IL VOTO IN SICILIA TRACCERA’ LA NUOVA ROTTA ITALIANA

DI ANGELO DI NATALE

Spesso si parla della Sicilia come laboratorio d’Italia che prepara, incuba, precede e annuncia gli accadimenti del futuro del Paese.

Del resto, sul piano politico e istituzionale – prodotto in genere di quello sociale –  un tratto costitutivo di questa caratteristica è nello stesso “Dna” dell’isola, se si considera che la regione dotata di autonomia accentuata è nata prima ancora della Repubblica, il suo statuto prima della Costituzione di cui possiede il rango, il suo consiglio, nell’isola chiamato parlamento, prima della Camera e del Senato, l’istituzione regione ben prima di tutte le altre in Italia.

Peraltro la specialità siciliana è frutto di un movimento indipendentista affermatosi negli anni ’40 e non molto diverso, se non per i toni meno pacifici, da quello che oggi sta infiammando la Spagna e coinvolgendo l’Europa.

Ma anche per linee interne le vicende siciliane spesso hanno anticipato e annunciato il segno dei tempi.

Il Governo-Pella, succeduto nel ’53 a quelli guidati da De Gasperi, e formato da un monocolore Dc con il sostegno di monarchici e liberali, riprodusse in fotocopia la formula tenuta a battesimo in Sicilia nel ’47, sei anni prima, con il primo governo regionale.

Stesso cliché negli anni ’60 quando il centrosinistra nasce prima a Palermo, addirittura con il socialista Salvatore Corallo nel ’61 a capo della giunta, e solo tre anni dopo a Roma, a fine ’63 con il primo governo Moro dopo un appoggio esterno del Psi nel 62 al governo Fanfani.

E’ siciliana la prima società finanziaria pubblica, la Sofis.

E’ siciliana, prima di diventare nazionale, la prima riforma istituzionale dell’Italia repubblicana, l’elezione diretta dei sindaci e presidenti di provincia, nata nell’isola nel ’92.

E’ siciliana la “primavera” di Palermo che già nell’85, quando ancora a Roma il pentapartito si trascina stancamente, apre un nuovo corso che sarà anche l’anima della stagione referendaria sfociata nei referedum sulle preferenze, nel ’91, ed elettorale nel ’93, veri e propri atti fondativi della “seconda repubblica”.

Più volte inoltre si sono manifestate nell’isola tendenze elettorali nuove come l’exploit del Msi-Dn nel ‘71, consacrato nelle consultazioni politiche dell’anno dopo, per non dire del fenomeno drammatico della mafia made in Sicily che ha sempre attraversato e influenzato la vita nazionale: in proposito basti citare l’uccisione nel ’92 di Salvo Lima – luogotenente di Andreotti nonché sindaco del “sacco di Palermo” con Vito Ciancimino assessore ai lavori pubblici – la quale precede le stragi, sbarrando al sette volte presidente del Consiglio la strada del Quirinale.

O, prima ancora, quella di Carlo Alberto Dalla Chiesa mandato a morire in Sicilia per coprire misteri inconfessabili dello Stato.

O la parabola di Sindona, sintomo evidente di un cancro formatosi nel cuore dello Stato, densa di intrecci internazionali ma, pur sempre, di matrice siciliana.

Ma anche i tanti delitti eccellenti degli anni ’70 e ’80 e la “trattativa Stato-mafia”, ormai acclarata in sentenze irrevocabili, maturano nell’isola per scompaginare la vita politica dell’intero paese.

Ed è ad uno di quei delitti eccellenti, del presidente della Regione Piersanti Mattarella il giorno dell’epifania del 1980, che sono legati come da un cordone ombelicale le due attuali più alte cariche dello Stato: Sergio Mattarella, fratello della vittima e Pietro Grasso, giovane pubblico ministero di turno in quel momento e intervenuto nel luogo dell’assassinio.

Anche le origini del potere berlusconiano, affaristico prima che politico, hanno radici in Sicilia, negli anni ’70 tra gli allora sconosciuti Gaetano Cinà, Vittorio Mangano e Dell’Utri che successive sentenze definiranno mafiosi o loro favoreggiatori.

E quel potere politico trova in Sicilia la sua più plastica rappresentazione di forza nel famoso 61-0 del 2001, ultimo anno del voto con il cosiddetto “Mattarellum”.

Quale che sia il peso che ciascuno voglia dare a queste premesse storiche, non c’è dubbio oggi che l’Italia politica guardi con il fiato sospeso alle elezioni siciliane di domenica prossima. Il fatto che esse precedano di quattro mesi quelle nazionali, nel mezzo di un guado da cui non è per nulla facile né certo, dopo la tempesta, guadagnare l’altra sponda e, soprattutto, non si sa quale sia la via per riuscirvi, le hanno rese, nella percezione generale, l’oracolo che svelerà il futuro ma anche il terreno di battaglia in cui lo scontro tra i belligeranti e le tattiche in campo vivranno un test decisivo.

Tutto quanto successo nello scenario politico nazionale in cinque anni, dalle ultime elezioni di febbraio 2013, si specchia perfettamente nell’agone elettorale siciliano. I poli sono quattro e nessuno potrà avere una maggioranza, anche se nella regione l’elezione diretta del capo del governo consente a quest’ultimo di nascere comunque e di vivere, anche se di vita grama non riuscendo a fare passare le proprie proposte nell’assemblea legislativa.

I quattro poli in lotta propongono altrettanti candidati a presidente della Regione cui, sulla scheda, se ne aggiunge un quinto, come immancabile omaggio storico al retaggio dell’indipendentismo da tempo ormai condannato all’irrilevanza elettorale.

Dunque quattro poli, dei quali due organizzati in ampie coalizione di diverse formazioni politiche, le altre capaci di una singola lista, o per scelta naturale come il M5S o per prudenza nella caccia al risultato come “Cento passi”, ovvero la sinistra alternativa al Pd.

Le due coalizioni sono quelle che comunemente vengono ancora definite “centrodestra” e “centrosinistra” ma che in effetti si potrebbero, con termine innovativo e più vero, denominare di “Destra-centro” la prima e di “Centro-destra” la seconda.

La prima correzione si deve al fatto che la destra sembra abbia preso il sopravvento rispetto agli alleati di centro, tanto in Sicilia dove il candidato è Nello Musumeci, da quasi mezzo secolo militante nel Msi e nei partiti di destra-destra che ne sono scaturiti, quanto in ambito nazionale dove Lega e Fratelli d’Italia valgono i due terzi dell’alleanza.

La seconda tiene conto del fatto che il Pd renziano da tempo si connota come partito centrista deciso a tagliare i ponti a sinistra e che il suo principale alleato a Roma come a Palermo, Ap (Alternativa popolare), in Sicilia più forte che altrove per la base che Alfano vi ha radicato e vi coltiva, altro non è che il restyling di sigle di quello che appena un anno fa si chiamava “Nuovo centrodestra”.

In attesa di abituarci alle nuove, a mostro avviso più veritiere, definizioni, parliamo per semplicità di coalizione renziana e di Destra-centro.

La prima ha governato a Roma per l’intera legislatura e rappresenta l’abito su misura che Renzi s’è cucito addosso nel suo insano e disperato tentativo di tornare a palazzo Chigi. Poiché neanche lui può sperare di farcela con i voti della sua modesta coalizione scesa al 25% o poco più e sempre più in calo, confida nella carta di riserva di un’ulteriore alleanza elettorale con Forza Italia con la quale, sondaggi alla mano, potrebbe aggregare un 40% complessivo di forza parlamentare, comunque sempre troppo poco per governare.

Ma il dato non vale solo come evenienza possibile in se, tanto più fondata quanto il risultato elettorale dovesse essere più brillante rispetto a quello segnalato dai sondaggi attuali. Vale soprattutto come risvolto della medaglia e come segnale di quanto sta avvenendo nell’altro campo, di Destra-centro.

Qui il “centro”, ovvero Berlusconi, gioca un’altra partita, con un secondo mazzo di carte. Si dichiara alleato di ferro di Salvini e Meloni ma solo perché, se svelasse il suo “piano B”, farebbe un tonfo elettorale trascinando a fondo anche il suo giovane e ambizioso partner segreto, mentre, fiutando il vento, ha capito che di questi tempi soffia in poppa sul galeone di Salvini e che, pazienza se non potrà dettare legge come abituato a fare, con l’armata di Destra-centro potrebbe realizzare un bottino parlamentare, grazie ai collegi e alle liste-civetta, anche superiore al 40 per cento. Poi, appena non riuscirà, più o meno strumentalmente, ad imporre i suoi voleri al promesso alleato, avrà gioco facile nell’accendere il secondo forno con Renzi, ben sapendo di potersi muovere nel campo delle due coalizioni in cerca dell’esito più conveniente per se, certo anche che senza di lui nessuna soluzione sarebbe possibile. Questa almeno sembra la sua strategia che però, per avere successo, richiede risultati più netti di quelli che attualmente i sondaggi prospettano. Non è infatti da escludere che nessun governo, dopo il voto, possa nascere in un parlamento in cui né l’area Berlusconi-Salvini-Meloni e dintorni, né quella Renzi-Alfano-Berlusconi e frammenti vari, abbiano una maggioranza.

In effetti anche Salvini, soprattutto se la Lega dovesse avere un’affermazione anche superiore al 15%, e se ciò lo portasse ad una difficoltà di convivenza con l’ex cavaliere, tanto più se nell’impossibilità di una maggioranza nei confini di questa coalizione, potrebbe attivare un secondo forno, se, per esempio, aggiungendo i propri seggi a quelli del M5S dovesse risultare possibile far nascere un governo.

Ma per il momento parliamo di un’eventualità teorica in quanto sarebbero tutte da scoprire le possibilità reali di praticabilità di questa via.

Da parte sua il M5S cercherà di ottenere il numero più alto possibile di parlamentari e, magari, di arrivare primo, non solo come partito ma addirittura anche rispetto alle coalizioni in lizza, il che per il momento sembra non riuscirgli almeno rispetto all’armata Salvini-Berlusconi-Meloni. In questo senso è di straordinaria importanza il test siciliano nel quale pare che il movimento fondato da Beppe Grillo sia pienamente in campo con la possibilità di vincere la partita, il che gli metterebbe le ali ai piedi anche nella corsa nazionale nella quale il Centro e il Nord Italia, a differenza del Sud, per il momento sono terreno più ostico ma dove, in caso di vittoria in Sicilia, alcune resistenze potrebbero cadere.

C’è poi il quarto polo, ovvero la sinistra. Quell’area che ancora non prende forma a Roma, nelle regionali siciliane è in campo con un confine delineato anche se probabilmente incompleto, grazie anche alla figura del suo candidato alla presidenza della Regione, Claudio Fava, il quale traina, più che essere trainato, la formazione che, dalle sue parole di sceneggiatore del film sulla vita dell’eroe antimafia Giuseppe Impastato, si chiama “Cento passi”.

Fava, che è riuscito ad imporre nel dibattito il tema degli “impresentabili” scovandone i numerosi esempi nelle varie liste, in effetti sembra possedere il profilo e incarnare, nella rivelazione delle caratteristiche richieste, il leader che verrà e che la sinistra sta cercando disperatamente, che si chiami Grasso o abbia un altro nome. Anche in questo campo della contesa il voto siciliano sarà illuminante e, con ogni probabilità, detterà l’agenda e le scelte dell’aggregazione elettorale che dovrà rappresentarlo.

Nel caso di Fava, per esempio, i sondaggi diffusi fino a due settimane dal voto, hanno registrato una strana oscillazione, da un minimo del 5-6%, ovvero la soglia della solita ridotta di testimonianza – comunque utile, almeno per la lista di supporto, ad un ingresso nell’Ars da cui la sinistra negli ultimi cinque anni è stata esclusa dallo sbarramento – a vette del 25-26%, perfino al di sopra del candidato sostenuto dal Pd Fabrizio Micari. Difficile dire quale sarà alla fine il livello di consensi di Fava ma è certo che il suo risultato, comparato a quello del candidato voluto da Leoluca Orlando e fatto proprio da Renzi e Alfano, sarà una delle chiavi decisive per le mosse e le scelte che i diversi protagonisti sulla scena saranno orientati a compiere.

Un dato appare certo. Per la vittoria sono in campo Musumeci della “Destra-centro” e Cancelleri del M5S. Fuori dalla partita sembra Micari, e Renzi lo sa bene se si è tenuto alla larga dalla campagna elettorale, nonostante il valore enorme della posta in palio in vista del voto nazionale.

Ma se al Nazareno la sconfitta è già ampiamente messa in conto, la sua misura non sarà indifferente rispetto alle dinamiche che sia nel partito che nei rapporti con i possibili alleati l’esito del voto innescherà.

Più il Pd assume le sembianze del partito personale di Renzi, più è destinato a perdere gran parte di quel patrimonio di consensi che dal 40% delle europee del 2014 è sceso al 25 e potrà continuare a farlo, su una linea di caduta che potrebbe trovare molto più in basso il suo punto di arresto. Le elezioni siciliane offrono l’occasione di misurare in modo reale lo stato attuale di questa caduta che, in ambito nazionale – dopo i tanti segnali d’allarme suonati ad ogni tornata amministrativa e le impietose sconfitte collezionate dal leader più forte, accentratore ed egomane che abbiano mai avuto non solo il Pd ma anche i suoi progenitori Pci-Pds-Ds e Dc-Ppi-Margherita – non ha trovato ancora la sua dimensione vera e definitiva nel partito a trazione renziana.

Con la sola eccezione del candidato indipendentista Roberto La Rosa, che i sondaggi divulgati fino a dieci giorni fa accreditano di un magrissimo bottino nell’ordine di appena uno o due punti percentuali e che non sembra mettere in campo argomenti oggi attraenti nell’agone politico nazionale, i candidati dei quattro poli sembrano già i cavalli in corsa lanciati verso una linea di traguardo posta non a Palermo, ma a Roma, tra Montecitorio e palazzo Madama, dove, esiti molto simili una volta che il cosiddetto “Rosatellum” ha omologato i sistemi elettorali  (l’unica differenza, storica, attiene al diverso campione anagrafico degli elettori, meno giovane per il Senato che esclude gli “under 25”) sanciranno i rapporti di forza e daranno in mano ai quattro contendenti le carte per giocare la nuova partita.

Ecco perché tutti gli occhi – di leader politici, vertici istituzionali, stampa nazionale e internazionale –  sono puntati verso la Sicilia.

Tutti sanno che a marzo nessuno schieramento potrà formare un governo e che, neanche, le carte di riserva di alleanze spurie come quelle descritte potranno riuscirvi. In questo caso, prima della resa e di un ritorno alle urne, ci sarebbero le possibilità date da aggreganti figure super partes e dalle inedite alleanze di fatto che su di esse potrebbero formarsi.

Ma, prima ancora, potrebbe soccorrere la fantasia di certe soluzioni inconfessabili fino ad un attimo prima. E qui, alla luce dei numeri di cui ciascun partito o coalizione potrà disporre, la linea di demarcazione tra una futura maggioranza ed una futura opposizione potrebbe essere quella che divide le forze del sistema o dell’establishment (Pd-area centrista-Forza Italia e satelliti vari) da quelle che, nei fatti o a parole, vi si oppongono (Sinistra, M5S, Lega, Fdi).

Missione impossibile, almeno a dirsi oggi, ma l’esperienza della storia non è mai tranchant. Pochi anni fa Alexis Tsipras, in Grecia, leader di Syriza, che in Italia potremmo certamente definire sinistra radicale, pur di formare il governo si allea con Anel, partito nazionalista di destra, di ispirazione indipendente ed euroscettico.

Ma non c’è bisogno di andare fino alla “madrepatria” da cui proviene quel grande lascito di civiltà e cultura che l’Italia e il Sud hanno avuto in dote, per trovare una traccia del successo, o almeno della praticabilità, di questa missione impossibile.

Proprio in quella Sicilia così fortemente contaminata dalla tradizione e dalla cultura greca, il 30 ottobre 1958 Silvio Milazzo, dc ribelle, forma un governo Pci-Msi, di comunisti e post-fascisti, sostenuto dal suo gruppo di dissidenti dello scudocrociato che manda la Dc all’opposizione. E’ questo il primo caso, ante litteram, di divisione non tra destra e sinistra ma tra sopra e sotto, tra sistema e antisistema.  Quell’esperienza dura un anno e mezzo trovando, a metà percorso, una legittimazione elettorale nel ’59 quando l’Unione siciliana cristiano sociale di Milazzo con il 10.6% è il terzo partito. Emanuele Macaluso, allora segretario regionale del Pci che ottiene da Palmiro Togliatti il convinto via libera, parla di operazione compiuta nell’interesse del popolo siciliano per sconfiggere lo strapotere della Dc. Parole simili pronuncia il capogruppo del Msi Dino Grammatico, dopo avere avuto il consenso e il sostegno di Giorgio Almirante.

Come spesso succede nella realtà, ciò che sembra impossibile in effetti è già avvenuto, anche se non è detto che possa ripetersi. Dipenderà dai numeri reali che scopriremo nelle urne, il 5 novembre prima e a marzo del 2018 poi.

Tra tutti i dubbi aperti, il più importante sembra quello della tenuta del patto destra-centro. Una finzione elettorale inscenata da chi sa che ha tutto da guadagnarne per se e, pazienza, se non racconta la verità. In Sicilia Musumeci ha dovuto rivolgere un appello a non votare i candidati “impresentabili” presenti in forze nelle sue liste, sulle quali quindi non ha avuto alcuna voce in capitolo e di cui ha saputo dai giornali. Cosa può accomunarlo mai a coloro che quelle liste le hanno compilate? E come farà a coesistere con Raffaele Lombardo e Totò Cuffaro il quale gli ha ricordato che tutti i suoi amici sono schierati con lui, nonostante Musumeci faccia finta di non saperlo ed anzi tenti di attestare il contrario? Le stesse domande, oggi senza risposta, si pongono per il futuro dei promessi alleati Berlusconi-Salvini-Meloni.

Ecco, quello che succederà in questa coalizione il giorno dopo il voto in Sicilia, ci illuminerà meglio di mille annunci e dichiarazioni sul destino che a Roma attende Berlusconi e Salvini, alleati per amore del portafoglio (di voti), ma rivali per scelta ed evidenza naturale delle cose. E, soprattutto, ci svelerà se e quante probabilità abbia l’Italia di uscire dal “cul de sac” in cui s’è cacciata.