GOLPE IN ZIMBABWE. AGLI ARRESTI IL PREMIER MUGABE 90 ANNI, UN PEZZO DI STORIA AFRICANA


DI ALBERTO TAROZZI

In Zimbabwe è colpo di stato. I militari hanno deposto il Presidente Mugabe un pezzo di storia africana, al potere come premier e poi come presidente dal 1980. Sua moglie, più giovane di 40 anni e candidata premier è fuggita in Namibia.
Ripercorrere la storia di Robert Mugabe equivale ad attraversare la storia africana degli ultimi 60 anni. A cominciare dalle lotte contro il regime razzista della Rhodesia di Ian Smith per proseguire con la fase di transizione che tra il 1979 e il 1980 precedono le elezioni che segnano la sua presa del potere.

Nel nome del marxismo e della lotta anticoloniale e con le contraddizioni che l’uscita dei paesi africani dal colonialismo ha quasi sempre fatto emergere.
Dapprima gli scontri etnici che fino al 1987 vedono il governo di Mugabe soccorso dai nordcoreani, poi, paradossalmente con un periodo di reiterati consensi da parte dei governi e del capitale finanziario occidentale.
Non riesco a dimenticare quando, nel 1991, in una Conferenza all’Ocse, mi capitò di sentire l’esponente del Fondo Monetario Internazionale dire che i paesi poveri si dividevano in due grandi categorie “Quelli che necessitano di aiuti e non se li meritano; quelli che meriterebbero aiuti ma non ne hanno bisogno. Un’unica eccezione: lo Zimbabwe”. Intendeva dire che in tutta l’Africa Robert Mugabe, il marxista, era l’unico leader impegnato a fare uscire il suo paese dalla povertà ricorrendo al libero mercato.
E così nel 1994 Mugabe viene nominato cavaliere Comandante dell’Impero Britannico.

Nonostante queste credenziali il flirt tra Mugabe e l’occidente non fu destinato a durare a lungo. La sua Riforma agraria prese infatti soprattutto di mira le proprietà agricole dei bianchi rimasti nel paese. Fu lo scontro frontale.
Gli espropriati denunciarono la natura clientelare degli espropri. Alcuni successi sul piano sociale come la sconfitta dell’analfabetismo si intrecciarono con le avventure militari in Congo e le accuse di Amnesty del 2005 relativamente alle migliaia di morti ammazzati negli scontri etnici contro i gruppi dell’opposizione. Lo Zimbabwe comunque, a dispetto degli auspici del FMI di una decina d’anni prima, non uscì dalla miseria, né con Marx né col mercato.

Lo Zimbabwe viene cacciato dal Commonwealth, ma Mugabe tiene duro. Solo aggancio con l’occidente le visite in Vaticano (2005 e 2011), per i funerali e la successiva beatificazione di Wojtyla (alla base della cultura del presidente c’è un’educazione cattolica presso i gesuiti).
Per consolidarsi in patria non avendo ottenuto i pieni poteri riesce comunque, nel 2007, a garantirsi una rielezione dopo l’altra.
L’ultima ipotesi di ripresentarsi, novantenne, il prossimo anno è del 2016. Ma la sua fragilità fisica lascia balenare uno scenario che vedrebbe invece la candidatura della first lady, non particolarmente amata in patria per lo sfoggio di un’eleganza ritenuta eccessiva, viste le condizioni del paese.

Pare che questa crescente ostilità diffusa abbia facilitato un’operazione nell’aria da tempo, ma chi riuscirà a prevalere una volta deposto il presidente non è dato sapere. 60 anni di storia africana non si possono sintetizzare in una previsione che avrebbe il sapore di una scommessa. È comunque dato per certo che lo scontro vede come protagonisti, da un lato, la moglie di Mugabe, fuggita in Namibia, alleata con un potentato soprannominato dai nemici “cricca dei 40”; dall’altro il vecchio potentato dei militari, oggi apparentemente vincente. I militari pare appoggino Emmanuel Mnangagwa, il vicepresidente recentemente deposto e riparato in Sud Africa. Questa appare oggi costituire la cordata vincente.