ADDIO A JANA NOVOTNA, LA CAMPIONESSA PIENA DI PAURE

DI- STEFANO ALGERINI

Non era un cuor di leone in campo Jana Novotna, è vero, ma tutto il coraggio che non riusciva a mettere sul rettangolo di gioco lo ha poi usato nella sua lunga battaglia contro il cancro. Battaglia che ha finito col perdere ieri, arrivando alla fine della sua esperienza terrena a soli quarantanove anni.  La tennista nata nel 1968 a Brno (allora in Cecoslovacchia) se n’è andata in maniera discreta, così come era uscita dallo sport agonistico. E anche come era stata sempre sui campi di tutto il mondo: mai una protesta plateale, mai esultanze sopra le righe.

Si diceva del coraggio, Gianni Clerici l’aveva addirittura soprannominata “cuor di coniglio”. Ed effettivamente quello che era restato (e probabilmente resterà) più nella memoria collettiva riguardo alla carriera professionistica della Novotna è quella finale di Wimbledon del 1993 giocata e persa in modo “tragico” contro Steffi Graf: avanti 4-1 nel set decisivo e 40-15 sul proprio servizio venne aggredita dalla nikefobia. Che non è la paura dello sponsor, come si potrebbe pensare ad un primo sguardo, ma la paura di vincere. Sensazione che può prendere professionisti di qualunque sport, ma che è particolarmente conosciuta sui campi da tennis, dove l’atleta è impegnato in un continuo “dibattito” con sé stesso.

In quel caso la povera Jana mise due doppi falli consecutivi e da lì… il precipizio. Cioè una serie di palle sparate in ogni dove meno che all’interno delle righe del campo, cinque game di fila per la Graf e trionfo della tedesca per 6-4. Poi la premiazione, con il celebre pianto sulla spalla della duchessa di Kent, la quale cercava di consolarla forzando il suo rinomato sorriso stile “paresi” con cui accompagnava immancabilmente ogni cerimonia sul prato di Wimbledon.

Da quel momento la carriera della Novotna fu una continua lotta contro i fantasmi di quella finale, e furono innumerevoli le partite già vinte e poi perse per via della testa che andava in tilt proprio sul più bello. Ma poi, nel 1998, finalmente riuscì a sconfiggere “il mostro” trionfando sui sacri prati londinesi battendo in finale la francese Nathalie Tauziat. E riguardando la sua foto al termine del match, con il piatto dorato tra le mani, sembrava che lo volesse usare come cuscino, stremata, non per la partita ma per la lotta di anni contro le sue paure.

E fu un atto di giustizia quella vittoria, perché sarebbe stato davvero crudele bollarla come una “looser”, sia perché di titoli, tra singolari e doppio, la Novotna ne aveva vinti tanti. Ma soprattutto perché il suo stile di gioco era veramente incantevole: tutto proiettato in avanti, per sfruttare la sue incredibili qualità nel gioco di volo. Roba che a rivedere i filmati fa venire i lucciconi agli occhi, abituati come siamo alle “bombardiere” da fondo, che utilizzano la racchetta come arma di distruzione di massa.

Vinse Wimbledon a trent’anni la Novotna, e quello resta il record di anzianità per il primo titolo dello slam conquistato da un tennista. Purtroppo il destino (o chi per lui) ha deciso che invece dovesse essere una delle più giovani a lasciarci. Resterà il ricordo di una tennista, elegante, piena di classe e di paure. Ma non un coniglio, questo è certo.