IN ITALIA IL LAVORO NON ESISTE. LAVORANO TUTTI GRATIS

 

DI ALESSANDRA PASTUGLIA

“Crisi. E’ tempo di crisi. Bisogna superare il periodo di crisi. La crisi durerà ancora a lungo”. Di sicuro, il termine è inflazionato ed investe con la sua prepotente presenza ogni ambito e settore: lavoro, scuola, Università, sanità, rapporti umani. Il sociale sembra essere entrato, senza volontà e soprattutto senza reattività, in una cortocircuitazione che lo rende spettrale memoria di una trascorsa età dell’oro nella quale l’individuo, uomo o donna, viveva della considerazione e del prestigio ricavati dall’occupazione retribuita del proprio tempo, della nobile abnegazione alla famiglia, della paziente costruzione di un futuro, che spesso si traduceva nel parsimonioso acquisto del “mattone”, insomma l’individuo era un attore sociale. Mi risulta difficile immaginare tale ricostruzione come reale, eppure, il confronto tra il prima e l’attuale percorre sempre questa trama. Veniamo al problema più spinoso. La mancanza di lavoro. L’esclusione e la conseguente emarginazione dei giovani dal potere d’acquisto. Essendo ancora, per breve periodo, afferente a tale categoria, posso parlare in prima persona e mi preme subito aggiungere che il lavoro c’è e in abbondanza. Non è affatto assente, singhiozzante, in agonia, ma è vivo e vegeto. In stato di costante evoluzione e trasformazione. Sì, basta solo volerlo e non ci sarà datore di lavoro in grado di rifiutare anche una sola offerta. Anzi, il mercato sta volgendo la propria rotta in quella direzione, “a pié veloci”. Follia? No. Lucidità. E tra l’altro già in atto. Di quale lavoro parlo? Ma senz’altro della forma attualmente più diffusa, oserei dire, dilagante: “il lavoro a titolo gratuito”. Le giovani generazioni e quelle più attempate si stanno trasformando in un esercito di coatti volontari alla gratuità. L’odissea è partita da tempo immemorabile, ascrivibile, secondo i più, alla legge Biagi, la famosa parabola della flessibilità, per poi proseguire nella contrattazione rapsodica, dei co.co. co, co. pro. quo, co. co. pro, insomma in una babele infernale di sigle, puntini di separazione, formule sintetiche che traducevano e traducono un’unica realtà: la perdita del diritto al lavoro stabile e adeguatamente retribuito. Ebbene il mercato è riuscito a rendere concreta la più rosea delle previsioni: produrre senza dover spendere, senza sostenere costi, e soprattutto, eliminando il più oneroso: il costo del lavoro. Così, frastornati dall’urgenza imbarazzante di uscire dalle case natie e familiari, dalla necessità di disporre di risorse economiche sempre più rilevanti, dall’impossibilità di occuparsi secondo le proprie inclinazioni e capacità, e soprattutto dall’accusa e dal disagio sociale conseguente alla mancanza di autonomia e quasi di identità, il giovane disoccupato entra nei percorsi del lavoro a titolo gratuito ossia del nulla, spendendo energie, prosciugando il proprio tempo, disarmando le proprie capacità in una “tuttofattologia” priva di senso, che lo conduce alla fine della giornata, a mani vuote , con gli occhi pesanti, davanti ad un computer alla ricerca di una nuova possibilità lavorativa, naturalmente a titolo gratuito o quasi. Perché si sa: è tempo di crisi.

Pubblicato il 10 ottobre 2012