L’OMAGGIO A SANDRO PROVVISIONATO

DI BARBARA PAVAROTTI

E’ quella bara che strazia. E’ la bara, sempre, quando muore qualcuno, il segno tangibile dell’addio, della separazione. Tu lì, noi qui, in piedi, intorno a te, che però non parli più, sei con noi, ma non ci sei. Così è anche per Sandro Provvisionato, un giornalista, “uno di noi”, ma soprattutto un uomo buono, retto e giusto. Un uomo che ha fatto della sua professione lo strumento instancabile per la ricerca della verità nascosta, troppo spesso, sotto le menzogne di stato.

C’era il mondo sabato 4 ottobre alla sua commemorazione, nel cimitero acattolico di Roma. Il gruppo più numeroso, forse, i colleghi del Tg5, di cui è stato capocronista. Non solo giornalisti, ma tecnici, operatori, montatori, assistenti alla regia, amministrativi, addetti alla ricerca immagini. La prova di quanto fosse amato. Due direttori: Mentana e Mimun, colleghi dell’Europeo, dell’Ansa, delle varie testate in cui ha lavorato. Mentana ha ricordato che lo assunse lui, su segnalazione di Mimun, in un periodo – era il 1993- in cui era possibile costruire un tg con figure professionali di diverso orientamento politico, in quella che ha definito “fase di creatività”.

Adalberto Baldoni, storico, per 30 anni al “Secolo d’Italia”, ha rimarcato l’onestà intellettuale di Sandro, uomo di sinistra, ma imparziale, non fazioso, aperto al confronto, un amico e un interlocutore onesto e leale. Infatti con lui ha scritto tre libri, tre pilastri per capire meglio la storia di uno fra i periodi più tormentati della vita italiana: “Anni di piombo”, “La lunga notte della Repubblica”, “A che punto è la notte”.

Paolo Brogi, già collega di Provvisionato all’Europeo , ha ricordato le censure subite da Sandro per il suo scomodo giornalismo d’inchiesta. Era il 1990, all’Europeo si insedia il nuovo direttore, la redazione fa due mesi di sciopero, il più lungo mai attuato contro una direzione. Alla fine i giornalisti capitolano e si torna al lavoro. Sandro fa un’inchiesta esplosiva: il ritrovamento di armi sui sagrati di varie chiese lì nascoste dai Comitati Civici, organismi fiancheggiatori della Democrazia Cristiana, fondati nel 1948 dall’allora presidente dell’Azione cattolica Luigi Gedda su richiesta di papa Pio XII per contrastare il comunismo. Una storia troppo forte e scomoda. L’inchiesta fu tenuta in un cassetto per tre mesi fino alla pubblicazione di due scarne paginette con un titolo molto vago.

Ecco chi era Sandro: uno che non cedeva mai, che non si accontentava delle false verità. Ma i ricordi più intimi sono stati quelli del figlio Andrea: quando era bambino e il padre lo portava in redazione, i contrasti, da grande, e gli avvicinamenti. La storia di un figlio e del proprio padre che non c’è più.

E struggenti sono state le parole della moglie Laura Lisci: “E’ stato il compagno di una vita”. In questa frase c’è tutto il senso dell’amore e della perdita.

Poi la lettura di uno scritto di Tony Capuozzo, l’amico e collaboratore di sempre, assente non per sua volontà. Un ricordo talmente intenso che vale la pena riportarlo integralmente.

“Non ci sono, per una storia personale che Sandro conosceva. Ma forse, più che dire quello che Sandro è stato per me, dovrei provare a dire cosa è stato per i telespettatori, a giudicare da molti messaggi che mi sono giunti. E la cosa curiosa è che spesso le due immagini – quella che trapelava dallo schermo e quella che comunicava a chi gli stava accanto – coincidono. “Aveva la faccia di una brava persona”, scrivono. “Aveva una bella voce, e non aveva bisogno di alzarne il tono”. “Era serio, preciso e rassicurante”. Noi tutti sappiamo che la sua vera passione era la scrittura, anche se padroneggiava benissimo il linguaggio televisivo. Forse per questa sua estraneità, per questa sua passione non nascosta, era rimasto del tutto immune a certi guasti del mezzo – nessun protagonismo, nessun sensazionalismo – e aveva mantenuto la capacità di raccontare storie, anche drammatiche, con partecipazione ma a ciglio asciutto, con linguaggio semplice ma non semplicistico. E questa diversità un po’ schiva, di cui non aveva fatto una bandiera, chi lo guardava, chi lo ascoltava l’ha colta. Aver lavorato al fianco di Sandro per dodici anni ha consentito , a me e ad altri, di cogliere altre cose, altre qualità, professionali e non. E’ stato sempre una persona curiosa, che non si dava per imparato. Non c’è mai stata una storia, per marginale che fosse, di cui si sia occupato malvolentieri. Era aiutato, sul campo, oltre che dall’esperienza e dalla cultura, da una spontanea facilità nei rapporti umani ( questo era vero anche nei rapporti di lavoro: c’è un metodo infallibile per capire lo spessore umano dei giornalisti televisivi: sentire quel che ne dicono i montatori e i cameraman. Mi sono arrivati i messaggi addolorati di quelli che lo rimpiangono ancora). In redazione era un collega leale e prezioso, ma sbaglieremmo a ricordarlo solo come una persona seria e devota al lavoro: la sua risata, che ne squassava il corpo, era contagiosa, era un allegro compagno di tavola, sapeva essere ironico e perfino sornione, se c’era da smontare qualche scivolone altrui. Era generoso di sé: nei consigli, negli aiuti ai più giovani, e, dietro una corazza da burbero buono, nelle confidenze, importanti o futili : abbiamo passato ore a parlare di figli o di quando eravamo giovani, delle vecchie testate – lui all’Europeo io a Epoca – o della nostra squadra di calcio. Credo che tutti abbiamo imparato un qualche cosa da lui, che non assumeva mai l’aria di chi impartisce lezioni: per me l’insegnamento più grande, e non so quanto raccolto, è stata la capacità di tener fermi i principi senza condannare le persone. Non l’ho mai sentito pronunciare una parola di odio o di rancore, ma non era disarmato o imbelle. Non mi sento di dire che mancherà al giornalismo, che già manca a se stesso per conto suo, e che a volte si fa bello di persone come lui, dopo averle tenute a debita distanza. Sono certo che mancherà a tanti di noi, e non solo per le sue inchieste, no. Proprio per il suo modo di essere e di incarnare, alla lettera, un certo modo di fare giornalismo. Dire che era una brava persona sembra quasi di sminuirlo, di ridurlo a un sognatore fuori tempo, di trascurarne il rigore, la tenacia nel capire e spiegare. Bisognerà, per non tradirne l’antiretorica, dire pure dei suoi difetti. A volte sembrava indolente, quasi pigro. Poi scoprivo che aveva fatto, in quel suo muoversi lento, più cose di qualunque altro. E se gli chiedevi di partire, era sempre contento di farlo, per una curiosità sulle vite altrui, sul mondo, sulle verità piccole o grandi che inseguiva con metodo. Tanto che sapere che non tornerà, questo ancora non mi sembra poter essere vero. Non so dire meno peggio di quanto abbia detto subito, quando ho saputo: è stato facile volergli bene”.