STUDENTI IN MUTANDE CONTRO IL TAGLIO DEI FONDI AGLI ATENEI

DI VINCENZO SODDU

Gli studenti universitari rialzano la testa, come accade ormai quasi con cadenza annuale, e nonostante la girandola di ministri che si sono avvicendati in quest’ultimo periodo nel mondo accademico.
Ieri si sono svolte in tutta Italia movimentate assemblee che hanno individuato nella carenza di fondi da assegnare agli atenei la causa dei tanti mali che minano il sistema universitario.
Se non si otterranno risposte a breve termine, i responsabili delle proteste hanno promesso di fermare le attività accademiche in tutti gli atenei contemporaneamente, facendo saltare anche l’orario delle lezioni, dopo che già due mesi fa gli stessi docenti scesero in sciopero contro il blocco degli scatti stipendiali della Docenza.
Due i motivi alla base delle proteste, ma in qualche modo legati tra loro: la mancanza di fondi da adibire alla Ricerca e al buon funzionamento delle attività accademiche e la stessa difesa del sacrosanto diritto allo studio.
Motivi già ribaditi più volte nel passato, ma la vera novità delle proteste di quest’anno è da ricercare nel fatto che per la prima volta (si potrebbe dire a dimostrazione della gravità di una situazione arrivata al suo punto di maggiore criticità) lo sciopero coinvolge tutti assieme studenti, professori e tecnici.
La volontà di ribadire la sacralità del principio del diritto allo studio ha già avuto un chiaro segnale il 5 settembre scorso quando, in occasione dello svolgimento dei test di ammissione a Medicina, gli studenti hanno manifestato contro il nuovo taglio dei posti da 9.224 a 9.100, in un panorama già deficitario in una prospettiva lavorativa. Anche perché appare inaccettabile che uno studente in uscita dalle scuole superiori non possa scegliere liberamente il suo percorso di studi, e soprattutto attraverso un test assolutamente iniquo e poco credibile, che non valuta realmente la preparazione, ma vuole soltanto selezionare e ridurre in numero i futuri studenti universitari, spingendo spesso soltanto i ragazzi a emigrare. Eppure sarebbe sufficiente l’aumento del numero delle borse e una programmazione di lungo periodo sui bisogni di salute del nostro Paese per risolvere il problema, ma ciò fatalmente richiederebbe proprio quell’aumento dei fondi che il governo nega.
E questo riguarda soltanto un settore della complessa galassia accademica.
Intanto, come già accaduto una settimana fa, oggi, nelle prime ore della mattina, gli studenti hanno inscenato un flash mob in cui hanno portato le mutande, simbolo della protesta, nelle università, appendendole a dei fili negli ingressi degli atenei. Un gesto simbolico, ma molto eloquente di una situazione che caratterizza non soltanto la condizione studentesca ma l’intero sistema universitario del nostro paese, se è vero che ancora una volta le assemblee hanno visto la partecipazione, assieme ai docenti, dei ricercatori, dei dottorandi e del personale dell’università.
Un’iniziativa promossa e condivisa dall’Unione degli Studenti fin dall’inizio, per superare modalità di protesta che rischiano di mettere le componenti universitarie in contrapposizione tra loro e per dare maggiore forza alle rivendicazioni comuni.