ESCLUSIVA ALGANEWS. DITTATURA ARGENTINA: FIGLI DI MILITARI VOGLIONO DENUNCIARE I PADRI

DI FRANCESCA CAPELLI

DALLA NOSTRA CORRISPONDENTE DA BUENOS AIRES

La tavola apparecchiata, con i biscotti e il mate già pronto, è quella di una riunione tra amici, in un sabato pomeriggio a Buenos Aires, con la luce della primavera che sembra irradiare dall’interno di ogni cosa. Ma a unire le persone sedute intorno al tavolo è un legame che va oltre l’amicizia. Bibiana Reibaldi, Pablo Verna e Paula (che preferisce non essere citata con il cognome) fanno parte del collettivo “Historias desobedientes” (storie disobbedienti, http://historiasdesobedientes.com), formato da figli di militari genocidi della dittatura argentina, che non solo hanno condannato pubblicamente i crimini commessi dai padri, ma vorrebbero poterli denunciare e testimoniare contro di loro in tribunale.
Bibiana Reibaldi e Pablo Verna avevano rispettivamente 20 e 3 anni all’epoca del colpo di stato che, il 24 marzo 1976, portò al potere la giunta militare guidata da Jorge Videla. Paula non era ancora nata. Alle spalle, hanno storie e percorsi molto diversi. Come hanno potuto incontrarsi?
Tutto nasce da un libro, “Hijos de los ‘70” (figli degli anni ’70), uscito nel 2016 per Sudamericana, a cui ha contribuito Analía Kalinec, figlia di un repressore della dittatura. Nella sua testimonianza, ripudia le azioni commesse dal padre. Viene allora contattata da Liliana Furió, che aveva una storia simile alla sua, con l’idea di condividere esperienze e uscire dalla solitudine.
I mesi passano. Siamo al 2017. In Argentina, i diritti umani attraversano una fase di grave indebolimento. A maggio la Corte suprema di giustizia (qualcosa di simile alla nostra Cassazione) emette una sentenza, chiamata polemicamente “2×1”, che avrebbe rimesso in libertà genocidi e torturatori della dittatura che avessero già scontato metà della condanna.
La società civile insorge con manifestazioni, marce e denunce, tanto che il governo si è poi visto costretto a correggere il tiro e ad approvare con l’opposizione, in tempi rapidissimi, una legge che impedisce di applicare il 2×1 (figlio di un vecchio provvedimento di indulto degli anni ’90) ai crimini contro l’umanità.
Alla grande manifestazione di protesta che si svolge a Buenos Aires, partecipa anche Mariana, figlia (o ex figlia, come sottolinea lei, visto che ha ottenuto il cambio di cognome) di Miguel Etchecolatz, commissario di polizia oggi condannato all’ergastolo, uno dei più feroci criminali della dittatura. Mariana rilascia un’intervista dove spiega il proprio appoggio alla protesta e racconta di un’infanzia e adolescenza vissuta in un clima di continua minaccia, da parte di un padre violento anche in famiglia.
È allora che Analía e Liliana comprendono che ci sono altri figli nelle stesse condizioni e che forse anche loro sono alla ricerca di qualcuno con cui condividere un peso a volte insopportabile. “Analía ha continuato a cercare attraverso Facebook”, racconta Paula. “Mettendo annunci e appelli sulla propria bacheca”. Le adesioni aumentavano di giorno in giorno.
“Alla fine abbiamo deciso di riunirci per conoscerci di persona e decidere che cosa potevamo fare insieme”, dice Bibiana. “Siamo riusciti a metterci d’accordo su una data, il 18 giugno, che in Argentina è la Festa del padre. Quando ce ne siamo resi conto, ci abbiamo pure scherzato su. Ovvio che eravamo tutti liberi per quel giorno, chi mai avremmo dovuto festeggiare?”
Da quel primo nucleo di 30 persone, alcune si sono allontanate, altre si sono aggiunte. “Abbiamo un denominatore comune che ci unisce”, dice Pablo. “Ma le nostre storie sono diverse”. Qualcuno ha scoperto la verità da poco, altri hanno sempre saputo, altri sospettavano e gradualmente sono arrivati a una consapevolezza.
“Nel 2013”, racconta Pablo, “dopo anni di dubbi e domande che ricevevano risposte ambigue e contraddittorie, l’impunità di mio padre comincia a cadere a pezzi. Proprio le sue versioni discordanti mi hanno permesso di metterlo con le spalle al muro e scoprire che era uno dei medici che drogava i prigionieri, che poi venivano caricati sugli aerei e buttati ancora vivi nel Rio de la Plata”.
Pablo decide di consegnarlo alla giustizia, ma si scontra con due articoli del codice di procedura penale, 178 e 242, che vietano di denunciare o testimoniare contro un parente di primo grado. Uniche eccezioni: essere la vittima di un crimine grave – per esempio, un tentato omicidio – o che la vittima sia un parente, ma dello stesso grado. Per capirci: un figlio può denunciare il padre che ha ammazzato un altro figlio, ma non se ha ucciso un cugino.
“Esistono due principi in conflitto tra loro” continua Pablo, che è avvocato. “Da una parte, l’obbligo per i cittadini di aiutare lo stato a perseguire i crimini. Dall’altra la protezione dei legami famigliari. E quest’ultima ha prevalso per il legislatore”.
Forse, però, c’è una via d’uscita. Perché davanti a crimini contro l’umanità prevale, secondo il diritto internazionale, l’interesse a perseguirli e non la protezione della famiglia. “Non solo”, aggiunge Paula. “Se un figlio prende la decisione di denunciare il padre, significa che il vincolo è già rotto e che non esiste più nessuna famiglia da tutelare. E si è rotto non a causa di una lite qualsiasi, ma perché c’è un criminale che gode di impunità”.
Si dice che i militari avessero stabilito tra loro un patto di silenzio. “Mentre noi figli abbiamo subito un ordine di silenzio, più o meno esplicito”, aggiunge Pablo.
“In casa mia c’era una regola: di questo non si parla”, ricorda Paula.
“Io invece potevo chiedere qualsiasi cosa”, afferma Bibiana. “Peccato che lui non mi rispondesse”.
Così il 7 novembre scorso, a pochi mesi dalla nascita, il collettivo si è presentato sulla scena pubblica con un’azione politica: un progetto di legge che dia la possibilità – ma non l’obbligo – ai figli di persone che si sono macchiate di crimini contro l’umanità di denunciare o testimoniare contro i genitori. Progetto che è già stato presentato alla Camera dei deputati.
“Tutti noi, con dolore, abbiamo percorso un cammino etico e giuridico che ci ha portato a differenziarci dai nostri padri”, dice Pablo. “E alla fine abbiamo trovato nella legge le stesse imposizioni vissute in famiglia. Ma ormai fare finta che non sia accaduto nulla non è più possibile. Se nascondi l’orrore sotto i tappeti, sarai condannato ad averlo sempre sotto i tuoi piedi”.
Mentre la legge farà il suo corso in parlamento, la vita dei componenti del collettivo “Historias desobedientes” continua. Pablo è avvocato, Bibiana psicoterapeuta, Paula lavora in una casa di produzione cinematografica. “Credo che le nostre scelte professionali non siano neutrali”, dice Bibiana. “Se hai vissuto il trauma psichico, se i tuoi diritti sono stati calpestati, senti il desiderio di aiutare chi ha sofferto, di difendere le vittime”. Aggiunge Paula: “E se sei artista, credi nel potere trasformatore dell’arte, non solo per il pubblico, ma anche per te che la produci”. Non per niente, Mariela Milstein, moglie di Pablo, che è musicista e cantautrice, ha scritto una canzone dedicata alla storia del marito e dei suoi compagni: “Hijos del horror” (“figli dell’orrore”, https://www.youtube.com/watch?v=gENcof51vSY&feature=youtu.be).
Un orrore contro il quale il collettivo costituisce sia un riparo, sia uno strumento di lotta. “Ognuno collabora con ciò che sa fare”, dice Bibiana. “Pablo, avvocato, si è preoccupato di redigere il progetto di legge, Paula e altre ragazze hanno organizzato un ufficio stampa che funziona come un ingranaggio svizzero. Siamo stati soli per molti anni. Se resti isolato nessuno ti ascolta, nessuno ti aiuta. Ora ci siamo incontrati”.
Come dire che non siamo solo il nostro passato. Siamo il nostro presente. E il futuro. Le storie di Pablo, Paula, Bibiana e di tutti gli altri continuano. Disobbedienti, sbagliate, piene di errori di ortografia, cancellature e pagine strappate. Ma una cosa è certa: il finale è ancora tutto da scrivere. E lo faranno loro.

Foto: Historias Desobedientes