IL TRIBUNALE DI LONDRA CONDANNA UBER: PIU’ DIRITTI AI LAVORATORI

DI ROBERTO BALANZIN

Uber, gigante della sharing economy, è stata condannata dal Tribunale del Lavoro di Londra. L’azienda, che fornisce un servizio di trasporto automobilistico privato collegando direttamente, tramite app, autisti e passeggeri dovrà assicurare ai suoi autisti diritti come le ferie e il riposo pagati ed un salario minimo. Viene confermata dunque la sentenza dello scorso anno che riconosceva tali diritti a due autisti Uber.

Un duro colpo all’azienda con sede a San Francisco, che nel frattempo, sempre nel Regno Unito, sta lottando per mantenere la licenza per operare a Londra dopo le minacce di revoca da parte della Transport for London, l’autorità regolatrice dei trasporti, e da parte del Sindaco della capitale britannica Sadiq Khan che poco più di due mesi fa aveva avvertito Uber che “tutte le compagnie operanti a Londra devono rispettare le regole”.

La sentenza del tribunale si applica a tutti i 50 mila autisti Uber del Regno Unito (40 mila operano nella sola Londra) e la reazione dell’azienda non è mancata: Tom Elvidge – Acting General Manager di Uber UK – con una nota ufficiale ha affermato che “La maggior parte dei tassisti e degli autisti di noleggio privato sono stati considerati, per decenni, lavoratori autonomi, molto prima che la nostra app esistesse (…) Il motivo principale per cui gli autisti utilizzano Uber è che la nostra app dà loro la libertà di scegliere se, quando e dove effettueranno il loro servizio, motivo per cui abbiamo intenzione di andare in appello”. Per Uber i propri autisti non sono da considerarsi lavoratori dipendenti bensì autonomi e cosi la decisione di portare in appello la sentenza del Tribunale del Lavoro di Londra, annunciando di essere disposti a portare il caso fino alla Corte Suprema Britannica.

L’azienda californiana non è nuova a sconfitte legali e risarcimenti; a Gennaio 2017 la US Federal Trade Commission ha condannato Uber a pagare una tassa di 20 milioni di dollari come risarcimento a seguito di una campagna riguardo le prospettive di introito illusorie e fittizie ai danni dei nuovi driver: in molti, infatti, attirati dalle cifre da capogiro millantate da Uber, avevano contratto un debito per effettuare un leasing su nuovo veicolo, acquistato proprio attraverso il programma Uber Solution.

Per le stesse ragioni, nel 2016, Uber ha dovuto pagare 384 mila dollari a cui vanno aggiunti 10 milioni per false dichiarazioni fornite in occasione dei controlli in background, senza contare che dal 2013 un class action di autisti della California e del Massachusetts ha fatto causa all’azienda che rischia di dover sborsare una cifra pari a 100 milioni.

La decisione del Tribunale di Londra è solo l’ultima di tante che vedono come protagonista l’azienda di trasporti privati, una delle aziende più influenti al mondo, valutata quasi 70 miliardi di dollari. Quel che è certo è che rappresenta una tappa fondamentale per la regolamentazione della cosiddetta gig-economy e aprirà, sicuramente, la strada a nuovi ricorsi, class action e cause che come in questi anni sono state portate avanti da uomini e donne, autisti, lavoratori che nulla hanno chiesto se non il diritto ad essere riconosciuti come tali.