GIULIA, VITTIMA DI INSULTI RAZZISTI NELLA INDIFFERENZA DEGLI ALTRI

DI MONICA TRIGLIA

Quello che mi colpisce della storia di Giulia, la ragazzina torinese di 15 anni – mamma italiana e padre di origine africana – insultata su un bus a causa del colore della sua pelle, è l’indifferenza degli altri.

La storia, purtroppo, è uguale a tante che accadono ogni giorno. In un silenzio che spaventa.

Giulia è in piedi su un bus affollato, il 63. Accanto a lei, seduto su un sedile vicino alle porte, un uomo di circa 60 anni, tuta da lavoro, uno dei molti che prende i mezzi pubblici per andare in fabbrica.

La fissa, poi la apostrofa: «Togliti dalla mia vista». Giulia è una ragazza sveglia, sa bene che è meglio non reagire. Cerca di allontanarsi, ma nell’autobus non c’è spazio. Allora infila le cuffiette nelle orecchie, alza il volume della musica, per non sentire quello che invece sente. «E’ inutile che vai a scuola, tanto finirai per strada, tornatene al tuo Paese». E giù altri insulti: «Negra di m…».

Parole pesanti come pietre, espressione di un sentire comune che è sempre più preoccupante. Intorno a lei tutti le ascoltano ma nessuno dice nulla.

Giulia non reagisce, è spaventata. Raggiunge la sua scuola e lì racconta tra le lacrime a un’amica quello che è successo, e poi ne parla con la mamma e anche con l’allenatore della squadra di basket dove gioca da tempo con risultati eccellenti che ne fanno una giovane promessa di questo sport.

E’ l’allenatore a commentare: «Episodi del genere non dovrebbero succedere. Io ho a che fare con i giovani e, senza voler fare il moralista, so quanto può essere scioccante per una ragazzina subire un trattamento simile. Sarebbe dura anche per un adulto».

Tutti insieme decidono che è giusto denunciare l’episodio ai carabinieri. Che indagheranno, dopo aver ascoltato Giulia sui fatti, anche se la possibilità di identificare quell’uomo è remota.

Quello che penso io è che il responsabile degli insulti a Giulia non è il solo colpevole di ciò che è accaduto.

Il silenzio degli altri passeggeri è terribile quanto le parole pronunciate contro la ragazzina quindicenne.

Un’indifferenza complice, in un Paese, l’Italia, che è al primo posto per razzismo in Europa, secondo quanto denuncia il rapporto della commissione parlamentare “Jo Cox” sui fenomeni di odio, intolleranza, xenofobia e razzismo presentato alla Camera nel luglio scorso.

Secondo l’indagine, la maggioranza degli italiani pensa che gli immigrati residenti nel nostro Paese siano il 30 per cento della popolazione anziché l’8, e che i musulmani siano il 20 per cento quando invece sono il 4. Il 56,4 per cento (più della metà) ritiene che «un quartiere si degrada quando ci sono molti immigrati» e il 52,6 per cento che «l’aumento degli immigrati favorisce il diffondersi del terrorismo e della criminalità».
Il quadro generale che ne emerge, sottolinea il rapporto, è quello di un Paese che troppo spesso cede agli stereotipi nei confronti del “diverso”.

Se noi oggi della storia di Giulia discutiamo è perché la ragazza e la sua famiglia hanno avuto il coraggio di denunciare. Un coraggio da cui farsi contagiare, per evitare di scivolare – responsabili come gli autori – in episodi di razzismo che fanno male prima di tutto a noi.