SICILIA: LA VITTORIA DI PIRRO DI MUSUMECI E DELLA DESTRA POPULISTA

DI LUCIO GIORDANO

Ha poco da festeggiare il neo presidente della regione Sicilia Nello Musumeci. Nonostante i roboanti commenti per la vittoria ottenuta, le elezioni di domenica  mettono in luce una serie di aspetti, per lui non proprio piacevoli. Ad esempio, che la sceneggiata del ‘Patto dell’arancino’ tra Salvini, Meloni e Berlusconi non ha incantato nessuno. La destra radicale e populista continua infatti ad essere divisa al proprio interno e lo si vede ad ogni occasione, non ultima quella dei tre palchi diversi per tre comizi diversi, in chiusura di campagna elettorale. Insomma: l’ex premier la pensa in un modo, il segretario di Fratelli d’Italia e  quello della Lega Nord, che non sfonda e mai sfonderà al sud, la pensano in maniera diametralmente opposta, a cominciare dalla leadership per le politiche di primavera. Anche se si sono presentati con una lista unica, i risultati sono dunque deludenti. Se si pensa poi che addirittura l’agonizzante Forza Italia è andata meglio della lista  Meloni – Salvini ,c’è da capire che il povero Musumeci, con una maggioranza assoluta ma risicata, zoppa e litigiosa, avrà vita davvero difficile a palazzo dei Normanni.

La differenza, in questa tornata elettorale, l’ha fatta insomma il serbatoio di voti dei vari candidati eccellenti, molti dei quali impresentabili o con carichi pendenti, che alla fine sono riusciti a portare   alle urne i siciliani meno stanchi o  più interessati al voto di scambio. Altrimenti non si spiegherebbe il trionfo di uno sconosciuto  ragazzo di 21 anni, il figlio di Francantonio Genovese, ex sindaco di Messina e vero ras di quelle zone. Luigi Genovese, con 20 mila voti, ha preso il testimone e i voti del padre, condannato nel frattempo, nella sentenza di primo grado,  a 11 anni di carcere per peculato e truffa. Gli altri capi bastone hanno fatto il resto, riassegnando  la Sicilia ai legittimi proprietari, dopo l’esperienza non proprio felice e molto ostacolata della giunta Crocetta. In fondo, nella terra del Gattopardo, tutto deve cambiare affinchè nulla cambi. In questo caso cambia solo la giunta e per il resto rimane addirittura tutto immutato. I tre segretari di partito della destra radicale, quindi,  sono serviti alla bisogna: Front men, nè più, nè meno. Difficilmente, però,  lo schema potrà ripetersi alle politiche. Anche il più appassionato elettore di destra non può far finta di non vedere che non esiste un’intesa comune tra i tre. Tanto più che ora Berlusconi, senza più aver la pretesa di governare,  è tornato quantomeno a ridare le carte e a giocare ad armi pari con Matteo Renzi, nel caso l’ammaccato patto del Nazareno tornasse in auge.

Insomma, per una volta diamo ragione all’ex sindaco di Firenze. Quelle siciliane,  pur coinvolgendo  due milioni di elettori, sono state elezioni locali. Nessun test nazionale, dunque, anche perchè i serbatoi di voti siciliani, di sicuro particolari,  nessun partito li può nemmeno lontanamente sognare in altre regioni del paese. Per Renzi, le regionali in Sicilia saranno state politicamente  una scoppola, ma a leggere i risultati, non è vero nemmeno quello. Il Pd, con settemila voti in meno, ha mantenuto grossomodo le stesse percentuali del 2012. Solo che all’epoca il centrosinistra  si era presentato unito sotto al nome di Crocetta. Per i dem, il vero crack delle elezioni di domenica è rappresentato da Angelino Alfano e il suo partito, che non ha nemmeno superato la soglia di sbarramento. Per l’ex ministro dell’interno di quasi tutti i governi recenti della seconda repubblica, la politica italiana finisce qui, in una mesta giornata di novembre. Angelino , L’Ars la vedrà con il binocolo : la sua forza elettorale si è completamente prosciugata. Il vero sconfitto, più che Renzi, è lui, che ha radici agrigentine. Tanto più che Matteo, tenendosi a debita distanza dalle case siciliane, ha potuto assorbire facilmente il colpo. Nonostante ciò, dentro il pd, in tanti già chiedono le sue dimissioni. Tranquilli, non le darà, lo ha ripetuto anche oggi. Renzi resterà in sella almeno fino alle politiche di marzo, perchè se avesse voluto dimettersi da segretario poteva già farlo dopo esser stato sepolto da ben altri terremoti devastanti: le sconfitte a Torino e  a Roma, ad esempio,  o quella  ben peggiore del referendum del 4 dicembre: senza mezzi termini, una Caporetto.

In quell’occasione, chiunque avrebbe abbandonato la politica. Per ostinazione o per un disegno sconosciuto a molti, ma non a tutti, probabilmente l’ex presidente del consiglio non l’ha fatto perchè deve portare alla completa distruzione il suo Pd. E il capolavoro di Renzi a questo punto si sta completando. Dopodichè potrà anche anche autorottamarsi, perchè ormai è chiaro a tutti gli elettori dem  che   con lui alla guida si perde.  Accusare la sinistra di non aver voluto camminare insieme, addossando tutte le colpe della disfatta, politica più che numerica,  a Mdp, a Pietro grasso che ha rifiutato la candidatura o  finanche a Claudio Fava, è sembrato a tutti assolutamente puerile. Anche la coalizione che aveva funzionato 5 anni fa, stavolta sarebbe stata battuta. In effetti, cinque anni fa, il Pd in sicilia vinse solo perchè Musumeci e Miccichè si presentarono divisi. Altrimenti con quel 41 per cento totale, non avrebbero avuto rivali.  Renzi dunque esce a testa bassa,  per lo scarso e giustificato disimpegno dalla campagna elettorale siciliana. Al più per aver modificato geneticamente il suo partito, con  politiche chiaramente  di destra. Ma non c’è stata nessuna disfatta.

Quanto a Fava e alla sua lista i cento passi, forse si era illuso e aveva illuso un po’ troppo. In terra di mafia, con un padre barbaramente assassinato proprio dalla mafia, difficile fare più di così. Il 6, 1 per cento è un discreto risultato, ma nulla più. Un risultato che peraltro migliora quello ottenuto nel 2012 , senza però fare sfracelli. Raddoppia invece il M5s, l’unico, vero vincitore di queste elezioni siciliane. I grillini arrivano al 28 per cento, e sono tanti voti, ma ne perdono qualcuno per strada rispetto alle elezioni del 2013. A voler leggere i risultati in controluce, Di Maio e i suoi hanno però ben poco da esultare: erano dati per vincitori solo sei mesi fa e hanno perso. Comunque sia,  non è detto  che per loro sia stato un male. Un buco di bilancio come quello della regione siciliana non lo ripiani con l’onestà.

A conti fatti,  paradossalmente il M5s resta al momento  l’unico argine contro l’avanzata delle destre populiste. In Sicilia come a Ostia: dove deve allarmare il 10 per cento ottenuto dal candidato del movimento neo- fascista  CasaPound. Ecco, in questo vento di bufera che sta travolgendo l’Europa, se anche l’ Italia finisse in mano ai populismi di destra, di cui Berlusconi, Salvini e Meloni sono validi rappresentanti, ci sarebbe davvero di che preoccuparsi. Giusto ripeterlo:  loro sono abituati ad andare a braccetto con i poteri forti, sanno far bene di calcolo. E  pur di perpetrare i loro disegni affaristici sono disposti a recitare una sceneggiata come quella del Patto dell’Arancino. C’è da tenerne conto in vista delle politiche del prossimo marzo. Intanto, baciamo le mani. E che ai siciliani Dio gliela mandi buona. Da domani ne avranno davvero bisogno.