I PARADISI FISCALI PIACCIONO ANCHE ALLA REGINA ELISABETTA

DI GIORGIO DELL’ARTI

La famosa trasmissione Report, un tempo condotta da Milena Gabanelli e oggi da Sigfrido Ranucci, è andata eccezionalmente in onda ieri pomeriggio alle tre e mezza ed è nuovamente in palinsesto stasera intorno alle 21. Il tema di ieri e quello di stasera è identico: i Paradise Papers.

Sarebbero?
Carte del Paradiso. Niente di angelico, purtroppo. Si tratta dei paradisi fiscali e le carte in questione sono i tredici milioni di documenti piovuti chi sa da dove sui tavoli della tedesca Süddeutsche Zeitung e da questa condivisi con quotidiani e settimanali che fanno parte del Consorzio internazionale dei giornalisti d’inchiesta (o investigativi), appartenenti a 96 testate di tutto il mondo. Per l’Italia, L’Espresso.

Che cosa hanno trovato i giornalisti delle 96 testate?
Che un sacco di ricconi, nel mondo, mandano i loro soldi nei paradisi fiscali. Lo sapevamo già, ma stavolta ci sono i nomi e i cognomi. Il nome più sorprendente è quello della regina Elisabetta, ma Ranucci ieri non ha parlato della sovrana (che comunque non è un evasore e il movimento dei suoi capitali risulta in linea con le leggi vigenti nel suo paese). Gli studi al centro dell’inchiesta sono Appleby e Asiaciti di Singapore, cioè se lei ha qualche miliardo di dollari da piazzare in un posto sicuro e lontano dagli occhi del fisco, questi sono gli studi professionali a cui deve rivolgersi e dei quali, naturalmente, non le darò né telefono né indirizzo. Si è servito di questi professionisti, per esempio, il ministro per il Commercio americano, Wilbur Ross, e dalle carte si evince che i rapporti tra costui e i russi erano molto stretti, il che porta la storia dei Paradise Papers a intrecciarsi con quella del Russiagate (come si chiama lo scandalo dell’eventuale aiuto russo all’elezione di Trump). Siccome nessuna fonte parla mai senza una ragione, da questo dettaglio potremmo arguire che i materiali arrivano dagli ambienti democratici americani, non solo battuti da Trump al momento del voto, ma devastati durante la campagna elettorale dagli hacker di Putin. Naturalmente non c’è solo questo.

Che altro?
Emergerebbero anche gli affari di Stephen Bronfman, responsabile della raccolta fondi del premier canadese Justin Trudeau. Proprio la società di investimenti di Bronfman, la Claridge, avrebbe aiutato altri imprenditori a spostare milioni di dollari nei paradisi fiscali con lo scopo di evitare di pagare tasse in Canada, Stati Uniti e Israele. Tra le carte ci sono anche i meccanismi societari attraverso i quali i colossi Apple, Nike e Uber hanno evitato di versare denaro nelle casse del fisco dei vari paesi in cui operano. C’è poi la strana storia degli aerei parcheggiati nell’isola di Man per risparmiare la tassa di importazione. Uno di questi è Hamilton, il campione di Formula 1. Benché ricco di un patrimonio 130 milioni di sterline, al grande pilota non piaceva di dover versare un’Iva di 3,3 milioni per l’importazione del suo Bombardier acquistato nel 2013 per 16,5 milioni di sterline e così si rivolse ad Appleby, che a sua volta chiese la consulenza di Ernst & Young. I consulenti misero a punto uno schema di società piazzate tra le Isole Vergini e Guernsey e grazie a questo schema Hamilton ha risparmiato i suoi soldi. Nel giro dei ricchi la cosa s’è saputa e oggi l’isola di Man possiede un aereo ogni 84 abitanti.

Com’è possibile che persino la regina Elisabetta sia ricorsa a questi trucchi?
Ma di famoso non c’è mica solo la regina Elisabetta. Per Singapore sono passati il cantante benefattore Bono, Madonna, Paul Allen co-fondatore di Microsoft, il magnate George Soros. L’Espresso rivela anche che a eludere il fisco grazie agli studi Appleby e Asiaciti sono stati i Legionari di Cristo, dimentichi evidentemente non solo delle parole di Gesù («date a Cesare…» con quel che segue), ma anche della dura reprimenda pronunciata da papa Francesco contro chi non paga le tasse dove dovrebbe pagarle. Quanto a Elisabetta bisogna sapere che la regina è avara, a Buckingham Palace tiene la stufetta accesa per risparmiare sul riscaldamento centrale. Avrebbe investito alle Bermuda e a Cayman dieci milioni di sterline attraverso l’immobiliare Ducato di Lancaster che amministra i 500 milioni della sua ricchezza privata. Niente di illegale, però. Elisabetta non sarebbe tenuta a versare nulla al Fisco, ma dal 1993 ha deciso di contribuire di sua iniziativa all’erario britannico versando le imposte dovute sui suoi beni. Nei fondi offshore è investito lo 0,3% del suo patrimonio.

E gli italiani?
Non troppa roba, finora. Un aereo di Berlusconi, che intanto è stato venduto, il finanziere Bonomi, quello che si voleva comprare il Corriere della Sera e fu sconfitto da Cairo, la Vitrociset dei Cruciani che ha un sacco di contratti con la nostra pubblica amministrazione. I Cruciani, però, rispondono che loro non pagano le tasse in Italia perché vivono effettivamente all’estero…