ZARA NON PAGA. LA PROTESTA SILENZIOSA DEGLI OPERAI TURCHI

DI COSTANZA OGNIBENI

È successo a Instanbul: la protesta silenziosa degli operai della Bravo Tekstil, l’azienda che produce abiti per Zara, Mango e Next ha riscosso grossa risonanza, grazie agli eloquenti cartellini infilati nei capi di abbigliamento del popolare marchio spagnolo di cui ci ha dato notizia l’Associated Press.

Una situazione nella quale non viene neanche troppo difficile immedesimarsi: è Sabato pomeriggio, c’è il sole e decidi di uscire per un po’ di shopping. Ti addentri nelle vie più popolari, quelle dove le catene dei grandi marchi sguazzano ostentando vetrine multicolori popolate da manichini anoressici e, tra un paio di scarpe, un pantalone e una borsa, gioisci per essere riuscita a comprare tutto a prezzi più che contenuti. E mentre ti poni domande, a cui forse non troverai risposta, su cosa si celi dietro a tanta convenienza; mentre scorri uno dietro l’altro i nuovi arrivi della collezione autunno-inverno di Zara, vedi spuntare un cartellino:

“Il prodotto che stai per comprare è stato fatto da me, ma non sono stato pagato per questo.”

Avevamo detto “forse non troverai risposta”. Già, perché un conto è immaginarsi che ci sia una grossa mole di sfruttamento dietro un prodotto particolarmente conveniente; altro paio di maniche è vederselo sbattere sotto al naso.

Il messaggio di aiuto lanciato dagli ex dipendenti della fabbrica fallita a Luglio dello scorso anno ha finalmente sollevato l’attenzione sul problema a livello internazionale: Bravo Tekstil aveva chiuso i battenti dalla mattina alla sera, lasciando a piedi circa 140 dipendenti che avevano stipendi arretrati per tre mensilità e, nonostante le corti turche avessero dato loro pienamente ragione, nessuno dei grandi brand per i quali l’azienda tessile lavorava aveva voluto assumersi la responsabilità dei suoi debiti. E per la serie la ragione è degli stupidi e il torto dei cornuti, ora che i 140 sfortunati ex dipendenti si sono guadagnati la solidarietà della clientela e l’attenzione del pubblico, dopo un anno di faticose trattative, hanno ottenuto “ben” un quarto della somma dovuta: dei 650.000 euro che dovevano incassare, gliene verranno riconosciuti poco più di 160.000. Ovvio che se si pensa che la somma totale dovuta corrisponde allo 0,01% del fatturato del primo trimestre del 2017 della compagnia iberica, la protesta non si ferma alle etichette, ma prosegue con una petizione on line che ha già raccolto 18.000 firme e nella quale si invitano le case di moda a sborsare per intero la somma. Dal canto suo, il gruppo Inditex, uno dei più grossi colossi della moda di cui fa parte Zara, ma anche altre aziende come Bershka, Pull&Bear; Oysho e Stradivarius, solo per citarne alcune, ha risposto che ha adempiuto a tutti gli obblighi contrattuali nei confronti della Bravo Tekstil e che sta lavorando con IndustriALL, Mango e Next per creare un fondo per riconoscere quanto dovuto ai lavoratori colpiti dalla sfortunata vicenda.

Rattrista pensare che, fintanto che i grandi brand non si sono sentiti i riflettori puntati addosso, si sono tenuti fuori dalla questione, e solo ora che la notizia sta facendo il giro del mondo si stanno muovendo, se non altro per far sì che la loro immagine esca indenne da questa storia. Ma gli operai turchi, è evidente, conoscono molto bene il loro nemico posseduto dal fantasma di un capitalismo dilagante e, consapevoli che non avrebbero ottenuto nulla senza che ci fosse un ritorno di immagine per la controparte, hanno messo in atto la forma di protesta più silenziosa e forse più sagace che si possa pensare.