BORROMETI, GRAZIE PER LA TUA BATTAGLIA CONTRO TUTTE LE MAFIE

DI CECILIA CHIAVISTELLI

Paolo, questa è l’ennesima minaccia, che, speravo come tutti, non dovessi più subire.

“Gran pezzo di merda, appena vedo di nuovo la mia faccia, di mio fratello, in un articolo tuo ti vengo a cercare fino a casa e ti massacro. E poi denunciami sta minchia, con le mani non c’è il carcere, pezzo di meda te lo dico già subito”, questo ha detto al telefono di Paolo, alle 8:43 di ieri, domenica 19 novembre il pregiudicato Francesco De Carolis, fratello del boss Luciano, pluriomicida e uno dei personaggi di spicco del clan Bottaro-Attanasio di Siracusa. La minaccia è arrivata dopo che il coraggioso giornalista aveva scritto un pezzo dal titolo “Siracusa, i clan si dividono la città: boss in libertà e giovani leve pronte a tutto. Ma la gente non denuncia”. L’articolo di Paolo Borrometi è un’indagine approfondita sul territorio siracusano, sulle possibili infiltrazioni mafiose e sui clan. È bastato questo per far salire la pressione ai De Carolis. Prima di rendere pubblico l’audio Paolo ha denunciato tutto alle forze dell’ordine.

Questo è successo al collega Paolo Borrometi, giornalista siciliano dell’agenzia Agi e direttore del giornale on line “La spia”, dove da quattro anni scrive e condanna il malaffare e le cronache di mafia denunciando fatti e persone, con nomi e cognomi. Insomma, la persona più invisa alla mafia. Sabbia negli occhi per chi deve delinquere, rubare, ricattare, minacciare, uccidere, occultare. Non è la prima minaccia, ricordo che ce ne sono state altre, una volta hanno bruciato il portone di casa. Tutte intimidazioni da non sottovalutare. Infatti Paolo vive sotto scorta, una vita legata ad altre vite, sempre in prima fila in quello scontro totale contro un sistema mafioso che si ciba di omertà. Proprio la mancata omertà da parte tua non è tollerata dai boss, loro che comandano con un cenno, senza parole.

Paolo Borrometi, nato a Ragusa, inizia come giornalista pubblicista al Giornale di Sicilia. Da lì si rende conto di troppe cose che non funzionano, indaga e mette il naso dove non dovrebbe. Si rende conto come funzionano i voti di scambio e le mazzette. E scrive. A Scicli analizza la situazione e descrive come avvengono gli scambi, tanto basta allo scioglimento del comune. Viene aggredito, riportando un handicap alla spalla. Poi una sera gli viene bruciata la porta di casa. Da quel giorno gli è stata assegnata la scorta e trasferito a Roma, ma continua a ricevere minacce di morte e con le sue inchieste e mettendo a segno molti colpi alla mafia, con la forza del suo mestiere di giornalista e tanto coraggio. Partecipa, con la sua attività alla Fondazione Caponnetto e con testate come Il Tempo, Articolo 21 e Libera informazione.

Tanta solidarietà dai sui colleghi, dal capo dello Stato, Mattarella e dal presidente del Senato, Pietro Grasso.