DIETE ESTREME: ALLA BASE CI POTREBBERO ESSERE PROBLEMI RELAZIONALI?

Cristina Piloto

Siamo in un periodo in cui le diete diventano più una moda che un sano regime alimentare, se non una vera e propria ossessione ed un ostacolo alle normali relazioni sociali. Così vediamo persone che si rifiutano di mangiare carne o pesce (vegetariani), tutti i prodotti animali, compresi i derivati (vegani), fino a pratiche più restrittive come i crudisti, ovvero coloro che mangiano solo cibi non cotti, e ai fruttariani, che si limitano ad utilizzare frutta fresca e secca, escludendo interamente il resto degli alimenti.
Ma cosa comporta portare avanti un’alimentazione così restrittiva e limitante? Se inizialmente può sembrare un cambiamento in positivo, che magari può alleggerire l’organismo da sovraccarichi di proteine e grassi animali, a lungo andare si può andare incontro a deficit nutritivi e carenze di micro e macronutrienti, senza contare che condurre uno stile di vita alimentare di questo tipo ha come conseguenze dei limiti importanti alla socialità (si arriverà a dover dire di no ad inviti a pranzi o cene o qualunque evento comporti lo stare insieme condividendo pasti completi o più o meno frugali).
Quello che viene spontaneo chiedersi è la motivazione di queste scelte così estreme. Se in effetti portassero a migliorare il proprio stato di salute, sarebbero quanto meno giustificabili, ma come già detto, a lungo termine potrebbero avere l’effetto opposto. Anche nel caso di sensibilizzazioni o intolleranze alimentari, è stato visto che introdurre ciclicamente cibi sempre diversi, è la soluzione migliore per non appesantire mai l’organismo con una determinata componente e, allo stesso tempo, mantenere la dieta il più varia possibile.
L’alimentazione è sempre stata un modo per stare con gli altri, una pratica di convivialità e di benessere, condivisa anche con agli altri esseri umani, e questo porta a pensare che l’argomento tocca non solo un mero bisogno fisico, ma un’esigenza legata al rapporto interumano.
Bisognerebbe quindi chiedersi se, alla base di stili di vita alimentari talmente riduttivi da limitare al minimo la socialità, ci siano problematiche relative allo stato psichico, e al modo di vivere lo stare con gli altri. Spesso la modalità di alimentazione diventa una vera e propria “identità” per mascherare tutt’altro, e andrebbe compreso a fondo cosa ci possa essere dietro.
Da nutrizionista, trovo assolutamente inutile assecondare stili di vita non mirati prettamente a migliorare lo stato psicofisico delle persone, piuttosto è doveroso capire le motivazioni, parlare e cercare, per quanto possibile, di trovare compromessi utili, stabilendo di volta in volta le strategie migliori per portare avanti una terapia alimentare idonea.