TARANTO, LA TRAGEDIA DI STATO E’ SENZA FINE

 

DI RAFFAELE VESCERA

Il presidente della Regione Puglia Emiliano e il sindaco di Taranto Rinaldo Melucci, presentano ricorso al Tar contro l’ultimo decreto Ilva che disattende la soluzione del disastro ambientale, e non ci stanno ad essere esclusi dalla trattativa tra la nuova proprietà anglo-indo-italiana dell’Ilva e il Ministero diretto da Calenda, che in questi giorni deve definire il piano industriale per il nuovo assetto della mostruosa industria siderurgica che “infiniti lutti adduce ai tarantini”. La nuova proprietà parla di licenziamenti e riduzione dei salari ma, più di tutto, non vuole impegnarsi nella riduzione delle terribili emissioni inquinanti, nel disinquinamento di un territorio devastato, abitato da 600.000 persone, e nella messa in sicurezza degli ambienti di lavoro, rimandando la spesa e l’impegno allo Stato. Il ministro Calenda risponde a Michele Emiliano, sostenendo che è inusuale che un presidente di regione e un sindaco partecipino a una trattativa privata tra un gruppo finanziario e il ministero. Emiliano replica a Calenda dicendo che la salute dei cittadini non è più rinviabile alle calende greche. A sua volta, il ministro pone una condizione che sa di ricatto a Emiliano: “Ritira il ricorso e potrai partecipare al tavolo istituzionale”.

Salute compromessa, anzi devastata da nemici invisibili che in alcuni giorni dell’anno si palesano in maniera evidente: “Entrano nelle case, si posano sui balconi, sugli indumenti stesi, su frutta ed ortaggi coltivati nelle aree agricole circostanti”. Chi sono? Le polveri al veleno dell’Ilva “Non toccate quelle polveri: chiunque esegua le pulizie casalinghe dovrebbe munirsi di mascherina adatta al quel tipo di particolato e guanti in nitrile.” Così scrive Peacelink di Taranto che prosegue “Le spese di acquisto per questi dispositivi di protezione individuale e le stesse spese di pulizia dovrebbero essere sostenute da chi inquina! Chi inquina paga! Ma cosa più importante non dovrebbe inquinare!”.

Eppure L’Ilva inquina da mezzo secolo nella città di Archita, allievo di Pitagora, l’antica Taranto, la città dei due mari posta nella regione più bella del mondo secondo la rivista americana Lonely planet, è assediata da emissioni inquinanti che non perdonano, altissimo il numero di bambini e adulti che s’ammalano di cancro e altri mali, bassissimo l’impegno dello Stato per porre fine al disastro, anzi al genocidio. Un genocidio diviso tra morti bianche e morti nere, dagli innumerevoli operai morti per “incidenti sul lavoro” agli incalcolabili morti per malattie da inquinamento. I tarantini protestano inascoltati da anni con grandi manifestazioni di piazza e oceaniche feste del Primo maggio che, anche in opposizione al ruolo ambiguo del sindacato, hanno oscurato quelle di Roma.

E’ di pochi giorni fa la nuova tragedia del “wind day”, un vento fortissimo che ha sollevato una nube nera che oscura l’azzurro esagerato del cielo di Puglia, rendendolo peggiore di quello di Pechino, con concentrazioni di diossina di decine di volte superiore ai limiti di legge: “sulla città non si abbattono solo polveri di minerale di ferro e carbon fossile stoccati nei parchi al fine dell’approvvigionamento dello stabilimento Ilva di Taranto ma anche polveri di rifiuti speciali di vario genere, anche derivanti dal ciclo produttivo degli impianti. Questi cumuli sono stoccati in diversi punti dello stabilimento, non soltanto nei parchi minerali: polverino e fanghi di altoforno ed acciaieria, scaglie di laminazione, scorie di acciaieria da deferrizzare, fanghi derivanti dal dragaggio dei canali di scarico, cumuli di polveri derivanti le pulizie industriali.” Precisa Peacelink il quale avverte che sta preparando un dossier che raccoglierà tutte le criticità ambientali rappresentate dall’Ilva di Taranto nel corso dell’anno 2017, che conta di depositare questo dossier a mezzo esposto presso la Procura della Repubblica di Taranto a fine novembre.”

Il sindaco di Taranto, al contrario del suo predecessore Stéfano che non lo ha mai fatto, con un atto clamoroso ha ordinato la chiusura di tutte le scuole poste nelle vicinanze della fabbrica “monstre” estesa più della stessa città che conta oltre duecentomila abitanti. Intanto il comitato Inchiostro verde informa che un gruppo di mamme del rione Tamburi ha convocato un assemblea per affrontare il problema dell’inquinamento che ha avuto il suo apice con la chiusura delle scuole nelle giornate del wind day.

 

Come se non bastasse il pericolo che arriva dall’aria, c’è anche quello che colpisce da terra: “Oltre 5 milioni di metri cubi di rifiuti dell’Ilva (contenenti anche berillio, pcb e arsenico) sono finiti dal 1995 ad oggi nelle gravine e nei crepacci in un’area naturale circostante lo stabilimento siderurgico formando cumuli di rifiuti che avrebbero anche deviato un corso d’acqua naturale. Per questa ragione il pm del Tribunale di Taranto, Mariano Buccoliero, ha notificato l’avviso di conclusione delle indagini a 21 persone coinvolte nell’inchiesta sulle collinette di rifiuti industriali create dall’Ilva al confine con la gravina di Leucaspide, nel territorio di Statte.   I rifiuti – secondo l’accusa – hanno riempito la gravina, provocando danni all’ambiente circostante e all’acqua in falda e invadendo anche proprietà private. Tra i nomi degli indagati vi sono quelli della famiglia Riva”. Scrive il comitato dei “Cittadini e lavoratori liberi e pensanti” che aggiunge “I lavoratori sono ben consapevoli che l’unica vera controparte si chiama governo italiano. Dopo anni di promesse e passerelle l’intervento dello stato attraverso il “sequestro” e una innumerevole serie di decreti ha prodotto: 7.600 schiavi, 3.100 esuberi, 7 infortuni mortali “con facoltà d’uso”.

Cinque milioni di metri cubi di rifiuti tossici, dunque, per poco più di mezzo milione di abitanti fanno dieci metri cubi, un tir di veleno a persona, un rapporto spaventoso che secondo i cittadini liberi e pensanti produce “Innumerevoli nuovi malati dentro e fuori la fabbrica. Non abbiamo mai creduto che una nuova proprietà venisse a salvare tutti, al contrario siamo certi che la vera fine dello stabilimento comincia con la sua svendita. La cittadinanza va coinvolta con una vera lotta con obiettivi comuni salvaguardando i diritti dei lavoratori e dei cittadini partendo dal diritto alla salute, come avvenuto a Genova dodici anni fa attraverso l’accordo di programma garantito da tutte le istituzioni. Se l’area a caldo non è compatibile con la salute a Genova può esserlo a Taranto? Chiediamo quindi il fermo degli impianti inquinanti e l’impiego delle maestranze nelle bonifica e decontaminazione del territorio, senza perdita di posti di lavoro.”

Eppure Taranto non ha neanche un adeguato ospedale oncologico, il Sud ne è carente poiché, per legge leghista scritta da Calderoli e accettata da tutti i partiti, lo Stato deve dare maggiori finanziamenti per l’assistenza sanitaria alle regioni dove “l’aspettativa di vita è maggiore e vi sono più anziani da curare”, ovvero al Nord. Dunque i meridionali che hanno la colpa di vivere meno, a causa dei maggiori disagi economici che patiscono e per la già deficitaria assistenza sanitaria, per quest’Italia è giusto che muoiano prima.

Il siderurgico tarantino, ormai obsoleto e di difficile “ambientalizzazione” (ma che parola cacofonica, chi l’ha inventata?) dopo un lungo periodo di gestione diretta dello Stato, è passata di mano alla famiglia Riva che ne ha tratto enormi profitti, senza nulla investire sulla messa in sicurezza delle montagne di carbone e metalli lasciate scoperte, alla mercé di ogni vento, la loro copertura è finora disattesa anche dalla nuova proprietà italo-indiana, che parla solo di tagli dei dipendenti e riduzione degli stipendi. Una proprietà nella quale rientra la famiglia Marcegaglia, che ben altri favori dallo Stato ha ricevuto in Puglia. Dalla svendita del complesso turistico naturalistico di Pugnochiuso del Gargano, comprato a prezzo stracciato dall’Eni e che, pur posto nella bianca e greca Puglia, è stato architettonicamente ridicolizzato con baite alpine di dubbio gusto rivendute a caro prezzo. Oltre l’affidamento ricevuto per la costruzione di un inceneritore posto al centro del fertile Tavoliere di Capitanata che vive di agricoltura.

Tutto ciò accade in una terra di immensa bellezza che potrebbe ben vivere di suo, a partire dalle straordinarie risorse turistiche e agricole, poste sotto il feroce attacco di gruppi di “prenditori”, nuovi barbari calati dal Nord. Secondo i meridionalisti, è il destino del Sud, terra ad uso coloniale dello Stato Italiano che gli concede meno diritti in tutto, come ha denunciato lo scorso 26 ottobre su Rai 2 lo scrittore Pino Aprile, durante la trasmissione Nemo. Il suo intervento è diventato un video virale che in tre giorni ha raggiunto la cifra record di due milioni di visualizzazioni. Un Mezzogiorno che non ha gli stessi diritti al lavoro e alla salute delle regioni dl Centronord, ma si deve accontentare esattamente della metà di spesa pubblica a quelle destinata. Oltremodo criminale è il disinteresse dello Stato verso la soluzione dei disastri provocati dalle aziende distruttive quali L’Ilva a Taranto, la centrale Enel a carbone a Brindisi e l’Eni nella Basilicata martoriata dai pozzi petroliferi che tutto devastano senza apportare alcun beneficio al territorio.

Responsabile, insieme al capitalismo d’assalto, è anche la blanda opposizione di una certa sinistra industrialista che, in modo antistorico, assegna un valore tout court positivo all’industrializzazione, ancorché selvaggia e devastante per l’uomo e l’ambiente, bollando come “reazionario e sudista” chiunque metta in evidenza i guasti di un rapporto sfavorevole al Mezzogiorno conseguente a un’unità d’Italia più subita che desiderata.