PFAS, COMMISSIONE REGIONALE VENETA SEGRETA: ACCORDO M5S LEGA


DI MARCO MILIONI

C’è una grana giunta dalla terra veneta che potrebbe mettere in grande imbarazzo il M5S. La querelle ha come oggetto il vincolo di segretezza che è stato imposto ai lavori e ai verbali della commissione speciale Pfas istituita presso il Consiglio regionale del Veneto, che vede il grillino Manuel Brusco alla presidenza. La decisione sarebbe arrivata dopo un accordo ad alto livello con la Lega. Il che non sarebbe stato preso affatto bene dalla base del movimento.

IL CASO PFAS E LA COMMISSIONE
Dal 2013 tutto il Veneto centrale è interessato da un gigantesco caso di contaminazione da derivati del fluoro, i Pfas, con un bacino di residenti potenzialmente esposti che interessa 350mila persone se non di più (Alganews se n’è occupato non molto tempo fa). Al centro dell’affaire inquinamento è finita la Miteni, una fabbrica della provincia di Vicenza, già nell’orbita della Marzotto e dell’Eni e oggi in mano a una holding germanico-lussemburghese. Ad indagare sono i carabinieri veneti del Noe coordinati dalla procura berica. Ma la situazione è monitorata anche dall’Arpav, l’agenzia ambientale della Regione Veneto, nonché dalla Commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti, nota come Ecomafie, che da mesi sta passando ai raggi X protagonisti e circostanze legati ad un caso che al momento nel genere è il più grave al mondo. A fronte di eventi da tale portata anche il Consiglio regionale del Veneto ha deciso di vederci chiaro istituendo una commissione ad hoc, presieduta dal veronese Manuel Brusco, consigliere regionale del M5S.

PRIMI ATTRITI
Era la metà di settembre quando lo stesso Brusco (in foto) prese posizione rispetto alle indiscrezioni che parlavano di tremendi mal di pancia in seno al Consiglio regionale, ma anche nella base dei Cinque stelle. Oggetto del dissidio era il vincolo della segretezza che la stessa commissione avrebbe chiesto per i lavori: ad un livello così alto da superare per certi versi anche quello della commissione parlamentare cugina, ovvero la Ecomafie. La quale per vero, tranne che per i verbali espressamente secretati, pubblica con dovizia di dettaglio tutti gli atti e tutti i resoconti stenografici. Dalle colonne del quotidiano Vvox.it Brusco raccontò di non ritenere opportuno in quel momento spiegare nel dettaglio circa la eventuale volontà da parte della commissione di mantenere secretati i lavori o ancor meglio i verbali. Assicurando però che di lì a poco avrebbe chiarito ogni circostanza anche avvalendosi della consulenza degli uffici.

Nel frattempo sono passati due mesi. Brusco a chi scrive, e si tratta di una novità assoluta, spiega che la decisione di imporre un vincolo totale di segretezza, è stata assunta anche su suggerimento dei funzionari, nonché su input dell’ufficio di presidenza. Che per l’appunto è costituito da Brusco quale esponente della minoranza e dai consiglieri di maggioranza Alessandro Montagnoli della Lega Nord e Alberto Villanova, esponente del gruppo che fa capo alla lista personale del governatore del Carroccio Luca Zaia. Più nel dettaglio Brusco sottolinea che «sia l’ufficio di presidenza che i funzionari a supporto hanno spiegato il motivo per cui è opportuno andare avanti con questo vincolo di riservatezza». Il che secondo il presidente, tra le altre circostanze, garantirebbe più tranquillità alle persone chiamate a testimoniare.

L’INGHIPPO
Tuttavia l’unico soggetto titolato a chiedere la segretezza dei resoconti è la commissione nella sua interezza se e solo se c’è una richiesta in tal senso votata a maggioranza qualificata dai due terzi dei componenti. Così stabilisce il regolamento del consiglio regionale. Che all’articolo 35 recita: «La commissione decide, con la maggioranza dei due terzi dei voti rappresentati dai suoi componenti, quali dei suoi lavori debbano rimanere segreti». Mentre l’articolo successivo, il 36, stabilisce che la disciplina sulla riservatezza che si applica alle commissioni ordinarie vale pure per quelle speciali: «Le commissioni temporanee e le commissioni speciali d’inchiesta, istituite rispettivamente ai sensi degli articoli 43, comma 4, e 45, comma 2, dello Statuto, regolano i propri lavori secondo le modalità previste dal presente capo». Ed è proprio il combinato disposto di questi due articoli il quale sancisce il principio in forza del quale si può derogare dalla pubblicità dei lavori solo con un voto a maggioranza qualificata che per ammissione di Brusco non c’è mai stato. Se ne ricava che gli ordini convocazione per le persone «audite» che richiamano alla segretezza dei lavori non solo potrebbero essere nulle, ma potrebbero a loro volta configurare illeciti amministrativi o finanche penali se si riscontrassero violazioni dell’articolo 479 del codice penale che sanziona il falso in atto pubblico.

Brusco chiamato ad esprimere un suo punto di vista anche su questo aspetto ha spiegato che si riserva «di sottoporre la questione» ai funzionari della commissione precisando altresì che la scelta del vincolo di segretezza è stata adottata «a monte» dall’ufficio di presidenza prima dello svolgimento «della prima seduta» della commissione. Di più, aggiunge comunque che i media fanno bene a porre queste domande in modo che sull’argomento si possa discutere al meglio. Si tratta di una ammissione che potrebbe scatenare polemiche a non finire non solo nella base del M5S, ma anche in quella parte dei comitati che da tempo contesta alla Regione Veneto un atteggiamento poco incisivo sulla vicenda Pfas.

ASPETTI GENERALI
In realtà la querelle trascende la singola vicenda della commissione Pfas perché una scarsa propensione dell’amministrazione regionale alla trasparenza è emersa in altre circostanze. Basti pensare al diniego di accesso agli atti per alcune «pratiche pesanti» relative alla Pedemontana veneta, uno dei cantieri in opera tra i più importanti nel Paese. Il che peraltro ha scatenato la dura reazione di una parte delle opposizioni che da anni però sull’argomento hanno un comportamento altalenante che oscilla tra il j’accuse e la critica «low profile». All’oggi per la cronaca la maggioranza in consiglio regionale è retta da Lega, Fi, Fdi, centristi e autonomisti, nonché dalla lista personale del governatore Zaia, mentre all’opposizione siedono, pur in modo variegato, Pd, M5S e la lista che fa riferimento all’ex sindaco di Verona Flavio Tosi, un tempo punta di diamante del Carroccio veneto e poi uscito per un dissidio insanabile coi vertici del partito.

IMBARAZZI PENTASTELLATI
Frattanto però le voci sulla condotta tenuta da Brusco ha cominciato a suscitare imbarazzi tra gli attivisti, soprattutto in quella parte del movimento che tra gli ospiti di palazzo Ferro Fini, sede del consiglio regionale, vede un atteggiamento troppo morbido verso la Lega; non mancano gli ipercritici che parlano di vera e propria «intelligenza col nemico». Ovviamente la critica è politica e in questo senso quest’ultima ha avuto uno dei suoi apici quando i Cinque stelle nella regione che fu della Serenissima si sono spaccati tra «filoleghisti» e «antileghisti» nel momento in cui si è trattato di schierarsi pro o contro il recente referendum sull’autonomia.

Tant’è che il «leit motiv» che domina negli ambienti più critici del movimento è questo: “ma a che titolo a Roma il M5S sbraita contro il bavaglio ai giornalisti per la nuova norme sulle intercettazioni, quando poi è uno dei nostri a mettere il bavaglio alla pubblicità dei verbali di una commissione che dovrebbe occuparsi di un problema ambientale e sanitario tanto drammatico? E con quale faccia un movimento che ha fatto della trasparenza a oltranza si barrica dietro una scelta, quella dell’ufficio di presidenza capitanato da Brusco, che va nella direzione contraria? Il dubbio, moltiplicatosi nelle ultime ore è che il riserbo, silenziosamente invocato dalla maggioranza leghista per coprire un eventuale lavoro poco incisivo della commissione, sia stato, magari ob torto collo, accettato anche dalle opposizioni, Cinque stelle in primis.