MLADIC, CONDANNATO ALL’ERGASTOLO, MA L’OCCIDENTE HA LA COSCIENZA SPORCA

DI ALBERTO TAROZZI

Anneriscono in fretta, col precoce calare del sole, le ripide e verdi vallate dei boschi che scendono verso la Drina, pochi kilometri a nord di quel ponte che a Visegrad il premio Nobel Ivo Andric ha consacrato alla memoria delle sofferenze delle popolazioni locali sotto il dominio ottomano.

Oggi, in quei luoghi, a Srebrenica, rivive il ricordo di altre tragedie, più recenti e non meno orribili. Il ricordo di macellerie umane. Per questo Ratko Mladic, generale delle truppe serbo bosniache è stato condannato all’ergastolo dal Tribunale de L’Aja. Per questo e per l’assedio di Sarajevo, che provocò 11mila vittime e tra di esse moltissimi bambini.
A Srebrenica, migliaia di uomini trucidati, dopo che erano stati stranamente consegnati alle truppe di Mladic dalle truppe olandesi delle Nazioni Unite, stupidamente fiduciose della sua mansuetudine o semplicemente vili ed ignobili. Poco importa, in questa sede, disquisire sul numero esatto dei morti, riconosciuto in circa 8mila dal governo della entità serba di Bosnia, che oggi definisce invece Mladic un eroe, oppure sulla denominazione del reato (genocidio), che stando ai manuali di scienze politiche si presterebbe a riserve.
Più importante secondo noi, approfondire le conseguenze perverse e poco note di una logica politico militare centrata sul ruolo delle enclave, luoghi di rifugio per le componenti etniche minoritarie concentrate in una determinata zona, da difendere o cancellare per ragioni di geopolitica che niente hanno a che fare con le ragioni di umanità.

Srebrenica, era una delle enclave musulmane in un segmento di Bosnia in cui era ed è la componente serba a prevalere. Come invece enclave serbe si trovavano in Croazia, in un territorio denominato Krajina (letteralmente Provincia), in passato una specie di presidio militare dell’occidente austroungarico, a difesa dalle possibili incursioni dei turchi.
La Bosnia di Srebrenica, durante la guerra, fu, per un certo tempo, un vero e proprio serbatoio protetto in cui trovare asilo per i musulmani della zona e magari lasciare spazio a truppe paramilitari, anche di possibile provenienza saudita o iraniana; ma poi era diventata un intralcio in un piano di pace sostenuto dai governi occidentali che doveva culminare in una Conferenza in campo neutro, a Dayton, dove i capi di quel che rimaneva della Jugoslavia (Milosevic) e della secessionista Croazia (Tudjman) si sarebbero spartiti un territorio, quello bosniaco, a pelle di leopardo, che andava ripulito dai nuclei etnici minoritari sparpagliati ovunque.
Toccò a Srebrenica, villaggio in tumulto, dove si erano rifugiati musulmani venuti da ogni dove e di ogni tipo e da dove erano presumibilmente partite spedizioni a “punire” i piccoli villaggi serbi nei dintorni, bruciando villaggi e seminando morte tra i contadini della zona.

La logica delle enclave, appunto: un angolo dove le minoranze trovano rifugio e però, al loro interno, va registrata la sofferenza di altri piccoli gruppi, maggioranza altrove, ma che in quel lembo di terra diventano minoranza a loro volta e magari si rannicchiano in una via o in un paesino. E magari in quella via o in quel paesino c’è una famiglia che a sua volta fa parte del gruppo maggioritario nel villaggio e guarda con terrore ai vicini più prossimi.
Scatole cinesi come gioco del terrore pronto a scattare se solo a qualcuno parte il primo colpo.

C’erano truppe musulmane armate a Srebrenica, fino a poco tempo prima dell’arrivo di Mladic. Il loro capo Naser Oric, poi in carcere per tre anni, ma infine assolto dai tribunali con sentenze fortemente criticate da parte serba, decide di ritirarsi. Dieci anni più tardi lascerà trasparire, in un’intervista a un giornale di Sarajevo, che la cosa gli era stata suggerita. Suggerita da chi? Si domanderà Andrea Oskari Rossini, uno dei giornalisti italiani maggiormente addentro alle dinamiche bosniache di quel periodo. Non certo dalla gente del villaggio. Certo nessuno dei militari musulmani è presente all’arrivo di Mladic, il generale braccio armato di Karadzic, il leader dei serbi di Bosnia già protagonista dell’assedio di Sarajevo e dei bombardamenti sulla città.
A Srebrenica, invece delle bombe, uomini strappati alle donne e ai figli, senza che gli olandesi delle Nazioni Unite alzassero un dito, e portati al massacro.
La enclave musulmana è “ripulita”.

Toccherà alle Krajine, a non molte settimane di distanza, una sorte per qualche aspetto analoga: dall’enclave, la maggiorannza serba, col beneplacito di Milosevic e senza alcun preavviso, verrà cacciata dall’esercito croato, che ancora oggi parla di liberazione e festeggia quella data e il comandante delle truppe Gotovina, che in carcere c’è passato per sette anni, prima di essere assolto, come una vittoria. Morti tra i civili, ma soprattutto oltre 200mila deportati che fuggono incalzati dai militari e inquadrati in una sterminata colonna di miseria, accolti nelle periferie delle città serbe da un governo che li aveva battezzati come proprie vittime sacrificali alla realpolitik di Milosevic.

Sì perché quell’anno Slobodan Milosevic viene nominato da Time uomo dell’anno per avere sottoscritto gli accordi di Dayton nel segno della tragedia di un paese in cui l’occidente non aveva saputo portare preventivamente la pace e fu capace solamente, in seguito, di aggiungere guerre alle guerre.
Ma oggi Mladic è condannato all’ergastolo: la coscienza dell’occidente è salva.