IO LI CONOSCEVO BENE: BORG E MCENROE, UNA RIVALITA’ ALL’ACQUA DI ROSE

DI DANIELE GARBO

Il mio amico Nicola Pietrangeli mi assicura che il film sulla rivalità tra Borg e McEnroe è come la famosa corazzata Potemkin: una c…pazzesca. E quindi non so proprio se andrò a vederlo. Del resto non è facile fare dei film sullo sport, quasi sempre si finisce per dispensare retorica a piene mani e certe atmosfere sono impossibili da riprodurre nella sala di un cinema.

E poi diciamola tutta: la rivalità tra Borg e McEnroe è un’idea piuttosto forzata, niente a che vedere con quella tra Federer e Nadal, tanto per intenderci, che si sono affrontati 38 volte. Lo svizzero e lo spagnolo a un certo punto si sono anche detestati, prima che ultimamente, forse anche per via dell’avvicinamento al ritiro di entrambi, la rivalità sfociasse addirittura in amicizia.

Quella tra Borg e McEnroe è stata, al confronto, una rivalità all’acqua di rose. I due si sono incontrati appena 14 volte, con un bilancio in perfetta parità di 7 vittorie per parte. Ma i confronti davvero importanti sono stati in fondo appena 4: due finali di Wimbledon e due degli US Open. La più famosa, quella che fece versare fiumi d’inchiostro, fu quella del 1980 sull’erba londinese, dove lo svedese vinse 8/6 al quinto set, conquistando il suo quinto e ultimo titolo consecutivo del torneo più prestigioso del mondo. Un paio di mesi più tardi il mancino statunitense si prese la rivincita a New York nella finale degli US Open battendo Borg per 6/4 al quinto set. L’anno dopo invece McEnroe vinse entrambi i titoli a Londra e Fluhing Meadows superando lo svedese in quattro set.

Se qualcuno avesse dubbi su chi sia stato il più forte, basta consultare l’albo d’oro: Borg ha vinto 11 prove del Grande Slam, 5 Wimbledon consecutivi dal 1976 al 1980 e 6 Roland Garros, un record cancellato soltanto dal fenomeno Nadal, capace di trionfare a Parigi per ben 10 volte.

McEnroe invece ha vinto 7 prove del Grande Slam: 3 Wimbledon e 4 US Open, il torneo maledetto per Borg, che perse tutte e quattro le finali disputate.

Quanto al modo di giocare e alla personalità, i due erano agli antipodi: Borg era metodico, preciso, glaciale, una macchina da punti, di poche parole. McEnroe era geniale, regalava spettacolo, inventava tennis, era un vulcano sempre attivo, pronto a sputare lava sotto forma di insulti agli arbitri di mezzo mondo.

Lo incontrai, il diciottenne McEnroe, nel novembre del 1977 al torneo indoor di Bologna, dove mi occupavo dell’ufficio stampa. Qualche mese prima si era imposto all’attenzione generale arrivando in semifinale a Wimbledon dopo aver superato le qualificazioni. Non occorreva essere un grande intenditore per capire che era nato un campione. Quando non giocava, bighellonava nell’ufficio stampa perchè aveva un interesse non esattamente tecnico per una mia collaboratrice. La sera della finale andammo tutti a cena in un noto ristorante bolognese, noi dell’organizzazione più McEnroe e il suo compagno di merende e di doppio Peter Fleming. John si presentò avvicinandosi subito al carrello degli antipasti, dal quale prelevò con le mani una manciata di olive per scaricarle sulla tovaglia candida. Il proprietario andò su tutte le furie, disse che il suo ristorante non tollerava queste bravate e voleva cacciare fuori il giovane McEnroe, che nel frattempo non se lo fumava per niente, impegnato com’era a corteggiare un’altra ragazza del mio ufficio stampa, dopo aver preso il due di picche dalla precedente. Ci volle tutta la mia diplomazia per convincerlo che avremmo tenuto a bada “il selvaggio”, come lo chiamava lui, e che presto ne avrebbe sentito parlare come uno dei più grandi tennisti del futuro. Una previsione sin troppo facile e che è stata ampiamente confermata.

L’ho rivisto qualche anno fa a Roma e l’ho intervistato in diretta su Italia 1, durante una semfinale degli Internazionali d’Italia. Quando gli ho ricordato l’episodio delle olive si è messo a ridere, confessandomi, alla mia precisa domanda, che quella notte non dormì solo all’Hotel Baglioni di Bologna. A fargli compagnia la mia collaboratrice dell’ufficio stampa, che aveva vinto la propria ritrosia iniziale per conoscere più da vicino il futuro genio del tennis mondiale.