DA COSA NOSTRA A “COSA MIA”, RIINA HA FATTO TUTTO DA SOLO?

DI ANGELO DI NATALE

Ha fatto ammazzare centinaia di persone, scatenato una “guerra di mafia” che ha provocato oltre mille morti senza mai rischiare seriamente la vita. L’unica volta che ciò gli è veramente accaduto aveva tredici anni – era il 1943, in pieno conflitto mondiale – e, insieme al padre Giovanni e ai fratelli Francesco e Gaetano, stava cercando di estrarre polvere da sparo da una bomba inesplosa per rivenderla insieme al metallo. Il padre e il fratellino più piccolo, Giuseppe, morirono, mentre Gaetano rimase ferito e lui, Totuccio, completamente illeso.
Un segno del destino per questo ragazzo che, perso il padre, trova la sua guida in Luciano Leggio, (per tutti Liggio, dopo l’errata trascrizione di un carabiniere in un verbale che gli avrebbe per sempre cambiato nome) piccolo criminale di provincia destinato ad una grande ascesa nella cosca mafiosa di cui fa parte e in cui arruola il ragazzo-orfano che vi ritrova lo zio paterno, Giacomo Riina.
Il furto di covoni di grano e di bestiame, il traffico di macellazione clandestina sono gli affari cui si dedica il gruppo, e il giovane “Totuccio” si dà un gran da fare.
A diciannove anni, quando l’Italia è appena diventata una repubblica e sulle macerie della guerra avvia la ricostruzione, Riina compie il primo omicidio, che non è l’esecuzione di un incarico per conto della cosca ma il frutto del suo istinto violento e omicida come metro di soluzione di ogni problema, di superamento di ogni intoppo sulla via dei suoi interessi quotidiani: il 19 maggio ’49 esce per una partita di bocce nel campo di via Giovambattista Scarlata a Corleone. Scoppia una rissa e tira fuori la pistola uccidendo un coetaneo, Domenico Di Matteo, e ferendo un’altra persona.
In quel periodo è appena rientrato a Corleone Michele Navarra, “u Patri Nostru”, medico e ras dei voti della Dc locale, tornato dal confino a Gioiosa Jonica dove era stato mandato dal Tribunale di Palermo in quanto vicino a boss del calibro di Cannella e Genco Russo. Quel medico è il capo della mafia di Corleone e ordina a Riina di costituirsi.
Condannato a sedici anni e mezzo, dopo appena cinque è già fuori grazie a sconti di pena e condoni. In carcere ha frequentato la scuola elementare, giungendo ad essere ammesso alla terza classe, ma, tornato libero a 24 anni, non riprenderà mai più i libri di scuola, pronto a giocare un ruolo di primo piano nella banda di Liggio al cui vertice c’è Navarra e in cui, insieme a lui crescono lo zio Giacomo, Calogero Bagarella, futuro cognato, e Bernardo Provenzano di tre anni più giovane di Totò il quale, con i suoi 158 cm di statura, sarà per sempre “Totò u curtu”.
Liggio lo arruola nella squadra della morte che scatena contro il capo mafia Navarra, il medico condotto che il 10 marzo 1948 ha fatto assassinare il sindacalista Placido Rizzotto promotore delle lotte contadine per l’occupazione delle terre e poi ha personalmente ucciso il giovane pastorello Giuseppe Letizia che ha assistito al delitto. Liggio entra in conflitto con i suoi affari in relazione alla costruzione della diga di Ciaculli e nel 1958 lo fa assassinare. Successivamente scatena una guerra contro i suoi luogotenenti che, anche grazie a Riina, vengono tutti uccisi, in modo da concentrare su di sé l’intero potere della mafia corleonese. Riina ne è il fedelissimo vice che assiste e protegge il capo durante la latitanza.
Il 15 dicembre ’63 è arrestato di nuovo, a Torre di Gaffe nell’Agrigentino: fermato dalla polizia, ha in tasca un falso documento di identità (nome Giovanni Grande di Caltanissetta) e una pistola non dichiarata. Tenta di scappare ma viene bloccato. Della pattuglia fa parte il commissario Angelo Mangano che l’anno dopo arresta anche Luciano Liggio.
Riina all’Ucciardone conosce Gaspare Mutolo con cui ingaggerà un confronto-show nel processo dopo l’arresto del ’93. Ma questo trentennio, tra il ’63 e il ’93, sarà il “periodo d’oro” di questo boss spietato e sanguinario, capace come nessun altro di prendere nelle mani il comando totale della mafia siciliana e di imporre totalmente le sue “regole”, assolute e spietate.
Neanche quell’arresto lo ferma perché poco dopo viene assolto, prima a Catanzaro nel “processo dei 114” e poi nel giugno ’69 a Bari. Questo è il tempo in cui in Italia l’esistenza della mafia viene negata da interi settori della magistratura e le collusioni con il potere politico e, quindi, con quello mafioso sono fortissime.
Non tutti gli apparati investigativi però sono sulla stessa linea e Riina, ancorché assolto, viene inviato al soggiorno obbligato. Ma Liggio lo delega sempre più spesso a rappresentarlo nella “commissione” con i boss Stefano Bontade e Gaetano Badalamenti, egli si sente ormai il capo dei Corleonesi e non può stare lontano dal suo territorio.

Nel ’69 diventa latitante senza rinunciare quasi a nulla della sua operatività mafiosa visto che, in questo caso con una punta di sincerità, dirà che <<in questi anni (ben 24, dal ’69 alla cattura del 15 gennaio 1993) nessuno mi è venuto a cercare>>. Come non credergli se da latitante ha sempre dormito a Palermo, ogni sera in casa con la famiglia, senza rinunciare agli spostamenti propri di una normale vita quotidiana, per un summit mafioso o per le vacanze al mare con moglie e figli?
Riina, durante la latitanza, si sposa con Ninetta Bagarella, maestra elementare sorella di Calogero e Leoluca, killer spietati cresciuti con lui nella banda di Liggio. A celebrare il matrimonio padre Agostino Coppola, ambiguo mediatore di sequestri di persona, poi condannato per mafia. E sempre durante la latitanza, una farsa ed una finzione per inquirenti e forze dell’ordine, nascono in una clinica di Palermo i suoi quattro figli!
Il suo grande esordio da capo in pectore della mafia corleonese è la strage di viale Lazio che Liggio affida a Riina, Provenzano e Calogero Bagarella. Bisogna dare una lezione al boss Cavataio e ai suoi picciotti, tutti trucidati il 10 dicembre 1969 nella centrale via di Palermo. Riina coordina le operazioni dall’auto, Provenzano e Bagarella sono tra i killer che non danno scampo alla cosca rivale. Riina non è ancora il capo riconosciuto, siede nella commissione con Badalamenti e Bontade ma ha già in testa un piano per eliminarli.
Viene dal nulla Riina, povero e senza istruzione, rozzo e violento, ma ha una qualità che i suoi compagni di strada e i suoi “superiori” sottovalutano: è ambizioso, spietato, determinato e, soprattutto, osa fin dove nessuno potrebbe sospettare e così i capi, ben più titolati di lui, lo sottovalutano.
La banda dei Corleonesi, detta dei “viddani” (ovvero villici, così appellati, in tono spregiativo, dalla borghesia mafiosa che frequenta i salotti e che da loro sarà sterminata) ha portato l’assalto al cuore di Cosa nostra nel capoluogo dell’isola dove finora il dominio della vecchia mafia in doppio petto era stato incontrastato.
Liggio, in carcere, e Riina, latitante ma sostanzialmente in libertà, diventano grandi elettori di Vito Ciancimino, democristiano di osservanza andreottiana, prima assessore e poi sindaco di Palermo.
Nel ’71 Riina uccide il procuratore Pietro Scaglione che indaga sulla scomparsa del giornalista Mauro De Mauro avvenuta l’anno prima. Il magistrato, che pochi giorni prima della scomparsa, ha incontrato il giornalista, sospetta di Liggio che perciò lo fa assassinare. Riina cresce sempre più nella gerarchia criminale e si guadagna nuovi galloni partecipando ai sequestri a scopo di estorsione ordinati da Liggio ai danni di industriali e costruttori (Porcorosso, Vassallo, Cassina) con l’obiettivo di incassare centinaia di milioni e colpire figure vicine, come il conte Arturo Cassina, a Bontade e Badalamenti.
Liggio nel ’74 è arrestato a Milano e torna definitivamente in carcere. Riina è a tutti gli effetti il nuovo capo ed estende il suo potere anche grazie ad una sapiente strategia di rapporti e parentele che lo legano a boss della ‘ndrangheta e della camorra con i quali diversifica gli affari criminali.
Nel ’75 fa sequestrare e uccidere Luigi Corleo, suocero di Nino Salvo, ricco e potente esattore affiliato alla cosca di Salemi: un piano raffinato concepito per dare un duro colpo al prestigio di Badalamenti e Bontade i quali sono legati a Salvo e non riescono ad ottenere né la liberazione dell’ostaggio né la sua salvezza.
Riina mette fuori causa Badalamenti nel ’78 (l’anno in cui il boss di Cinisi fa uccidere Giuseppe Impastato), espellendolo dalla “commissione” con la falsa accusa che avrebbe ordinato l’uccisione di Francesco Madonia, capo della cosca di Vallelunga legato ai Corleonesi. Al suo posto in “commissione” entra Michele Greco che avallerà tutte le decisioni di Riina.
Si allarma e tenta di correre ai ripari Giuseppe Di Cristina, storico capo della cosca di Riesi legato a Bontade e Badalamenti. Rivela ai carabinieri che Totò Riina e Bernardo Provenzano sono i responsabili di numerosi omicidi commessi per conto di Liggio, rinchiuso in carcere: pochi giorni dopo viene ucciso a Palermo, segno che quella confidenza trova tra i militari orecchie attente anche per conto degli interessi del nuovo vertice in formazione di Cosa nostra. Stessa sorte tocca a Giuseppe Calderone, capo della cosca di Catania: ucciso da Nitto Santapaola, suo luogotenente che lo tradisce accordandosi con Riina.
Nell’81 è il turno di Giuseppe Panno, capo della cosca di Casteldaccia, strettamente legato a Bontade il quale fiuta il pericolo e tenta di agire in anticipo ideando un piano per uccidere Riina, avvisato però da Michele Greco. Al contrario è Riina che fa uccidere Bontade avvalendosi del tradimento di suoi fedelissimi tra cui il suo stesso fratello Giovanni. L’11 maggio ’81 cade anche il boss Inzerillo, strettamente legato a Bontade.
E’ questa la seconda guerra di mafia che conterà duecento morti sul campo, tutti della fazione Bontade-Inzerillo-Badalamenti, e numerosi casi di lupara bianca. La mattanza dura fino all’82 quando si insedia una nuova “commissione” composta soltanto da capimandamento fedeli a Riina.
Anche all’esterno di Cosa nostra, l’attività omicida di Riina è incessante e rappresenta un mezzo ordinario e pressoché quotidiano di scalata al potere mafioso e di perseguimento degli interessi dell’organizzazione la quale, nei fatti, diventa “Cosa sua”: vi sono ammessi e hanno voce in capitolo solo i fedelissimi disposti all’obbedienza totale.
Variegato il mondo degli affari di questa mafia che ha cambiato pelle.
Riina punta sul traffico internazionale di droga prima appannaggio della mafia d’oltreoceano e, in Europa, concentrata nel clan dei marsigliesi via via spodestato dai rapporti sempre più stretti tra le famiglie americane e quelle palermitane dei Bontade, dei Badalamenti, degli Spatola e degli Inzerillo. Ora che, come abbiamo visto, queste sono cadute, una ad una, sotto i colpi dei Corleonesi, per Riina non ci sono più ostacoli. La svolta matura dopo un viaggio in Sicilia del finanziere Michele Sindona: difficile dire se si sia trattato di una casualità o, al contrario, di un intervento del bancarottiere a favore della mafia vincente.
Oltre alla droga, il nuovo capo sanguinario di Cosa nostra, specialista in omicidi, rivolge le sue mire in politica per stringere intese utili ai suoi affari. L’alleato della prima ora è Vito Ciancimino, prima assessore e poi sindaco di Palermo il quale fin dal ’76 aderisce ufficialmente alla componente andreottiana che in Sicilia ha in Salvo Lima il suo massimo esponente.
Per proteggere gli interessi di Ciancimino, Riina propone alla “commissione”, e ne ottiene automaticamente il via libera, gli omicidi dei suoi avversari politici: il 9 marzo ’79 fa uccidere Michele Reina, segretario provinciale Dc entrato in collisione con i costruttori vicini a Ciancimino; il 6 gennaio 1980 viene eliminato il presidente della Regione Piersanti Mattarella colpevole di essersi opposto all’assunzione da parte del sindaco di Palermo di incarichi direttivi nel partito; il 30 aprile ‘82 viene assassinato Pio La Torre il quale oltre ad aver inferto un duro colpo alla mafia con la legge che porta il suo nome ha denunciato pubblicamente Ciancimino come personaggio legato a Cosa nostra.
La rete di Riina si allarga e, dopo la seconda guerra di mafia che, a colpi di kalashnikov, ha decretato un vincitore assoluto, attrae personaggi di primo piano come i cugini Ignazio e Nino Salvo, potenti esattori affiliati alla cosca di Salemi. Riina affida loro il compito di curare le relazioni direttamente con Salvo Lima che diviene il suo nuovo referente politico. Secondo quanto riferisce Baldassarre Di Maggio (l’ex guardaspalle di Riina che il 15 gennaio 1993 lo farà arrestare) nel 1987 il boss di Corleone a casa di Ignazio Salvo incontra Lima e Andreotti per chiedere la cancellazione degli ergastoli del maxiprocesso istruito da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
E’ il più grande processo penale mai celebratosi al mondo che in Italia – e in Sicilia, nel cuore del capillare potere mafioso in quegli anni concentrato nelle mani del sanguinario boss contadino – segna una svolta radicale nella lotta alla mafia, grazie al nuovo metodo operativo del pool e, soprattutto, grazie alle rivelazioni del primo vero collaboratore di giustizia, Tommaso Buscetta, affiliato alla cosca perdente di Badalamenti e fuggito all’estero per salvare la pelle. Arrestato in Brasile nell’83, interrogato da Falcone e convinto a collaborare, viene estradato nell’84. La sua conoscenza meticolosa di Cosa nostra, delle sue dinamiche interne, del ruolo dei personaggi, di delitti, esecutori e mandanti consente per la prima volta un duro colpo alla mafia.
In effetti, prima di Buscetta, c’erano stati mafiosi decisi a collaborare ma non erano stati creduti o, semplicemente, si erano imbattuti in investigatori per nulla disponibili a combattere sul serio la mafia. Non dimentichiamo del resto che, ancora nel ’93, il 22 luglio, sei mesi dopo l’arresto di Riina, Salvatore Cangemi, reggente del mandamento di Porta Nuova, si consegna ai carabinieri per collaborare. Annuncia che il giorno dopo ha un appuntamento con il latitante Pietro Aglieri per poi raggiungere il nuovo capo di Cosa nostra Bernardo Provenzano in una località segreta. Quindi si offre di aiutarli per farlo catturare. Ma non se ne fa nulla perché i carabinieri, convinti che Provenzano sia morto, non gli credono o preferiscono non credergli: allungando così di ben tredici anni, fino alla durata record di 43, la latitanza del capo-mafia.
Prima del maxiprocesso che comincia nell’86 e si conclude nel ‘92, le sentenze precedenti, poche e slegate da una lettura complessiva dell’organizzazione criminale, in Cassazione sono state in gran parte cancellate dalla prima sezione penale guidata da un magistrato discusso, molto vicino ad Andreotti, Corrado Carnevale. Riina quindi chiede a Lima (non sapremo mai se alla presenza dello stesso Andreotti visto che Di Maggio nel processo al sette volte presidente del Consiglio non è ritenuto attendibile, anche se per tutto il resto, fino alla cattura di Riina che si deve a lui, lo è) di ammorbidire quelle condanne, ben 346 inflitte a 460 imputati per un totale di quasi tre mila anni di carcere e 19 ergastoli.
La conferma, cinque anni dopo, di gran parte di tali sentenze da parte della Cassazione il 30 gennaio 1992 segna la condanna a morte di Salvo Lima, ucciso il 12 marzo ’92; suggerisce alla “belva” le stragi di Capaci e via D’Amelio, e quindi, perfino quando egli è già in carcere nel ’93, l’attacco stragista allo Stato come ricatto per ottenere, per questa via, condizioni più favorevoli ai mafiosi condannati.

E sarà questa l’ultima fase del potere assoluto di Riina in libertà a capo di Cosa Nostra: dal 30 gennaio ’92 al 15 gennaio ’93, quando viene definitivamente arrestato ed anche dopo pur rinchiuso al 41 bis, questo ex piccolo delinquente di campagna rozzo e non istruito, mette a ferro e a fuoco l’Italia ingaggiando un duello con lo Stato.
Il suo curriculum criminale e omicida è ben più lungo di quello che qualunque ricostruzione possa raccontare. Gli atti giudiziari con i 26 ergastoli che gli sono stati inflitti sono necessariamente incompleti perché la “carriera” di Riina è cominciata nel ’48, nella cosca di Liggio dal cui interno mai una notizia è trapelata, mentre solo quando egli sferra l’attacco alla mafia di Palermo, negli anni ’70 e 80, e fa irruzione in uno scenario che lo vede intercettare le cosche rivali e perdenti nelle quali si muove Buscetta, le sue imprese criminali diventano note agli inquirenti.
E il “pentito” paga la sua scelta, del tutto di rottura con il mondo e le regole da cui proveniva, con lo sterminio di undici suoi congiunti. Del resto all’apparire dei primi “pentiti”, Riina reagisce ordinando a tutti i suoi affiliati, dovunque possano farlo, di ucciderne i parenti, senza risparmiare donne e bambini <<fino al ventesimo grado>>.
Mentre è rinchiuso nel supercarcere dell’Asinara, nel ’95 Riina è condannato per l’omicidio del tenente colonnello Giuseppe Russo (ordinato da Liggio mentre era in carcere), dei commissari di polizia Giuseppe Montana e Antonino Cassarà, dei giudici Antonio Scopelliti, Cesare Terranova, Giangiacomo Ciaccio Montalto e dei politici Mattarella e La Torre. Negli anni successivi arrivano anche le condanne per gli omicidi del prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa e del capo della squadra mobile Boris Giuliano, per la strage di Capaci e per quelle del ’93 a Roma, Firenze e Milano e poi ancora quelle per l’assassinio dei magistrati Rocco Chinnici e Alberto Giacomelli, per la strage di Pizzolungo, per quella di viale Lazio, per l’uccisione dell’esponente Dc Giovanni Mungiovino. L’elenco delle condanne è ben più lungo, ma contempla anche qualche assoluzione per insufficienza di prove: come per l’assassinio del giornalista Mauro De Mauro e per la strage del rapido 904.
Dal 2001, concluso l’isolamento totale, Riina ha la possibilità di parlare in carcere con altri detenuti nelle ore di libertà e sfrutta questa possibilità con abilità mediatica, come già in occasione delle sue apparizioni nelle aule giudiziarie, vantandosi della strage di Capaci o minacciando il pm Nino Di Matteo.

Si rivela anche un abile comunicatore. Famosa la frase “Per fare la pace occorre fare la guerra” che racchiude la sua strategia stragista e legittima la tesi della “trattativa” con lo Stato peraltro confermata in una sentenza della Corte d’Appello di Firenze anche se il processo sulla trattativa vera e propria è in corso e Riina – imputato al fianco di ex ministri come Nicola Mancino e Calogero Mannino, ex parlamentari come Marcello Dell’Utri, ex generali dei Carabinieri come Mario Mori e Antonio Subranni – ne esce in anticipo.
Non gli manca la battuta come quando in aula, riferendosi a Buscetta, dice <<Presidente, come è possibile credere ad uno che ha avuto tre mogli!>> o quando insulta il pentito Gaspare Mutolo, offendendone la madre, dandogli del pazzo e minacciandolo: <<Farai la fine di Matteo Lo Vecchio>>. Il giudice, che certamente sa che Matteo Lo Vecchio nel romanzo I Beati Paoli di Luigi Natoli è lo sbirro che viene ucciso, lo blocca e lo avverte: <<Lei sta minacciando il testimone!>>. Riina obietta tranquillo che non è vero, che non ha detto niente di minaccioso e quando il magistrato a sua volta puntualizza <<Guardi che quel libro lo conosciamo anche noi, sappiamo che alla fine Lo Vecchio muore ammazzato>>, serafico precisa: <<Sig, giudice, io quel libro non l’ho letto tutto, l’ho letto a pezzi>>!
Non solo battute. Dinanzi ai giudici, il suo totale rifiuto di rispondere in verità ad ogni domanda non esclude silenzi e linguaggi cifrati densi di strategia. Nel ’94 avverte Berlusconi di stare attenti <<ai giudici comunisti>>: è il tema principale a quel tempo dell’agenda politica del capo di Forza Italia al quale peraltro si affida dopo il crollo traumatico del suo legame con Lima e Andreotti. E i Mangano, i Cinà, i Dell’Utri sono più che altrettanti indizi del presunto legame di Riina in quanto capo di Cosa nostra con Berlusconi e la rete dei suoi affari.
In aula nega sempre l’esistenza della mafia, salvo intimare ai pentiti <<di sciacquarsi la bocca con l’aceto prima di parlare dei Corleonesi>>, negli interrogatori si paragona <<alla buonanima di Enzo Tortora>>, insinua che i pentiti siano pagati dallo Stato per accusarlo falsamente, e da credente assicura di essersi affidato a Dio. Il suo campionario di silenzi e messaggi cifrati fa scrivere a Giuseppe D’Avanzo su Repubblica: <<più che essere la Corte a condurre l’interrogatorio è stato Riina a tenere, senza nessuna interruzione, una sorta di conferenza sulla sua vita, approfittando dell’occasione per tranquillizzare mafiosi e complici, lanciare messaggi, minacciare chi sta piegando Cosa nostra>>.
Riina muore a 87 anni appena compiuti, la notte dopo il compleanno.

Gli ultimi 24 li ha trascorsi ininterrottamente in cella, in regime di carcere duro. I precedenti 24 (coincidenza!) erano stati di ininterrotta latitanza. In precedenza c’erano stati i primi 39, tra delitti, quasi ogni giorno, e qualche raro e breve periodo in cella.

La sua scelta, quella del crimine come regola di vita, radicale e determinata: una fede incrollabile come quella religiosa.

La famiglia una roccia, un blocco unico intorno a questa scelta. La moglie, Ninetta Bagarella, prima donna al soggiorno obbligato, ha sempre condiviso ogni cosa del marito, organizzando su di essa la famiglia fino ad essere anche maestra in casa di tutti i propri figli mai iscritti a scuola. In totale sintonia anche loro: la primogenita Maria Concetta, 43 anni, Giovanni, 41, Giuseppe Salvatore 40, Lucia 37.

Giovanni è in carcere, condannato all’ergastolo. Giuseppe Salvatore detto Salvo ha già scontato una pena ad otto anni ed ha il divieto di tornare a Corleone. Lo scorso anno è ospite di Porta a porta per presentare il suo libro che è un atto d’amore al padre e alla famiglia tutta. Vespa nulla  gli chiede sulle frasi da lui pronunciate quando, intercettato, inneggiava alle imprese paterne: <<Papà li scannò tutti! (li uccise tutti), ci fu un’estate di vampe, qualche 65 morti in una sola estate!>>.
Una scelta netta, totale, collettiva dell’intera famiglia, senza dubbi, né tentennamenti. Perciò il rifiuto sprezzante di ogni cedimento o collaborazione.
Non poteva essere più eloquente la figlia Maria Concetta, la primogenita, con il suo post sui social alla morte del padre: una rosa nera, un dito a coprire le labbra di un volto femminile e la scritta “shhh”. E’ la consegna del silenzio che Riina aveva già affidato di recente alla moglie quando, a colloquio registrato in carcere, le dice: <<Posso farmi anche tremila anni di carcere, ma non mi piegheranno>>.
Alla notizia della morte di Riina, Salvatore Borsellino, fratello del magistrato ucciso, ha detto: <<Ci saranno tante persone che gioiranno del fatto che Riina non potrà più parlare e con la sua morte scompare un’altra cassaforte dopo quella vera scomparsa dopo la sua cattura>>.
A dire il vero nessuno, ragionevolmente, poteva confidare sulle rivelazioni di Riina per colmare grossi buchi neri della recente storia italiana, ma se un dubbio mai poteva esserci, adesso è sepolto per sempre con sollievo di molti.
La mancata perquisizione del covo, subito dopo la sua cattura, rimane una pagina di misteri e di veleni che nessuna assoluzione degli imputati potrà mai cancellare.

Una domanda non ha mai avuto risposta. Perché, catturato Riina all’alba del 15 gennaio ’93 a poche centinaia di metri dalla sua abitazione, i carabinieri prima ottengono dal procuratore Caselli l’ok al rinvio della perquisizione del covo in nome dell’interesse a sorvegliarlo per monitorarne i movimenti intorno e catturare altri complici e invece, senza una motivazione plausibile, né una spiegazione, non fanno poi né la perquisizione, né la sorveglianza, lasciando che la casa venga svuotata in tutta tranquillità e, perfino, le pareti pitturate, così da non lasciare alcuna traccia?
Se Riina teneva con sé le carte della fitta rete dei suoi affari, quel malloppo sarebbe stato risolutivo e sconvolgente. Non solo per l’identità degli affiliati magari mai affiorati alla percezione degli inquirenti, ma soprattutto per partner, contraenti, complici esterni, insospettabili colletti bianchi della politica, della finanza, delle imprese, delle professioni.
La scalata al potere di questo rozzo semianalfabeta, sanguinario lucido, esperto di mattanze ed inganni, è stata così metodica, così inarrestabile, così orientata da una precisa strategia sempre vincente su ogni rivale interno, anche di ben altro lignaggio culturale e mafioso, che a molti il dubbio se abbia fatto tutto da solo è sempre venuto. Quel complesso gioco di alleanze e tradimenti in cui mai una volta ha sbagliato un colpo è tutta opera sua?
Tante le domande senza risposta. Per esempio, perché dopo avere preso il potere assoluto dentro Cosa nostra e avere infiltrato, ben coperto, un suo fedelissimo in ogni mandamento, elimina uno ad uno tutti i componenti del gruppo di fuoco che gli hanno spianato la strada? Quali segreti avrebbero potuto rivelare?
Per non dire dell’elevatissima preparazione, come in guerra, nell’uso delle armi più potenti e sofisticate raggiunta dai suoi, anche quando antropologicamente così diversi da lui come nel caso di Pino Greco, maturità classica con il massimo dei voti, divenuto killer infallibile. L’autobomba preparata contro il giudice Rocco Chinnici porta già la firma del nuovo corso di Cosa nostra totalmente controllata da Riina. Ma a guerra finita, il capo non vuole più nessuno tra i piedi di quell’esercito invincibile, come per aprire un’altra fase, tutta di affari economici e guadagni.
Intercettato in carcere nel 2013 mentre parla con il detenuto Alberto Lo Russo, afferma: <<Berlusconi ci dava 250 milioni ogni sei mesi>>. Bottino in lire che però negli anni ’80 erano cifre consistenti, per non dire che, fatte fuori le famiglie dei Bontade, degli Inzerillo, degli Spatola, dei Badalamenti, Riina ne assume la totalità dei traffici di droga internazionali. Ma di questo fiume di danaro, mai trovato nulla.
Risalgono soprattutto alla fine degli anni ’80 i segreti che più varrebbe la pena indagare. Riina è all’apice della potenza, indisturbato nella guida di Cosa nostra sempre più ramificata e attiva non solo sui fronti più redditizi del businnes criminale tradizionale, ma anche nelle infiltrazioni invasive nei meccanismi della spesa pubblica grazie alla contiguità con settori della politica, della burocrazia, della finanza.
In quegli anni Riina ha sviluppato un collaudato sistema di protezione grazie al rapporto con Salvo Lima e con la corrente andreottiana della Dc, insidiato e fatto crollare dai magistrati che non ha fatto in tempo ad uccidere e che, comunque prima di cadere, hanno tessuto una tela che alla fine, con il maxiprocesso, imbriglierà l’organizzazione mafiosa. La storia del pool antimafia che finalmente, dopo decenni di debolezze e collusioni, mette nelle mani dello Stato uno strumento semplice ed efficace per combattere la mafia, è la storia di Cesare Terranova, Rocco Chinnici, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino i quali, pur se alla fine ammazzati, hanno avuto il tempo, insieme a chi è sfuggito a questa tragica sorte, come Antonino Caponnetto, Giuseppe Di Lello ed altri, di costruire tasselli importanti e di passarsi il testimone fino al colpo finale delle condanne sancite nelle sentenze della Cassazione nel maxiprocesso.
Quando, già nel ’91, Riina fiuta il pericolo e crede che questa volta in Cassazione non sarà più come prima, comincia a lanciare la sua nuova strategia: eliminare i politici che non hanno mantenuto i patti. Lo fa in una riunione in un casolare di Enna a fine ’91 quando, secondo quanto riferito dal pentito Filippo Malvagna, ordina ai suoi di rivendicare gli omicidi con la sigla “Falange armata” già comparsa in un attentato della ‘ndrangheta e in un paio di assalti della banda della Uno bianca. Difficile non pensare ad un suggeritore comune: è l’ombra dei servizi che si staglia sulle stragi di mafia.
Poi quella sigla scompare, fino al 2013, quando torna in una lettera inviata al carcere milanese di Opera in cui il vecchio boss è recluso: <<Riina chiudi la bocca>> è il messaggio. Nessuno saprà mai se il capomafia di Corleone avesse in animo di rivelare segreti, però in qualche caso aveva lanciato qualcuna delle sue battute, come <<non siamo stati noi>> in riferimento alle stragi del ’92 e, forse, quel messaggio è stato chiaro.
Tra i tanti segreti che Riina si porta nella tomba c’è il cambio di programma sull’uccisione di Falcone. Il boss l’aveva già decisa a Roma dove sarebbe stata molto più facile e agevole. Il gruppo di fuoco era già pronto a febbraio ’92 ma il delitto salta per un errore sul nome del ristorante che Falcone è solito frequentare e dove avrebbe dovuto scattare l’agguato. Ma non c’è un tentativo bis con il piano già deciso. Quei killer sono richiamati in Sicilia. Riina decide che Falcone sarà eliminato in un altro modo che mostri al mondo il livello raggiunto da Cosa nostra ed abbia una valenza dimostrativa ben superiore. Non per niente viene coniato il termine “l’attentatuni”. Gaspare Spatuzza, il pentito che ha rivelato verità fondamentali su Capaci e ha consentito di spazzare via le menzogne e i depistaggi sulla strage di via D’Amelio, è chiaro: <<non è solo mafia>>.
Un altro segreto che Riina si porta nella tomba è perché quella corsa contro il tempo per uccidere Paolo Borsellino, a 57 giorni da Capaci e nonostante la certezza di un’inevitabile, robusta reazione da parte dello Stato.
Su questo terreno le verità giudiziali probabilmente potranno ben poco, quelle storiche si stanno via via depositando nei fondali di uno specchio d’acqua che dopo la polvere mossa dai depistaggi comincia a farsi più limpido e che una certezza sembra già averla data: le stragi del ’92 in Sicilia e quelle del ’93 di Roma, Firenze e Milano (per non dire del ripensamento all’ultima ora sull’attentato contro i carabinieri allo stadio Olimpico di Roma) hanno Cosa nostra come soggetto esecutore ma certamente ci sono stati alleati esterni e mandanti che chiamano in causa pezzi della politica, delle istituzioni e dello Stato.
Cosa nostra fuori dalla Sicilia non avrebbe avuto alcun interesse a compiere alcuna azione, se non in una logica esterna al suo territorio e quindi in una logica “politica”. Il cambiamento improvviso di piani di morte già decisi (delitto Falcone, Olimpico) rivela un’interlocuzione con soggetti esterni, un dialogo, una concertazione, se non proprio un ruolo di mero esecutore da parte di Cosa Nostra di decisioni prese da altri.
Senza alcun sillogismo di prova, tanto meno giudiziaria, tornano alla memoria le parole del boss Giuseppe Graviano e del suo ex fido guardaspalle Gaspare Spatuzza, forse l’unico pentito vero nel senso pieno del termine, il quale ha raccontato tutto, autoaccusandosi di crimini orrendi che nessuno gli contestava (come l’uccisione del piccolo Giuseppe Di Matteo sciolto nell’acido) senza ricavarne alcun vantaggio personale. Parole che secondo molti a questo punto darebbero  un senso al ruolo dei Mangano, Cinà e Dell’Utri vicini a Berlusconi: <<Ci mettiamo il paese nelle mani>>.

Questo è ciò che Graviano ha capito da Riina e da Dell’Utri, fedele braccio destro di Berlusconi. Occorreva, questa la tesi,  favorire l’assunzione dei poteri di governo da parte dell’allora cavaliere e la mafia di Riina avrebbe fatto bingo. Del resto non era stata la mafia di Riina a sperimentare i vantaggi dell’alleanza con Ciancimino, Lima e Andreotti?

Berlusconi , sempre secondo questa tesi,  avrebbe preso il posto nel mutato scenario politico e istituzionale con un potere di decisione ben più ampio, accogliendo le richieste di Riina, sancite nel famoso papello. Tra i punti fondamentali l’attacco ai pentiti e il superamento del carcere duro, temi che non la fantasia di qualcuno ma le cronache politiche del tempo documentano essere o essere stati ben presenti nel programma di Forza Italia e cari ai suoi maggiori esponenti.
Intercettato in carcere, Riina spiega al suo interlocutore: <<Noi abbiamo un diritto su Berlusconi e in forza di questo diritto, quando usciamo lo ammazziamo. Ma noi non ci prendiamo questo diritto>>. In parte criptico, in parte chiaro il messaggio: da una parte un “diritto” rivendicato sulla base di affari, rapporti e accordi del passato che Berlusconi non avrebbe onorato, ma dall’altra la presa d’atto di non volere o non potere esercitare questo “diritto”.
Se non ha parlato Riina forse non parlerà più nessuno anche perché i vari Spatuzza e Graviano non conoscono tutta la verità, né ne posseggono le prove.
La morte di Riina è una pietra tombale sulla sua vita, ma anche su un pezzo di storia italiana che nessuno potrà o vorrà mai più raccontare.