LIBANO, CAMPO NEUTRO: GIOCHI DI GUERRA TRA IRAN E ARABIA E IL MONDO TREMA

DI ALBERTO TAROZZI

Dice un proverbio africano che quando due elefanti litigano tra di loro chi ne soffre di più è l’erba.

Da molto tempo l’area medio orientale si presta a questa metafora. Negli ultimi 30 anni il conflitto tra il blocco sunnita e quello sciita, il primo patrocinato dall’Arabia Saudita e il secondo dall’Iran sciita, ha insanguinato tanti paesi dell’area. Ma mentre la terribile guerra contro l’Iraq degli anni 80 ha procurato valanghe di morti tra gli iraniani, l’Arabia Saudita si è distinta nel far difendere da altri i propri interessi, nella catena di guerre inanellate su quei territori. Si trattasse di altri governi sunniti come recentemente nello Yemen; si trattasse di gruppi terroristici come l’Isis in Siria e Iraq; si trattasse di altri Paesi con interessi geostrategici convergenti come nel caso della islamica Turchia o della non certo islamica Israele.

Una sola attenuante, per così dire. A sua volta, il conflitto tra sunniti e sciiti, può essere letto come terreno calpestato da uno scontro di teatro che fa riferimento a potenze di maggiori dimensioni: gli Stati Uniti per gli arabi e la Russia per gli iraniani.

Oggi tocca al Libano. La fragile intesa di governo che vedeva un agreement tra il premier sunnita, la componente cristiana e quella sciita viene posta in crisi dal premier sunnita Hariri, che da Riad, capitale saudita, lancia un messaggio di pesanti accuse alla componente sciita definendola come una sorta di braccio armato degli iraniani che costituirebbe un pericolo mortale per i sunniti libanesi come lui.
Se a ciò si somma il lancio di un missile di costruzione iraniana da parte dei ribelli sciiti nello Yemen, che avrebbe dovuto colpire Riad, si fa presto a definire lo scenario libanese come scenario di guerra.

Solo che questa volta, in Libano, lo scontro è troppo ravvicinato per non temere che possano essere gli stessi paesi leader a scendere in campo, con conseguenze devastanti: e se si pensa che dietro a ogni leader ce n’è un altro ancora più forte, il terrore ipotizzato da Ennio Remondino, che si possa arrivare a un confronto planetario Stati Uniti Russia non è irrealistico. Il recente mancato incontro Trump Putin, in Vietnam, sostituito da un breve e ottimistico comunicato unilaterale di Donald, non contribuisce certo a rassicurare troppo gli animi.
La situazione va letta per cerchi concentrici.

LIBANO: E’ GIA’ GUERRA?
Il fatto che il premier libanese denunci, da Riad e con un discorso che sembra scritto da un saudita, un Libano a rischio per i sunniti, che vengono consigliati di andarsene, viene inteso dagli sciiti come dichiarazione di guerra. Come dire che gli Hezbollah filoiraniani presenti a Beirut e dintorni costituiscono un pericolo mortale e che la convivenza è impossibile. Come mai Hariri non torna in patria a riprendere il controllo della situazione? Impossibile ristabilire l’ordine (ma, almeno tra sciiti e cristiani la situazione è tranquilla) oppure è l’Arabia Saudita che lo spinge a enfatizzare il conflitto per soffiare sul fuoco?

MEDIO ORIENTE: IN CHE CONDIZIONI SONO ARABI E IRANIANI E CHE RUOLO GIOCA ISRAELE?
Iran vincitore in Siria, in Iraq, nello scontro con l’Isis: arabi sconfitti ovunque, con un alleato sfuggente come la Turchia, all’attacco solo nello Yemen, in una situazione in cui non riescono comunque a spuntarla, nonostante i massacri di civili. Per l’Iran però, la gestione della vittoria non è semplice: i territori su cui va mantenuta la situazione creata con le guerre si è dilatata e l’allargamento dei confini ha messo in crisi qualsiasi impero, compreso quello romano; c’è forse bisogno di un periodo di assestamento. Per l’Arabia le cose stanno cambiando. Astro nascente è il principe Salman, che con qualche spruzzata di diritti umani a confondere le idee, sta in realtà compiendo un’epurazione su vasta scala dei possibili rivali interni. Obiettivo: non solo impadronirsi dei Ministeri chiave (Difesa e Interni) e della Guardia nazionale, ma anche quello di mettere sotto controllo il mondo dei media e della finanza. Primo obiettivo raggiunto, come nota Alberto Negri, l’incarcerazione di al Walid, magnate della Citybank e mega azionista di Tweeter. Vale a dire che, dopo gli smacchi militari subiti, non tanto direttamente quanto per interposta persona, tutto va messo sotto controllo e di conseguenza, bisogna andare subito all’attacco, sorprendendo i nemici esterni e prevenendo i concorrenti interni.
E’ su quel “subito” che l’alleato tradizionale israeliano potrebbe non essere d’accordo. Sul giornale della sinistra israeliana Haaretz è già apparsa un’intervista in cui l’ambasciatore Usa dei tempi di Obama avverte che Riad vorrebbe trascinare Tel Aviv in una guerra contro l’Iran, qui e ora. Curioso, finora sembrava piuttosto Israele a sollecitare l’impegno dell’alleato, preoccupato del sostegno iraniano ai palestinesi e alla possibilità che gli Hezbollah attaccassero dalle alture del Golan. Adesso potrebbe essere proprio Israele a gettare secchi di acqua gelida sugli orgasmi precoci del principe. In considerazione del fatto che lasciare la gestione dell’impresa nelle mani dell’iniziativa rampante di Salman non fornisce sufficienti garanzie. La questione andrà comunque decisa in tempi brevi.

RESTO DEL MONDO: USA CONTRO RUSSIA….E L’EUROPA, L’UCRAINA, I BALCANI?
Sarà che in fondo in fondo nessuno al mondo, nemmeno noi, è esente da una certa dose di egoismo, ma il fatto che l’esplosione annunciata in Medio Oriente possa indurre al conflitto globale Mosca e Washington, in misura tale da coinvolgere la stessa Europa, non ci lascia del tutto tranquilli. D’accordo con noi il presidente francese Macron, col cuore in occidente e il portafoglio a Teheran, che un sopralluogo presso Salman lo ha fatto di recente. Tralasciamo quindi quel molto di allarmante che accade in Estremo Oriente e magari anche qualche avvenimento latinoamericano oppure africano, che ci potrebbe turbare. Avvisaglie? Qualcuna. La Nato che chiede all’Europa di rafforzare le infrastrutture fa pensare a una prossimo inquietante aumento della circolazione dei carri armati sui nostri territori. Ma anche il mancato vertice Trump Putin in Vietnam, sia pure col surrogato delle quattro chiacchiere a passeggio come riferite da Trump, ma non certo valorizzate dai russi, indice a sospettare la permanenza di conti in sospeso non solo in Siria o Corea, ma anche in Ucraina. In questo senso il comportamento del governo di Kiev, possibile “Ufficio affari sotto banco” degli Usa, suscita qualche angoscia. E’ di ieri il ritiro degli ambasciatori tra Ucraina e Serbia. L’Ucraina dichiara di vedere nelle mosse dei serbi, orientati al non-allineamento, una vera e propria subordinazione ai voleri di Mosca e quindi lancia un grido di allarme che viene a sua volta ritenuto una provocazione da Belgrado. Solo un poco innocente flirt tra il governo ucraino, contaminato da componenti storicamente filonaziste e gli ustascia antiserbi della Croazia, di estrema destra, non più così amati in Europa come qualche anno fa?

Certo, se dietro ci fosse un progetto strategico di Washington anche l’Europa non potrebbe tirarsi fuori da un risiko su scala mondiale sempre più inquietante. E l’Italia con essa.