SAIPOV E LA GUERRA ALLA GREEN CARD

DI GIORGIO DELL’ARTI

Intorno al caso Saipov – il barbuto uzbeko di 29 anni che ha ammazzato otto persone lanciandosi con un pick-up bianco su una pista ciclabile di Manhattan – ruotano due interrogativi: è terrorismo, ma che tipo di terrorismo? Il solito lupo solitario fuori di testa o disperato per ragioni sue che segue pedissequamente le istruzioni impartite dall’Isis su internet? Oppure c’è un minimo di rete negli Stati Uniti che lo ha rifornito delle armi e del furgone e lo ha aiutato? Altra questione: Saipov è arrivato in America grazie a una green card, cioè la lotteria con cui si sorteggiano i permessi di soggiorno. È davvero il caso di abolire questo sistema, in vigore dal 1990, come vuole Trump oppure la politica dei migranti praticata dagli Stati Uniti negli ultimi 27 anni va difesa a spada tratta?

Della green card parliamo dopo. Aggiorniamo la situazione dell’uzbeko.
Saipov ha noleggiato il pick-up da Home Depot nel New Jersey un’ora prima dell’attentato. Sui sedili sono stati trovati vari coltelli, una pistola spara-chiodi e un altro revolver caricato a proiettili d’inchiostro, quelli che ti macchiano e basta. Dopo avergli sparato all’addome, la polizia lo ha portato al Bellevue Hospital. È risultato che Saipov pianificava il massacro da settimane. Interrogato, ha risposto: «Ho agito in nome dell’Isis. Ho agito seguendo le istruzioni in rete dello Stato islamico. Sono orgoglioso dell’attacco. Avrei voluto continuare a uccidere». A queste dichiarazioni, va aggiunta la frase scritta su un biglietto lasciato a bordo del pick-up. «Lo Stato islamico durerà per sempre». Sui sedili del furgone c’era anche una bandiera dell’Isis. Lasciare tracce a bordo del mezzo è tipico, qualcosa del genere era accaduto anche nel caso della strage al mercatino natalizio di Berlino.

Lo ha manovrato il califfo o il califfo non ne sapeva niente?
Per ora non ci sono rivendicazioni. Che ci sia stata una certa preparazione è evidente: Saipov è entrato a Manhattan dal George Washington Bridge sapendo cioè dove non c’erano barriere che potessero fermarlo. L’uomo è però del tutto sconosciuto alla Cia o alla Fbi. Il vice commissario Miller ha fatto sapere che sono in corso verifiche sui suoi contatti e sulla moschea dove andava il killer, già messa sotto inchiesta nel 2006. Arrivato negli Stati Uniti da Tashkent nel 2010 con questa famosa green card, Saipov ha girato parecchio e secondo il presidente Trump – che ha evidentemente informazioni non di seconda mano – «era il punto di contatto di almeno 23 persone». Cuomo, governatore dello stato di New York, ha però affermato che «l’attentatore si è radicalizzato da solo». Queste due dichiarazioni hanno origine nelle diverse posizioni assunte da Trump e dai suoi avversari (come Cuomo) sugli immigrati. Quanto al resto, Saipov adesso viveva facendo l’autista per Uber, abitava a Paterson, nel New Jersey, con moglie e due figli. Come mai aveva in tasca un documento che lo colloca a Tampa, in Florida? A questo, per ora, non c’è risposta. Quando stava nell’Ohio è stato ospitato da una Dilfuza Iskhakova, il cui marito era amico del padre del killer. Costei afferma: «Sembrava un bravo ragazzo, anche se parlava poco. Si limitava ad andare al lavoro e a tornare a casa. Lavorava in un magazzino». S’è sposato nella contea di Summit, a sud di Cleveland (Ohio) con una diciannovenne di Tashkent che si chiama Nozima Odilova. Poi lo troviamo a Fort Myers in Florida, dove faceva il camionista. E infine a Paterson, autista di Uber.

Trump ha preso la palla al balzo per fare un altro attacco ai migranti.
Sì, ha intanto detto che l’assassino di Manhattan è un animale. Basta col politically correct nel rispondere al terrorismo. «Being politically correct is fine, but not for this!». Cuomo e il sindaco di New York gli hanno risposto che queste prese di posizione sono divisive, in un momento in cui invece bisogna essere uniti. Poi c’è stata la presa di posizione contro la green card e il senatore democratico Chuck Schumer, molto liberale con i migranti. Schumer ha risposto così: «Dopo l’11 Settembre, il presidente George W. Bush unì la nazione invitando i parlamentari alla Casa Bianca e promettendo che si sarebbe lavorato insieme. Trump invece sta orribilmente approfittando della tragedia per politicizzare e dividere. Ma questo non funziona con i newyorkesi e con gli americani».

Spieghiamo la green card.
Si tratta di un soggiorno permanente, col quale si può viaggiare e lavorare in America per dieci anni. Finito il periodo, si può chiedere la cittadinanza. Si può ottenere questa carta verde attraverso un contratto di lavoro all’interno dei confini, uno status familiare oppure tramite la celebre Lotteria, cioè il Diversity Immigrant Visa Program. Questo programma concede il permesso di soggiorno a 50mila immigrati ogni anno attraverso una selezione tra coloro che sono entrati nel Paese e coloro che vorrebbero trasferirvisi (la maggior parte). E che provengono da Stati i cui cittadini storicamente hanno un basso tasso di immigrazione negli Usa. Il programma è stato creato nel 1990 ed è diventato legge con la firma dell’ex presidente George H.W. Bush, anche lui repubblicano. Iscriversi a «tentare la fortuna» è gratuito ma bisogna essere idonei a una serie di requisiti per poter «vincere». I visti sono distribuiti in sei aree geografiche — Africa, Asia, Europa, Nord America, Oceania e Sud America, America Centrale e Caraibi — e nessun Paese può riceverne oltre il 7 per cento tra quelli disponibili ogni anno. C’è tutta una procedura e alla fine viene dato un numero identificativo, che verrà poi estratto a sorte.

Accidenti. È una vera lotteria. E quanta gente partecipa?
In questo momento la lista d’attesa, formata dagli ultimi sorteggiati, è di 125 mila nomi. Se ne sceglieranno cinquantamila, che conosceranno il loro destino a maggio. È una tipica procedura da Paese che esiste grazie ai migranti, e dove vigono sia lo ius soli che lo ius sanguinis. Una bella cosa, pareva a me, e adesso purtroppo Trump vuole abolirla.