LA SICILIA DEL GATTOPARDO, PROVA A CAMBIARE CON CLAUDIO FAVA

DI MICHELE GAMBINO

Giuseppe Fava mi ha insegnato quando ero un ragazzo che i siciliani hanno uno speciale talento per farsi del male da soli, e che tuttavia non bisogna smettere di lottare per essi, sperare che si sveglino dal loro sonno, e finalmente siano all’altezza del paradiso in cui vivono.
Penso a come avrebbe raccontato questa campagna elettorale, in cui suo figlio ha portato la storia, i valori, la passione che lui ci ha trasmesso.

Sicuramente immaginerebbe i candidati come protagonisti di una commedia che avrebbe fulmineamente scritto nella sua testa.
Eccoli, dunque, venire avanti sul proscenio gli attori della commedia siciliana:

il grigio Micari, moderato fin nei tratti somatici, con le labbra sottili da cui escono parole che magicamente non lasciano alcuna traccia, alcun ricordo.

Ecco Musumeci, il bonario fascista col pizzetto, titolare di una fama di galantuomo che altrove avrebbe un senso ma qui, nella terra di Pirandello, non gli vieta di farsi garante del sistema di potere mafioso, capace da quasi un secolo di cambiare nome rimanendo sempre ferocemente uguale.

Ed ecco infine salire sul proscenio Cancellieri, il nuovo che avanza, con la faccia e l’eloquio di un agente di Tecnocasa, vergine alla politica ma già aduso alla furbizia nel commercio delle parole, in quel dire e non dire, nell’ammiccare, nel denunciare senza fare nomi che in Sicilia è una forma di comunicazione.
Io che conosco la mafia, se fossi la mafia, non avrei dubbi: sarebbe lui il cavallo si cui puntare; non Micari o Musumeci, entrambi circondati di troppa gente scaltra e astuta di cui sfamare gli appetiti.
Un aspirante governatore senza classe dirigente, senza cultura, senza storia, sarebbe il mio candidato. Quale migliore occasione per sbarazzarmi in un colpo solo di politici avidi e chiacchierati per cavalcarne di nuovi, così sprovveduti da lasciarmi fare i miei comodi senza nemmeno accorgersene. Se a Roma un Marra qualsiasi è riuscito senza sforzo a scegliere la sindaca e sedersi accanto a lei, cosa potrei fare io, mafioso, se a Palermo comandasse Cancellieri?

E qui Giuseppe Fava girerebbe lo sguardo dal palco alla platea, ai milioni di siciliani che da tempo immemorabile regalano o vendono il proprio voto al peggior offerente, scegliendo una classe politica che riflette come uno specchio la loro inclinazione mercantile, il cinismo misto a indolenza e vittimismo, nel migliore dei casi la pigrizia e la rassegnazione che li attanaglia, e che a volte muta in folate di ribellione di cui approfitta qualche Masaniello di passaggio.
Vedrebbe i furbi avvicinarsi all’urna per scambiare il proprio voto con monete false, e gli onesti allontanarsene, privati ormai anche della speranza.
A differenza di questi ultimi, Claudio spera ancora, e continua a battersi per la sua terra. Senza l’allegria del padre, in forme in parte diverse, ma con la stessa passione e lo stesso rigore.

La sua vittoria sarebbe, citando Sciascia, un sogno fatto in Sicilia. Non solo l’inizio del primo vero cambiamento in quest’isola immobile, ma anche un segnale alla nazione: manderebbe dire a Renzi e al Pd che c’è un grande popolo a sinistra, non estremista e non grillino, consapevole della sua stessa esistenza. Alleatevi con Berlusconi ed esso si rivolgerà contro di voi.
Il sogno certamente non si avvererà. Non perché Claudio non sia all’altezza della Sicilia, ma perché la Sicilia è, e sempre resterà, un gradino sotto i suoi uomini migliori.

Ma magari sbaglio, chi può dirlo?

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