncino rosso in cucina, esponendola al ludibrio familiare.
“Purtroppo non si parla di sesso nella gran parte delle famiglie musulmane. C’è tanta ignoranza e le ragazze sono le prime a pagarne le conseguenze. Proprio così: Laila non viene in alcun modo aiutata da sua madre, la cui unica preoccupazione è la conservazione della tradizione, il non fare brutta figura con le altre famiglie islamiche. Poco dopo le prime mestruazioni, la ragazza decide di indossare il velo, usandolo come una barriera che ti protegge dal mondo”.

C’è poi il dovere della verginità: arrivare illibate al matrimonio, altrimenti non si viene sposate. E nel libro si raccontano vari trucchi per fingersi vergine: sono davvero così diffusi?
“Sì, lo sono. Rimanere vergini è questione di vita o di morte. Gli espedienti tramandati dalla tradizione popolare li racconta Naghia, una cugina più grande e smaliziata di Laila. Le confida come si possa simulare l’emorragia della deflorazione inserendo nella vagina un cotone imbevuto di polvere di bile di bue, o di sangue di piccione, o uno spicchio d’aglio sbucciato e punzecchiato, che pare provochi sangue. A Hong Kong si vendono kit da 30 dollari, reperibili anche online, che simulano il sangue della prima notte di nozze. Le donne delle classi più abbienti ricorrono alla chirurgia plastica per ricostruire l’imene”.

Laila sente parlare anche di infibulazione. Ma è questa una pratica strettamente legata alla religione islamica?
“No, non lo è. Risale agli egizi, si chiama infatti infibulazione faraonica, ed è praticata anche dalla comunità copta in Egitto. In questo paese, nonostante sia stata dichiarata illegale, è praticata da una percentuale allarmante: si dice che circa il 75% delle bambine l’abbia subita. In Italia quasi tutte le donne che arrivano sono state infibulate e capita, ahimè, che alcune di loro, durante i viaggi estivi, ripropongano la pratica alle loro figlie, magari nate in Italia. Oltre che in Egitto è presente nel Corno d’Africa (Somalia, Eritrea, Etiopia) e in alcuni Stati africani. Meno nei paesi del Maghreb”.

Il bellimbusto Mark prende in giro le 72 vergini che sarebbero promesse ai jihadisti: “Ci sarà pure un motivo per cui sono ancora vergini, forse sono delle ciospe improponibili nell’aldiquà…Potrei anche capire la compagnia di settantadue navigate, che sappiano darci dentro, ma di vergini alle prime armi, cosa potrei farmene?…E poi serve un botto di viagra, per soddisfarle tutte”.
“Laila lo ascolta, divertita e stizzita al tempo stesso. Prova a dirgli che nel Corano si parla di 72 houri, termine che alcuni hanno tradotto come grappoli di uva bianca, ma anche questa spiegazione regge poco. E si arrende, dicendo a Mark che non conosce a fondo questo aspetto della teologia. Jihad, poi, significa sforzo, non guerra sanguinosa. In ogni caso il titolo che avevo proposto per il mio romanzo era “La settantatreesima vergine”.

Sottilmente ironico. A proposito, quanto c’è di autobiografico nella storia di Laila?
“Tanto, anche se ho preferito ambientarla in Inghilterra. Laila in verità aveva doppia cittadinanza, egiziana e inglese, io quella italiana l’ho presa soltanto una quindicina di anni fa, quando ero già da tempo sposata e madre del primo dei miei quattro figli. Lei portava il velo, io no. Mi sono innamorata di un italiano e l’ho sposato. E per mia madre, all’inizio, è stata una pugnalata al cuore”.

Ma non è proibito per una donna islamica sposare un uomo di altra religione?
“Infatti, non essendo all’epoca italiana, per potermi sposare ho dovuto chiedere il nullaosta al consolato d’Egitto, che non me l’avrebbe concesso se mio marito non si fosse convertito all’Islam, cosa che ha fatto. Ecco una delle tante ragioni per le quali avrebbe grande importanza la riforma della cittadinanza per i bimbi nati in Italia o venuti qui da piccoli, con genitori già da molti anni in questo paese, e titolari di permesso permanente. Parlare di “ius soli” è fuorviante: non si tratta di dare la cittadinanza a chiunque nasca in Italia. Se poi sono italiana, non ho bisogno di nessun pezzo di carta dall’Egitto. Dobbiamo favorire l’integrazione, il più possibile”.

Il suo libro, così appassionato ma anche così spregiudicato, che riporta al centro la donna, i suoi affetti e il suo piacere, pure sessuale, sta destando scandalo nella comunità islamica?
“Non posso dare un giudizio netto. Alcune ragazze vengono a dirmi che hanno vissuto esperienze molto simili, altre donne osservano che Laila è una svergognata, e che vive nel peccato”.

Più un incontro, o più uno scontro di civiltà?
“Confesso che, se guardo al futuro, non riesco ad essere molto ottimista. Qualcosa è cambiato negli arrivi di migranti degli ultimi quindici anni. L’islam si è molto politicizzato, donne e uomini si chiudono a riccio nella loro religione. Nel mio paese d’origine, l’Egitto, micidiale è stata la propaganda dei Fratelli Musulmani. Nel paese dell’hinterland milanese, dove abito, vedo tanti, troppi veli. Mia mamma quando venne qua, alla fine degli anni ’70, indossava la gonna corta. Spero di sbagliarmi, naturalmente: Insh’allah”.

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