QUELLA SILENZIOSA FATUITÀ

DI COSTANZA OGNIBENI

Al liceo Virgilio di Roma regnano i ragazzi della Roma bene. Quelli subdoli, quelli che non dicono le parolacce e sono educati. Quelli che hanno buoni voti ma poi spacciano la droga o intimidiscono i compagni meno fortunati. Come li chiamano? Gli sfigati, i looser?
Quelli che hanno fascino, ci sanno fare e magari sono pure belli. Quelli che un tempo io chiamai “i vampiri”, distinguendoli dai mostri perché, a vederli, fanno meno paura; hanno perfino un che ti intrigante. Quelli che ti stanno accanto senza fare niente, assumendo, anzi, comportamenti inappuntabili e poi quando se ne vanno ti ritrovi con la vitalità sotto alle scarpe perché nel frattempo te l’hanno succhiata fino all’osso e ora camminano come nosferatu pulendosi la bocca dal tuo sangue.
Quelli che, ripresi dai professori per il consumo di stupefacenti, vengono assolti dai genitori che affermano che in fondo non sono preoccupati e, anzi, magari circola pure roba buona.
Ecco, questo il mostro che temo di più: la fatuità. Quell’appiattire le cose facendole passare per normali, Quel “ma che vuoi che sia” che rende consueto qualcosa che di consueto non ha nulla, facendo passare te per paranoico che si fa troppi problemi.
Dicono che il primo modo per curarsi sia riconoscere di star male, così come il modo per risolvere i problemi sia cominciare a vederli. E la fatuità, in questo senso, con il suo “spegnere” tutti questi campanelli di allarme, è il peggiore nemico del nostro tempo. Rende regola ciò che regola non è, elimina il sintomo senza che venga eliminata l’infezione.