MA MONTALBANO NON E’ GOMORRA

DI RAFFAELE VESCERA


A Uno Mattina, il giornalista Franco Di Mare dice giustamente che Gomorra condanna Napoli ai pregiudizi.” Qualcuno, in disaccordo con Di Mare, commenta sul web che se così fosse anche Camilleri con il suo Montalbano getterebbe fango sulla Sicilia, poichè scrive di faccende criminali.
Ma come si fa a paragonare Montalbano, che contrasta il crimine in una società civile mostrata, com’è giusto che sia, in tutti i suoi aspetti, positivi e negativi, qual è ovunque nel mondo, con una rappresentazione oscena e caricaturale tipo gomorra, dove Napoli appare solo e soltanto come un’orrorifica e irredimibile città del male? Lo scopo ci pare sia quello di solleticare i cattivi sentimenti umani e diffondere terrore. Certo, il crimine esiste, appartiene alla primitiva natura umana, e bisogna parlarne, magari come lo facevano i Greci, mantenendo l’osceno fuori scena (O-sceno significa per l’appunto ciò che deve restare fuori scena, poichè dannoso da mostrare).

La letteratura pulp è quanto di peggio ha prodotto il Novecento, mira a turbare la fantasia umana senza fornire un percorso di purificazione, come avveniva nella tragedia greca. Equivale alla droga e al gioco d’azzardo che riescono a impossessarsi delle persone, approfittando delle loro debolezze per trascinarle in un inferno senza fine di un mondo altro, parallelo e avulso da quello reale.
Vero, tutto ciò può piacere a molte persone, ma assecondare vizi e debolezze per riscuotere successo è un’operazione commerciale senza scrupoli. Non metto in dubbio le buone intenzioni di Saviano, il quale probabilmente si illude che la rappresentazione estrema del male possa far scattare il disgusto e la ribellione, ma per ora suscita solo disgusto. Dopotutto, le vie dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni.

Per una migliore comprensione delle responsabilità degli scrittori meridionali, aggiungo la lettera di Luigi Capuana a Giovanni Verga:
“Hai sentito, in questa occasione, anche tu, o Giovanni Verga, la stessa acuta punta di rimorso, ripensando alla tua “Vita dei campi”, alle tue “Novelle rusticane”, dove vive felicemente e per l’eternità la parte più umile del popolo siciliano, con le sue sofferenze, con la sua rassegnazione orientale, con le sue forti passioni, con le sue ribellioni impetuose e con suoi rapidi eccessi? Poveri illusi! Secondo le nostre diverse forze, le diverse tendenze, i diversi caratteri dell’ ingegno, noi credevamo di produrre unicamente uno schietto lavoro d’arte (…) e preoccupati soltanto del problema artistico intenti di dare risalto a quanto vi ha di più singolare nella natura di quei personaggi, non abbiamo mai sospettato che la nostra sincera opera d’arte, fraintesa o mal interpretata, potesse venire adoprata a ribadire pregiudizi, a fortificare opinioni storte o malevole, a provare insomma il contrario di quel che era la nostra sola intenzione rappresentare alla fantasia dei lettori (…). Il pubblico, o meglio certo pubblico, badando soltanto al duello rusticano tra il tuo compare Alfio e Turiddu Macca, giudicando alla lesta, si è incaponito a credere che il famoso grido: – Hanno ammazzato compare Turiddu! – sia la tipica rivelazione dei costumi siciliani e non ha più voluto udir altro. Se questo fa onore alla tua opera d’arte e ne attesta la grande vitalità – il Mascagni e il Sonzogno dovrebbero accenderti un bel cero – dimostrerebbe pure che la maggioranza degli stessi italiani forse non conosce altra Sicilia all’infuori di quella da te, del nostro Federico di Roberto e da me rappresentata nelle novelle e nei romanzi e da te popolarizzata più di tutti con “Cavalleria rusticana”?