ZIMBABWE: GOLPE DAI TONI BASSI SE NON CI SI METTE LA CAMERA DEI LORD

DI ALBERTO TAROZZI

Quasi golpe ieri nello Zimbabwe. I requisiti del golpe ci sarebbero quasi tutti, ma si dice che non sia opportuno chiamarlo così.

In tal caso infatti l’Unione degli Stati africani dovrebbe intervenire senza sapere bene che pesci pigliare: sostenere un regime legittimo, ma in via di dissoluzione, oppure il vecchio gruppo di potere messo nell’angolo dalla moglie del presidente, centrato sui militari, che non avrebbe tutte le carte in regola dal punto di vista della democrazia, ma tutto sommato offre maggiori garanzie dei rivali?

Le notizie della Bbc dalla capitale Harare sono tranquillizzanti: la moglie di Mugabe in viaggio premio pare in Namibia e con biglietto di sola andata; il premier agli arresti domiciliari, ma che tranquillizza sulle condizioni i vecchi amici sudafricani, quelli che ai tempi dell’apartheid trovavano asilo presso di lui. E’ soprattutto la posizione dei sudafricani, paese leader dell’Unione che merita attenzione. Formalmente amici di Mugabe hanno però offerto ospitalità a Emmanuel Mnangagwa, il suo vice spodestato a furor di first lady, il quale, sentendo l’aria che tirava, aveva chiesto protezione da quelle parti.

Oggi sono loro, i sudafricani eredi di Mandela, il referente delle Nazioni Unite, nel garantire che mantenendo i toni bassi si può evitare il precipitare della situazione.

In fondo si è creato un contesto che se non conviene a tutti può però costituire il male minore per la più gran parte dei soggetti in questione, compresi gli sconfitti.

La first lady con aspirazioni di succedere “ereditariamente” al consorte potrà godere altrove di un tesoretto che si presume consistente.

L’ultranovantenne Mugabe finirà i suoi giorni senza processi beatificatori, ma comunque in maniera dignitosa.

La “cricca dei 40” che puntava sulla first lady per prendere in mano le leve del potere, sottraendole ai militari, dovrà rinunciare ai propri giochi proibiti, ma dovrebbe comunque portare a casa la pelle, che, per come si stanno mettendo le cose, sarebbe il male minore.

Passiamo a vedere il campo dei presumibili vincitori.

Il blocco dei militari avrà ristabilito una situazione favorevole che era parsa sfuggire di mano nel momento in cui Mugabe aveva spodestato il loro alleato Mnangagwa, spaccando oltre tutto pericolosamente il partito al potere.

Ancora meglio per il vice di Mugabe che tornerà in patria con tutti gli onori ed essendosi liberato della rivalità della first lady.

Un pensiero in meno per Unione degli Stati africani e per il Sud Africa, che correva il rischio di vedere il fallimento di un’opera di mediazione sotterranea in atto da tempo e che vede probabilmente coinvolta anche l’opposizione (teniamo presente che il vice di Mugabe fa invece parte del suo stesso partito).

E soprattutto gli abitanti dello Zimbabwe che eviteranno, si spera, lo scatenarsi di un conflitto che potrebbe degenerare nel sangue di scontri etnici feroci, come quelli verificatisi negli anni 80.

Fin qui stando alle cronache della Bbc, unica emittente qualificata presente in loco.

Abbiamo provato a trovare qualche informazione in più presso i cooperanti allo sviluppo in East Africa: diverse conferme e qualche dubbio.

Finora non si segnalano episodi sanguinosi nella capitale; nessuna delle parti in causa si è fin qui spinta ad innalzare i toni. Il clima della diplomazia internazionale non va oltre qualche legittimo segnale di preoccupazione.

Però non va nemmeno trascurato il fatto che le variabili sono molteplici e che, in questi casi, la complessità non è destinata a sciogliersi come d’incanto.

Inoltre, senza voler cadere nel complottismo, non va dimenticato quanto avvenne ad inizio millennio. La riforma agraria di Mugabe espropriò con energia tutti i White settlers (i coloni bianchi della vecchia Rodesia razzista) mettendo a rischio il governo sul piano internazionale. Come dire che nei giri dell’economia finanziaria e capitalista che contano non si è mai perdonato a Mugabe di non avere mai accettato fino in fondo le indicazioni del neoliberismo, come era parso loro negli anni 90.

Tanto più che molti di quei coloni espropriati sono tuttora rappresentati, in forma diretta o indiretta, alla Camera dei Lord. Possibile che approfittino della messa in un angolo di Mugabe per rivendicare compensazioni in cambio delle perdite di terra di 15 anni fa?

Questo la Bbc non ce lo racconta e forse, ci dicono, si tratta solo di supposizioni maligne, ma se così non fosse l’abbassamento dei toni diventerebbe davvero problematico.