IL TRIO BE.SA.ME MUCHO ALLA CENA DELLE BEFFE, L’ULTIMO INSULTO ALLA SICILIA E AL SUD

DI RAFFAELE VESCERA

Eccoli banchettare a Catania, due milanesi e una romana, un condannato e incandidabile ultraottantenne, capo di un partito il cui cofondatore, siciliano, è in galera per concorso esterno in associazione mafiosa. Un detenuto definito da Sallusti un “galantuomo”, quel Marcello Dell’Utri che a sua volta definì “galantuomo” il mafioso Mangano, lo stalliere di Arcore. Travaglio ha risposto a Sallusti che tutti i suoi “galantuomini” stanno in galera.

Di più, avrebbe dovuto dirgli: non erano forse quei “galantuomini” siciliani, alla Sedara del Gattopardo, riuniti in logge massoniche, coloro che con il pretesto dell’unità d’Italia hanno svenduto la loro terra e il loro popolo a un invasore straniero nel 1860, dando corso, secondo il giudice e martire antimafia Rocco Chinnici, alla nascita della mafia organizzata e cooptata al potere? Una mafia prima di allora composta da quattro guappi, come i bravi manzoniani, fatta assurgere a braccio armato della borghesia piemontese e siciliana al fine di depredare l’Isola e controllarne il popolo, immiserito con tasse sul macinato e servizio militare obbligatorio, costretto alla fame e all’emigrazione, fino ad allora sconosciuta nell’Isola del Sole e delle vacche sacre, popolo che nelle sue ripetute rivolte contro i “galantuomini” sfruttatori ha versato fiumi di sangue amaro.

Gli stessi “galantuomini” che oggi si rischierano con il Berlusconi del 61 a zero, per riconsegnargli la Sicilia in cambio di inattuabili strabilianti promesse per gli elettori, quali una “pioggia di soldi”, che il Sud siccitoso non ha mai visto, e il ponte sullo Stretto in una regione dove occorrono 14 ore per fare Siracusa Trapani in treno. Da Berlusconi, chiacchiere per la gente e concreti benefici per i “galantuomini”,  adusi all’impunità, ormai storicamente riservata dallo Stato italiano alla borghesia mafiosa.

Con lui di fianco, il capo della Lega Nord. Che assurdità, quella lega nata con il sostegno dell’industria settentrionale per fermare l’ascesa di quella meridionale, in forte crescita fino agli anni ’90, da Bari a Catania “Milano del Sud” e poi, grazie all’opera di contrasto e diffamazione leghista in rapido declino. Quella lega che ha forzato i governi berlusconiani e anche piddini, a spendere per un abitante del Sud il 40% in meno che per uno del Nord, in tutti i servizi pubblici, trasporti, istruzione, salute, etc. bloccando la realizzazione di qualsivoglia opera pubblica, a partire dall’Alta velocità ferroviaria, fermata a Bologna di qua e a Napoli di là. Alta velocità che ha distribuito al Nord in tangenti quanto avrebbe dovuto spendere al Sud in binari.

Una Lega Nord nata per stigmatizzare “i ladroni del Sud”, coinvolta in un giro sporco di diamanti e abusi personali di fondi pubblici, condannata nei suoi vertici a rimborsare 48 milioni di Euro allo Stato. Ma di che parliamo, davvero vogliamo dare l’Isola dell’antica cultura e magnificenza greca, la terra di Falcone e Borsellino, nelle mani barbariche di un partito del Nord con forti connotazioni razziste che ha chiamato i Meridionali “topi di fogna e merdacce mediterranee”?

A completare il trio, con l’ex cavaliere e l’urlatore da stadio di “Che puzza scappano anche i cani stanno arrivando i napoletani”, c’è quella Giorgia Meloni erede della tradizione culturale fascista. Dimentica forse che durante il ventennio nero il Sud fu condannato al ruolo di mera colonia agricola d’Italia, con i braccianti sfruttati dagli agrari e massacrati dai mazzieri, poveri braccianti la cui storia si ripete oggi sotto altre spoglie. E fu proprio negli anni del duce che il reddito pro capite del Sud scese al suo minimo storico, circa il 50% di quello del Nord. Reddito dal dopoguerra agli anni ’90 risalito al 67% e poi velocemente ridisceso verso il 50, secondo volontà leghista e para leghista, che ha visto coinvolti anche i partiti del centrosinistra.

Il trio banchettante s’allarga a vago quartetto con Vittorio Sgarbi in seconda fila, critico d’arte che in un paese della Sicilia si fece sindaco, posto a capo di un’amministrazione comunale sciolta per infiltrazioni mafiose. Se questi politici calati dal Nord sono i “galantuomini”, che Dio ce ne scampi. Per il resto, le elezioni siciliane propongono un duetto di centrosinistra renziano-alfaniano, screditato al pari del trio di centrodestra, con un Pd che ha appoggiato il referendum leghista lombardo veneto, alla pari del M5s.

Per fortuna, vi sono alcuni candidati presidenti siciliani che galantuomini forse lo sono nel senso giusto, dall’indipendentista Roberto La Rosa dei Siciliani liberi, a Giancarlo Cancelleri del M5s, a Claudio Fava della sinistra, figlio dell’eroico giornalista catanese Pippo, ucciso dalla mano merdosa dei mafiosi negli anni ’80.