TOMMASI: IL SINDACALISTA CONTRO I MULINI A VENTO

DI- STEFANO ALGERINI

Non è mai stato esattamente un allegrone Damiano Tommasi, i suoi rari sorrisi sono più che altro piccole increspature del labbro superiore, ma ieri pomeriggio uscendo dall’assemblea degli stati generali del calcio tenutasi a Roma “il barometro” della sua faccia segnava tempesta. Comprensibile: lui pensava che la disfatta massima, la mancata qualificazione al mondiale, portasse con sé il naturale cambio di tutto ciò che c’era da cambiare. E invece no povero Damiano, la Fortezza Bastiani del nostro calcio resta al suo posto: inattaccabile, inscalfibile, inviolabile. A niente erano serviti scandali assortiti e figuracce (e anche figurine ultimamente…) di ogni tipo, crollo degli spettatori negli stadi e crollo dell’interesse per il nostro campionato appena superato il confine, e niente ha potuto anche “l’armageddon” della figuraccia epica dell’altra sera.

Superata la delusione però Tommasi sicuramente andrà avanti, è salcigno lui: montanaro, terzo di cinque figli, ha sempre fatto ciò che gli diceva il cuore fregandosene di ciò che il resto del mondo pensava o diceva di lui. Per lunghi anni lo hanno chiamato “anima candida”, cercando di farne una macchietta, solo perché non nascondeva di essere un credente e di avere certi valori che nel mondo del calcio normalmente si tengono nascosti perché altrimenti si va contro l’immaginario collettivo del guerriero tutto muscoli e testosterone. Invece lui è uno che si è sposato la fidanzata delle medie e con lei ha deciso di passare tutta la vita, alla faccia delle occasioni infinite che si presentano ad un calciatore di serie A, e fregandosene allegramente degli scuotimenti di testa dei suoi compagni di squadra.

E’ stato anche “lo sherpa” dei calciatori verso l’estremo oriente Tommasi. Primo italiano a sbarcare nel campionato cinese, quando la via non era ancora lastricata d’oro come adesso: era il 2009, e sembrava l’ennesima trovata originale di un personaggio strambo (per il mondo del calcio). Ma a lui interessava fare un’esperienza di vita e, tanto per cambiare, chiuse i padiglioni auricolari ed andò dritto per la sua strada. E a quanto pare fece bene, visto che ancora adesso quando parla di quell’esperienza gli sorridono gli occhi (solo quelli, per carità) ed è lieto di poter dire che la sua famiglia, abbastanza spaventata allora all’idea, adesso guarda con amicizia alle persone con gli occhi a mandorla.

E’ il “Luciano Lama” del mondo del calcio adesso Damiano Tommasi, ruolo per niente comodo: gestisce 17.000 associati, perché sotto il suo controllo oltre al calcio maschile ci sono anche calcio femminile, calcio a 5 e beach soccer. Ma per tutti lui è il difensore dei calciatori di seria A, dei ricchi, dei privilegiati. E quindi deve combattere giornalmente con quello che è il mantra di ogni “sportivo” appoggiato al bancone del bar: “Con tutto quello che guadagnano”. Frase che è una specie di aceto balsamico: va bene su tutto. Li aspettano con i bastoni al ritorno da una trasferta disastrosa? Vengono insultati, loro e famiglia fino alla sesta generazione, su internet? Li fanno giocare in inverno in notturna su delle piste da ghiaccio invece che su campi di calcio? La risposta è sempre quella: “beh, con quello che guadagnano…” Anche se poi di quei 17.000 quelli che guadagnano davvero sono una piccolissima minoranza.

Con questo poi ci sono lavori peggiori del suo, sia chiaro. Però è curioso che a fare il difensore dei diritti dei pedatori italici sia uno che una dozzina di anni fa quei diritti se li tolse di sua sponte: era il 2005 e Tommasi decise di firmare un contratto al minimo dello stipendio possibile (1.500 euro al mese) con la Roma perché non voleva pesare sulle casse societarie, dopo essere stato fermo più di un anno dopo essersi fracassato il ginocchio, senza certezze di poter tornare quello di prima. Decisione quella che lo fece diventare un idolo dei tifosi ma che, tanto per cambiare, portò con sé anche le frecciate velenose di chi la vedeva come un tentativo di prendersi qualche titolo di giornale, qualche fondo colmo di elogi. Ma anche in quel caso il nativo di Negrar andò dritto per la sua strada, anche se adesso probabilmente consiglierebbe uno dei suoi assistiti di comportarsi in maniera diversa senza… seguire il suo esempio.

E, superata l’arrabbiatura di ieri pomeriggio, come si diceva all’inizio, molto probabilmente Tommasi andrà diritto per la sua strada ancora una volta. Pur consapevole che quando si ha a che fare con i vertici del calcio italiano la battaglia è simile a quella di un certo Don Chisciotte contro quei curiosi edifici muniti di pale. Lui a ben guardare potrebbe essere anche l’uomo giusto per un cambiamento vero, totale, definitivo, del nostro sport nazionale. Peccato che non glielo faranno mai fare. Insomma l’uomo giusto nel posto giusto, ma con intorno tutto quanto di sbagliato ci possa essere.