“BRUCIATE LA STREGA!” LA FILOSOFA JUDITH BUTLER AGGREDITA IN BRASILE DAI “NO GENDER”

DI FRANCESCA CAPELLI

Non importa che tu sia una delle più importanti filosofe post-strutturaliste viventi. Non contano le tue pubblicazioni su Hegel e Nietzsche. Non conta nemmeno che i tuoi libri sul femminismo e la teoria queer, ma anche su etica e politica, siano tradotti in 20 lingue.
Insomma, puoi anche essere Judith Butler, insegnare a Berkeley (con la moglie, la filosofa Wendy Brown), tenere conferenze in tutto il mondo. Niente di tutto questo ti metterà al riparo dagli attacchi dei fondamentalisti cattolici, i cosiddetti “no gender”, che proprio nei giorni scorsi hanno preso di mira la filosofa, invitata in Brasile per una serie di lezioni all’università.
Il suo arrivo è stato preceduto da accese manifestazioni (molte delle quali a favore). Circa 370 mila persone hanno firmato una petizione di protesta online. Manifestanti contrari alle sue idee l’hanno aggredita brandendo crocifissi, al grido di “Bruciate la strega!”.
Persino alla partenza, mentre stava per imbarcarsi all’aeroporto di Congonhas (San Paolo), una donna è riuscita a eludere la sorveglianza e a scagliarsi contro Wendy Brown, scambiandola per la studiosa, per poi insultarla in inglese e portoghese. “È la personificazione della teoria del genere, una falsa accademica che difende una falsa ideologia”: con queste parole ha spiegato le ragioni del suo gesto.
Irrilevante, per coloro che protestano, il fatto che negli ultimi anni Judith Butler abbia accantonato il suo interesse per le questioni di genere per concentrarsi sul conflitto tra israeliani e palestinesi. Nemmeno un tema così spinoso e le sue prese di posizione contro le politiche dello stato di Israele sono riusciti a distogliere l’attenzione dei suoi detrattori dalla loro ossessione: il presunto effetto distruttivo di Butler sulla crescita armonica e serena dei loro figli. Perché ovviamente bambini di 6 anni o ancora più giovani leggono opere come “Corpi che contano. I limiti discorsivi del sesso” (pubblicato in Italia da Feltrinelli), “Fare e disfare il genere” (Mimesis), “Questioni di genere” (traduzione prudente, fatta da Laterza, del titolo inglese “Gender trouble”, a cui il mondo ispanofono ha preferito “El género en disputa”).
Cosa sostiene esattamente Judith Butler e che cosa sarebbe la “teoria gender”? In realtà non esiste una “teoria gender”, intesa come un complotto della comunità gay per trasformare i bambini in future prede per la concupiscenza dei suoi componenti. Dagli anni ‘70, però, si sono sviluppati nelle università di tutto il mondo gli studi sul genere (“gender studies”), basati su un approccio interdisciplinare prima, transdisciplinare oggi. Affrontano il significato socio-culturale della sessualità e si concentrano sull’identità di genere non più come semplice dato, biologico ma come il risultato congiunto di biologia, genetica, educazione, cultura e interazione sociale. Non si tratta di una vera e propria materia, ma di un metodo interpretativo applicabile a qualsiasi disciplina: dalla sociologia alla politica, dalla teologia alla letteratura.
L’obiettivo iniziale era dare visibilità a quella parte di società dimenticata dall’accademia. Non a caso, i “gender studies” sono contigui agli studi post-coniali, alla storia delle donne e delle minoranze etnico-linguistiche.
Judith Butler va oltre l’idea dell’identità di genere come costruzione sociale, per sostenere che tutto il binario (uomo-donna, etero-omoessuale, gay-lesbica…) siano prodotti artificiali, risultato di una ripetizione – in questo senso performativi – che fa li fa apparire come naturali. Insomma, riflessioni che possono essere sottoposte, come sempre avviene nel mondo accademico, a critiche e approfondimenti, ma che non si propongono nessun intervento normativo o contronormativo nell’educazione dei bambini e degli adolescenti.
Un’ultima osservazione: chi contesta Judith Butler e i “gender studies” dovrebbe scegliere una definizione diversa da “No gender”. Perché questa locuzione significa esattamente ciò che con tanta energia vorrebbero combattere.