SE L’EUROPA VA A PEZZI. PICCOLE CATALOGNE CRESCONO ?

DI ALBERTO TAROZZI

Era inteso che l’Unione europea nella sua evoluzione, avrebbe comportato una valorizzazione delle regioni. In particolare di quelle transnazionali.

L’ipotesi che doveva rappresentare un superamento indolore e graduale degli Stati nazionali, sostituiti da aree amministrative più ridotte, consisteva cioè nel dare vita a Euroregioni che potessero violare i vecchi confini nazionali, accorpando piccole regioni dell’uno e dell’altro Stato.

Oppure, secondo alcuni, le nuove Regioni potevano anche appartenere ad uno solo dei vecchi Stati, ma senza implicare per questo una secessione. Sarebbero cioè coesistiti il vecchio Stato, gradualmente svuotato di funzioni, e la nuova Regione, con un’importanza amministrativa crescente.

Al momento esistono comunque 64 Euroregioni, intendendo con tale definizione una struttura di cooperazione transfrontaliera, con personalità e capacità giuridica, fra due o più territori collocati in diversi stati dell’Unione o del continente in genere. La composizione di un’Euroregione deve prevedere almeno due stati membri e vi è la possibilità che entità di paesi non UE partecipino qualora la legislazione del paese terzo o gli accordi tra stati membri e paesi terzi lo consentano.

Non si può dire che le Euroregioni siano sulla bocca di tutti.
Contano qualche cosa nell’accesso ai Fondi della Ue, dove hanno spazi e programmi a loro riservati, ma politicamente non vengono minimamente utilizzate per disinnescare le tensioni secessioniste in termini di compromesso quale sarebbe un originale aumento di autonomia, destinato a potenziarsi nel tempo, senza alimentare i particolarismi delle piccole patrie.

L’Italia con il ministro De Michelis, precorse i tempi, con un’Euroregione, quella dell’Alpe Adria, comprensiva di territori italiani, austriaci e sloveni. Ma quei tempi, solo precorsi, non arrivarono mai.

Ci fu qualcuno che, dopo la guerra per il Kosovo, propose di rendere il Kosovo regione d’Europa, a valorizzarne l’autonomia senza violare gli accordi del dopoguerra che non prevedevano il suo distacco dalla allora Jugoslavia. Ma figurarsi se sarebbe mai stato accettato un elemento di disturbo, nel progetto di distruzione del paese bombardato.

Oggi il Kosovo è allo stremo e non sapendo a che santo votarsi concede ministeri importanti alla minoranza serba, mentre il paese si svuota della gente che fugge dalla miseria. Quel fallimento, assieme ai morti che costò lo smembramento della Jugoslavia con secessioni a catena, suona da monito a chi vedrebbe di buon occhio l’indipendenza catalana, in ciò giustificato dalla illimitata arroganza di Madrid.
Pure nessuno fa nemmeno cenno a una soluzione Regione d’Europa. E dire che la Regione esisterebbe già: si chiama “Languedoc-Roussillon/Midi-Pyrénées/Comunidad Autónoma de Catalunya”. Venne istituita nel 1998, comprende territori francesi e spagnoli. Territori francesi con differenza linguistica nel nome del loro antico pronunciare Oc la parola Oui; oppure territori che rivendicano uno statuto speciale come il Roussillon, noto anche, chi l’avrebbe detto, come Catalogna francese. Ma comprende anche la Catalogna ben più nota, quella di Barcellona.

Con un po’ di fantasia si potrebbe intendere quella Regione transfrontaliera come territorio indipendente dalla Spagna, accontentando i catalani spagnoli. E pure senza far saltare troppo la mosca al naso a Madrid.
Ma oggi chiedere un salto di fantasia di tale portata sarebbe troppo. Vorrebbe dire superare i contrasti locali nel nome dell’Europa. Significherebbe dare una risposta originale a una domanda crescente e diffusa di autonomia prevenendo una possibile reazione a catena degli indipendentismi delle piccole patrie, altrimenti focolaio di intenti bellicosi.

Già, nel nome dell’Europa. Ma l’Europa non esiste