L ‘ARABIA SAUDITA PREPARA LA GUERRA ALL’IRAN

DI PAOLO DI MIZIO

L’Arabia Saudita, insieme a Stati Uniti e Israele, sta probabilmente preparando la guerra all’Iran, che potrebbe partire per via indiretta dal Libano oppure iniziare direttamente con un attacco su vasta scala all’Iran.

Molti sono gli indizi che portano verso questa pista che sembra anticipare un conflitto di grandi dimensioni. Innanzitutto c’è il succedersi di eventi traumatici in Arabia Saudita.

Il principe Mohammed bin Salman, dopo la retata dei giorni scorsi, che ha visto l’arresto di 11 principii della casa reale, di 4 ministri e di decine di ex ministri, ha ormai sgomberato il campo da tutti gli altri pretendenti al trono e vede ormai la strada spianata verso la successione a suo padre, re Salman.

Quest’ultimo avrebbe gravi problemi di salute e comunque da tempo ha scelto Mohammed come suo erede, contro le consuetudini dinastiche che vedrebbero favorito un fratello del re, anche lui però caduto in disgrazia e messo agli arresti domiciliari, nel luglio scorso, su ordine dello stesso principe Mohammed, che tra l’altro riveste anche la carica di Ministro della Difesa.

Da notare che, poche ore prima della retata che ha condotto in dorate prigioni (nell’Hotel Ritz Carlton di Riad) gli 11 principi sauditi che aspiravano alla successione, il re aveva licenziato il capo della Milizia Nazionale, sostituendolo con un suo uomo di fiducia. La Milizia Nazionale è l’unica delle tre Forze armate saudite che non risponde agli ordini del Ministro della Difesa.

Un secondo elemento che fa temere una prossima guerra contro gli sciiti di Teheran è l’innalzarsi della retorica saudita anti-iraniana. Un missile sparato dai ribelli Houti dello Yemen (gli Houti sono sciiti e sostenuti dall’Iran) ha sorvolato il cielo di Riad prima di essere intercettato e distrutto in volo. L”Arabia Saudita, con toni di insolita durezza, ha dichiarato che si tratta tout-court di “un’aggressione dell’Iran all’Arabia Saudita”. L’Iran avrebbe infatti fornito ai ribelli il missile (un vecchio Scud sovietico).

In precedenza – ed è il terzo elemento – i Sauditi e i loro alleati più stretti (Emirati arabi ed Egitto) hanno imposto un duro embargo all’Emirato del Qatar, colpevole di seguire una politica estera sganciata da Riad, talvolta in concorrenza con Riad, e soprattutto colpevole di avere ottimi rapporti con l’Iran sciita, col quale del resto il Qatar condivide lo sfruttamento delle riserve di gas nel Golfo Persico, equidistanti da Qatar e Iran.

Il quarto elemento del puzzle: due giorni fa il capo del governo libanese, Saad Hariri, leader del partito sunnita, si è dimesso a sorpresa. Molto irritualmente ha annunciato le dimissioni dall’Arabia Saudita, direttamente in tv, motivandole con le presunte ingerenze dell’Iran nella vita pubblica libanese e in particolare contro la popolazione sunnita. L’Iran notoriamente sostiene, finanzia e arma il movimento Hezbollah libanese, che è sciita.

Secondo alcune voci, Hariri sarebbe stato costretto dai sauditi con la forza a dimettersi. Sbarcato a Riad, il libanese, che è una creatura politica di Riad, da cui riceve finanziamenti e sostegno, sarebbe stato preso in consegna dai servizi segreti sauditi già all’aeroporto, condotto negli studi televisivi di Al Arabyia e costretto a leggere una lettera di dimissioni già preparata. Hariri, umiliato, sarebbe uscito dagli studi in stato di prostrazione, secondo qualcuno in lacrime.

Quinto elemento: l’asse preferenziale che si è stabilito tra il presidente americano Trump e l’Arabia Saudita, scelta come il Paese della prima visita all’estero del capo della Casa Bianca. Un rapporto sostenuto da un contratto con Riad di 110 miliardi di dollari per l’acquisto di armi americane e consolidato successivamente da un’intensa attività diplomatica bilaterale.

Nell’ultimo mese ci sono stati almeno uno – ma forse anche due o più – viaggi a Riad del genero di Trump, Jared Kushner: viaggi che non sono mai stati annunciati pubblicamente e di cui non si conosce l’argomento, tenuto segreto.

Sarebbe d’altra parte impensabile che l’Arabia Saudita possa intraprendere una guerra aperta, su vasta scala, con l’Iran senza il pieno appoggio politico e militare degli Stati Uniti.

Quanto a Israele, da tempo ormai il governo Netanyahu ha stabilito un asse privilegiato con Riad in funzione anti-Iran: un asse cercato dai sauditi e in particolare dal principe ‘vincente’ nella corsa dinastica, Mohammed bin Salman (detto MBS), che è stato anche in visita in Israele.

Secondo alcune fonti, Israele già partecipa fattivamente alla campagna bellica dei sauditi contro lo Yemen filo-iraniano fornendo intelligence, obiettivi, software, se non anche hardware bellico.

La guerra all’Iran sarà quindi condotta da Arabia Saudita, Israele e USA, e chissà forse anche dall’Egitto, ciascuno con assetti, ruoli, impegni e modalità che al momento non è possibile conoscere.

Sarà completamente esclusa dai piani l’Europa, che risulterà essere la zona geopolitica più danneggiata – in termini economici, politici e di sicurezza – dall’attacco all’Iran e dal nuovo incendio che divamperà nel Medio Oriente.

Sarà danneggiata anche la Russia, che insieme all’Iran e all’Hezbollah è intervenuta a sostegno del regime siriano ribaltando le sorti della guerra civile.

Non sembra possibile, comunque, che Mosca abbia i mezzi o la voglia di opporsi a questa micidiale tenaglia americano-israelo-saudita. Forse Mosca sarà informata preventivamente e patteggerà con Arabia, Israele e USA ottenendo, in cambio della sua neutralità sul fronte iraniano, di mantenere e consolidare la sua zona d’influenza in Siria, da estendere magari anche al Libano o parte di esso.

Ma questa è solo un’ipotesi che potrebbe essere smentite dai fatti e che comunque andrà a incastrarsi tra le tante tessere che formano il vasto mosaico dell’affaire arabo-iraniano.

Una grossa incognita nel puzzle è la Turchia di Erdogan, che recentemente nella mossa saudita dell’embargo al Qatar, si è schierata dalla parte di quest’ultimo, spezzando il fronte della solidarietà sunnita intorno a Riad e stringendo un rapporto de facto con l’Iran sciita.