MUGABE, FINE DELLA CORSA IN ZIMBABWE, DIMISSIONI QUASI INDOLORI

DI ALBERTO TAROZZI

Tutto come previsto in Zimbabwe. Si dimette Robert Mugabe.

Robert Mugabe, leader di 93 anni da 37 al potere. Subordinato alle ambizioni della consorte, quel tanto che basta per suscitare indignazione, ma non abbastanza da arrivare ad uno scontro all’ultimo sangue con gli oppositori.
Sostenuto da giovani ambiziosi quanto politicamente deboli. Contestato dai compagni di partito, dall’opposizione, da governi africani amici, quanto lo fu in passato dai colonizzatori xenofobi bianchi, da lui cacciati a colpi di espropri.

Lui, marxista dichiarato, capace molti anni fa di conquistare la stima del Fondo monetario internazionale.
Oggi frastornato dai giri di valzer delle alleanze internazionali che vedono i paesi africani oggetto del desiderio dell’occidente come dell’estremo oriente.

Amico dei nordcoreani negli anni che furono e invece oggi, probabilmente, accompagnato alla porta dai “buoni” auspici di Pechino.

Ultima uscita pubblica, come ironia della sorte, presiede seduta di tesi di laurea da cui esce titolata la figlia di colui che forse diventerà l’uomo più potente del paese: il generale Chiwenga.
Il nuovo presidente comunque sarà quel suo vice che la consorte odiava. Si chiama Mnangagwa e dopo essere andato a rifugiarsi in Sud Africa adesso scalpita. Dalle dimissioni di oggi si prevede che non passeranno più di 48 ore prima che lui prenda il potere.
Cambio della guardia quasi indolore, che vede il ritiro di uno che di lotte armate se ne intendeva, in un paese economicamente allo stremo.

La gente, per strada, pare l’abbia presa bene.

Una storia africana anomala. Assenza di sangue, ammesso che duri.
Buona fortuna Zimbabwe