THE PLACE – IL POSTO SBAGLIATO CHIUDE LA FESTA DEL CINEMA

DI GIOVANNI BATTAGLIA

 

 

Antonio Monda, il direttore artistico, ha scelto “The Place “ di Paolo Genovese per chiudere questa dodicesima edizione della Festa del cinema di Roma.
Data la ridottissima presenza di film italiani in concorso schiacciati dalla presenza e dallo stellare livello dei film americani, era necessario un titolo nostrano di richiamo e Genovese dopo il successo di “Perfetti sconosciuti” sembrava il film perfetto.
Sembrava.
“ The Place“ è tratto dalla straordinaria mini serie tv “The booth at the end” ( Il posto in fondo ) di Christopher Kubasik ( trasmessa su Netflix ) dove Xander Berkeley interpreta un uomo misterioso, un Demone oppure un Dio o forse un impostore che come diceva lui “fa accadere le cose”.
Tutta la serie è ambientata in una tavola calda americana, un classico “dinner” anni cinquanta dove il protagonista, costantemente seduto (appunto, nel posto in fondo ) riceve le persone alle quali affida un compito: “se farai quello che ti chiedo si avvererà quello che vuoi”.
E a chi domanda “come faccio a sapere che non sei il diavolo?” risponde semplicemente “…non lo sai…”
Genovese ha portato questa domanda ”cosa saresti disposto a fare per ottenere quello che desideri ?” in un bar che si chiama the Place dove il protagonista, interpretato da un silenzioso ed enigmatico Valerio Mastandrea, non dorme mai, è sempre seduto ad un tavolo con una agenda su cui appunta tutto mentre beve caffè.
Davanti a lui scorrono come in “In Treatment” ( Quello vero dove c’era Gabriel Byrne ) personaggi che vogliono un’altra vita o un altra possibilità.
Un film interamente girato in un luogo chiuso – il bar appunto – nel quale il regista si affida ai volti agli occhi e alle voci di Marco Giallini, Alessandro Borghi, Silvio Muccino, Alba Rohrwacher, Vittoria Puccini, Sabrina Ferilli e Rocco Papaleo.
Un cast di stelle del cinema italiano che fornisce una straordinaria, retorica, prova di attori.
Le confessioni che fanno i protagonisti del film al misterioso personaggio hanno la pretesa di portarci nel “Noir” ma non lo fanno mai, lo accennano ma non lo raggiungono mai.
Dove sono le idee in questo film che è un remake di una serie già esistente?
Perché uno spettatore dovrebbe andare a vedere un film del quale esiste una versione molto migliore su Netflix?
“The Booth at the end“ aveva un respiro, un senso del dramma umano ed una profondità che mancano completamente in questo film a metà tra il testo teatrale ostentato e la serie televisiva dove le possibilità erano tantissime ed invece si è limitato ad essere la copia sbagliata di qualcosa di già esistente.