IL PROBLEMA NON È RENZI, MA CIÒ CHE È DIVENTATO IL PD

DI GIULIO CAVALLI

Sembra che qualcuno creda davvero che basti spodestare Renzi per far tornare il PD quel partito che ormai non è più da tempo. E anche a sinistra qualcuno ci crede.

In fondo la situazione finisce addirittura per fare comodo a entrambi, sia a Renzi che al PD: se da una parte l’ex Presidente del Consiglio sa perfettamente quanto gli stia bene addosso il vestito dell’assediato solo contro tutti e dall’altra parte il PD può provare ad arginare la perdita di voti continuando a promettere un’apertura a sinistra che contenga l’emorragia verso MDP, Possibile, Sinistra Italiana e quelli del Brancaccio. Così in questi ultimi due giorni, alla luce del disastroso risultato siciliano, è tutto un pullulare di dichiarazioni sulla possibilità che non sia Matteo Renzi il candidato del PD alle prossime elezioni politiche: mentre tra i democratici gli antirenziani in incognito parlano anonimamente e sottovoce per non perdere la possibilità comunque di restare agganciati alla candidature tra gli uomini di MDP e Campo Progressista (Giuliano Pisapia in primis) lasciano intendere che un’eventuale “farsi da parte” di Matteo Renzi potrebbe riaprire la discussione sulle alleanze. Ed è un errore politico madornale.

Innanzitutto si coglie, anche tra gli antirenziani un’insostenibile desiderio della stessa personalizzazione che finiscono per imputare a Renzi stesso. L’idea dell’uomo solo al comando (continuando a dimenticare la legittimazione che lo stesso Renzi ha ottenuto nella sua recente rielezione a segretario del PD) è uno svilimento della politica tout court: ma davvero è pensabile che gli iscritti del Partito Democratico che ancora oggi convintamente abitano il PD davvero lo facciano per venerazione del capo, al di là delle semplificazioni giornalistiche? Ma siamo seri? Oppure, se volessimo dare per scontato (e la lettura sarebbe di un semplicismo notevole) che dentro al PD tutto si muova per “piacere al Capo” è pensabile che quelle stesse persone, spinte istinti così bassi, poi possano dare vita a un partito che davvero sia potabile per la nuova sinistra che si propongono di fare dalle parti di MDP e compagnia?

Poi c’è questo governo, Gentiloni e tutti quelli che siedono con lui nel Consiglio dei Ministri: anche se addossare tutte le colpe a Renzi frutta dal punto di vista giornalistico il quadretto di un Renzi come responsabile unico delle politiche di questi anni stride con la realtà. Gentiloni (e il suo governo) è quello che ha indecentemente forzato su questa pessima legge elettorale; Gentiloni (e il suo governo) è quello che ha riallacciato i rapporti con l’Egitto di Al Sisi senza nessun concreto passo avanti sulla morte di Giulio Regeni; Gentiloni (e il suo governo) sono coloro che hanno autorizzato la fornitura di bombe ai sauditi, le stesse bombe poi ritrovate in Yemen. Solo per citare alcuni esempi. Insomma: questo governo, nonostante l’assenza (più o meno reale) di Matteo Renzi ha proposto una linea politica che non lascia intravedere molti punti di contatto con il programma che dovrebbe essere il faro della coalizione a sinistra?

E qui arriviamo al punto: se davvero in Italia si vuole ricostruire una sinistra che non abbia nulla a che vedere con il brutto centrosinistra di questi ultimi anni forse varrebbe la pena segnare un cambio di passo nelle politiche, più che soffermarsi sulle persone (o peggio: su una persona). L’antiberlusconismo ci ha insegnato come non c’è niente di meglio, per tenere politicamente vivo un avversario, di ritrovarsi a citarlo tutti i giorni. Lo spostamento di voti dal PD a eventuali forze di sinistra non avviene con la demolizione del segretario di turno ma con una convincente proposta politica. E quindi no, il nodo non è togliere di mezzo Matteo Renzi.

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