CILE, FIERA INTERNAZIONALE DEL LIBRO. PER L’ITALIA, INVITATA D’ONORE, LA POESIA FA CULTURA

DI ANTONIO NAZZARO

Santiago del Cile scivola dalle Ande al mare senza potersi fermare. Se da una parte una cordigliera imbiancata di neve s’erge a fermare il passo, dall’altra l’orizzonte disegna una discesa che s’infrange sull’inquieto Pacifico. In questo cadere, Santiago, da sempre scossa da terremoti si è disseminata di case di un piano al massimo due, fino a raggiungere un’estensione quasi sette volte quella di Roma. Negli ultimi anni le nuove strutture antisismiche hanno fatto proliferare edifici alti e la zona la Providencia sembra correre dietro a una Manhattan di quest’America del Sud troppo lontana dall’equatore.
In questi giorni in questa città dagli edifici a disegnare la storia, palazzi d’ispirazione francese e neo coloniali accompagnano il centro della città che si può attraversare completamente a piedi o in bicicletta. La meta è la Fiera Internazionale del libro di Santiago; volutamente mi perdo e dopo aver raggiunto esattamente l’estremo opposto a quello in cui dovevo andare, torno indietro costeggiando un fiume col mal carattere di un torrente. Finalmente si spalanca una stazione del treno progettata da Eiffel e nonostante uno striscione gigante dica: paese invitato Italia, mi domando se dovrò parlare francese.
Sulla porta una signora mi chiede gentile dove voglio andare, parla cileno come se le parole saltassero nella pronuncia, le spiego che dovrò presentare un libro ma sono appena arrivato e non ho il pass. “Mi segua”. Ma mentre lei si lancia decisa per un corridoio laterale, io mi fermo a guardare la leggerezza di quest’acciaio a sostenere il cielo di luce su un mare di libri. Ascolto il mormorare delle pagine e la stazione torna piena di gente che arriva e parte e quelli che aspettano un amore, un amico o solo il coraggio di dire al treno: ”portami via”. La signorina che prepara i pass non è ancora arrivata, mi dicono d’aspettare ma mi lasciano in balia di uno stand di libri per bambini e un treno colorato e tondeggiante passa sotto le gambe.
Il freddo andino sfiora e riprendo il cammino in cerca della Furia. Cooperativa di piccole case editrici che cercano di proporre nuovi autori smarcandosi dal commercio classico della poesia e non solo, ma anche dal “io ti pago e tu mi pubblichi” con l’unico filtro letterario del portafoglio di uno e dell’ego dell’altro. Il furioso Paolo Primavera ha il physique du rôle : sottile stelo, fiore appena imbiancato, occhi furiosi dell’umana dolcezza che non si arrende. Emigrante di quelli che percorrono queste terre per dare il poco che hanno e ricevere il tanto che incontrano e farne meraviglia, dialogo. Ci si abbraccia come uomini latini e ci si spia gli occhi come italiani. E’ la prima volta che ci vediamo di persona anche se abbiamo passato un mese lavorando come furiosi nel preparare l’edizione in spagnolo de La Notte di Dino Campana.

Gli stand poco a poco si tolgono i pigiama, i libri iniziano a parlare a voce alta, uno copre la voce dell’altro, mentre altri, di poche parole ma di grandi immagini, fanno brillare copertine che si muovono sexy. Rubo il passo a Paolo che si muove veloce ma ogni passo sembra provare il pavimento. Si gira, abbiamo lo stesso sguardo e movimento del braccio sotto i cartelli roboanti delle grandi case editrici, mentre libri patinati spiegano come risolvere l’esistenza in un batter d’ali e l’ultimo romanzo di grido si può usare anche come sotto bicchiere. La stazione finisce ed un telone bianco, a nascondere il cielo, copre una miriade di stand più piccoli come a disegnare i binari di tanti treni in partenza. Il nostro vagone si chiama Edicola Ediciones: la casa editrice fondata da Paolo nel tentativo di far conoscere ed incontrare voci dell’Italia e del Cile, in un divenire di progetti letterari che vogliono contribuire a costruire un territorio d’incontro e quindi di creatività. La sua compagna Alice dall’accogliente sorriso ci aspetta. Parliamo di tutto meno di poesia e di Campana, loro hanno già svolto il loro compito: questo incontro. Siamo oramai figli di questa terra e l’emozione ha bisogno di un abbraccio. L’odore d’umanità ci avvolge e il silenzio è un sorriso. Respiro il ricordo dell’odore dell’inchiostro, oramai scomparso come quello della colla di pesce che si mescola con il caffè nella tazzina che si sforza di sembrare un espresso.

Domani alle sei In compagnia di Raúl Hernández, uno dei bibliotecari della Biblioteca Nazionale di Santiago e che ha dato il ritocco fondamentale del madre lingua alla Notte campaniana e curatore dell’edizione, presenterò il libro. Ci accompagna il poeta Claudio Pozzani, organizzatore del festival della poesia di Genova e, per questioni geografiche e d’anima, grande ammiratore di Campana ed invitato dall’ambasciata a rappresentare insieme a Valerio Magrelli la poesia italiana contemporanea.
Nell’attesa incontro Haydeé Neira, promotrice culturale messicana “idrocalida”, così sono chiamati gli abitanti di Aguascalientes. Alta e sottile da non sembrar messicana ma dal volto che trattiene lo sguardo d’aquila di Cuauhtémoc, sempre indecifrabile ma tradito da una linea di dolcezza. Insieme camminiamo per Santiago che ci sferza con un’aria fredda, quasi parigina. La tappa prevede l’incontro con Juan Carlos Villaviciencio, poeta, traduttore, ed editore. Ho tradotto diverse sue poesie, senza conoscerlo ovviamente, e mi ritrovo davanti a un omone con barba poco folta e due baffi con una voglia di D’Artagnan nel girarsi verso l’alto. Il suo abbraccio dice tutte le parole ancora da dirsi e mi abbandono al suo calore. Inevitabilmente la sua compagna Fernanda sembra uno scricciolo al suo fianco ma dagli occhi che coprono il riflesso della luce che attraversa il piccolo caffè del barrio Lastarria. Nessuno dei quattro parla ma cerca la conferma di aver capito l’altro, si fa poesia con il girare di sguardi e cucchiaini. A metà di un discorso Juanca interrompe e nel nostro modo di latini dice:”somos hermanos somos familia” e aggiungo: “somos personas y poetas”. Un abbraccio ci vuole.
E’ arrivato il momento, il libro di Campana giunge fresco di stampa. Poche ore prima che inizi la presentazione, con Paolo Alice e Raúl giochiamo a fare i tranquilli e sorridenti ma i nostri gesti sembrano proprio nervosismo. Arriva anche Claudio scortato dalla brigata istituzionale capeggiata dall’addetto “culturale-commerciale” dell’ambasciata d’Italia. Stretta di mano istituzionale e già dimenticato chi sono, chi siamo noi che facciamo cultura e promuoviamo cultura italiana tutto l’anno e senza invito. La platea segue attenta il nostro volare sui versi di Campana, la follia, il viaggio, la modernità e nel profondo mio, la folle somiglianza d’animo e ricerca che mi lega da una prima lettura di cinquant’anni fa.

Come sempre quando do una conferenza cerco lo sguardo del pubblico per capire se sono noioso o peggio stupido, retaggio dell’insicurezza di essere cresciuto al lato di una sorella handicappata e dal voler dimostrare di non essere come lei, ma questa volta è diverso. Tra il pubblico cerco i volti di Daniel Calabrese e Eleonora Finkelstein, argentini del Cile, entrambi d’origini italiane, poeti ed editori della casa editrice più grande del Cile, Ril Ediciones. Quando li scorgo mentre traduco a braccio una poesia di Campana, quasi futurista, Batte Botte, letta da Claudio Pozzani che a me per il ritmo ha sempre ricordato i Clof, clop, cloch, cloffete, cloppete, clocchette, chchch…… della Fontana malata di Palazzeschi, non trattengo la mano e il saluto.

La notte è scesa dalle Ande su Santiago scivolando con i versi di Campana: “e del tempo fu sospeso il corso”. Siamo sul balcone della casa di Daniel e Eleonora, la città si stende nel freddo tra il fumo delle sigarette consumate prima che il gelo attanagli. Racconto di Caracas e del Venezuela di cui si sa tutto e non si sa niente. Li guardo, li ho tradotti tutti, senza sapere chi fossero, fedele all’idea di tradurre poesia e non poeti. E dove c’è poesia che senti tua, sapere che s’apre il territorio dell’amicizia. Daniel con la sua voglia di solidarietà continua a cercare delle soluzioni perché abbandoni Caracas prima del disastro che sembra imminente e, Eleonora accarezza la spalla con tutta la tenerezza di quest’America. L’albeggiare ci sorprende.

Il taxi alle 4 del mattino sfreccia verso l’aeroporto, guardo le mani ancora calde degli abbracci e lo zaino pieno di un progetto che vedrà Edicola Ediciones pubblicare una silloge di Alda Merini, tradurre con Juan Carlos Villaviciencio alcuni canti della Divina Commedia, per poi organizzare un breve corso all’Università. Presentare ad aprile un’antologia della poesia della Svizzera italiana e la pubblicazione di altri poeti italiani con la casa editrici Ril di Daniel e Eleonora. Libri che saranno in vendita anche in Spagna. Mentre nella feria del libro di Guadalajara, Messico, Haydeé, Paolo e Alice cercheranno di tracciare nuovi spazi per fare cultura. Vorrei citare le istituzioni italiane che mi hanno aiutato ma non né ho. Mi accontento di una frase di Magrelli, ah il prossimo anno sarà tradotto e pubblicato su un’importante rivista cartacea cilena, :”Quando comprate un disco di Beethoven non comprate Beethoven ma l’interpretazione di Karajan o Muti, la stessa cosa si può dire del traduttore”.