BPVI LEAKS E IL VARCO OSCURO VERSO IL BUIO DELL’ITALIA DEGLI ANNI ’90

DI MARCO MILIONI

Difficile dire se ci saranno altri sviluppi rispetto alla vicenda nota come BpVi leaks. Certo è che il caso, nonostante il silenzio assordante della stragrande maggioranza dei media, è un vero e proprio vaso di Pandora. E imprevedibili sono le conseguenze qualora questo vaso dovesse essere aperto. Ad ogni modo la storia sembra non essere ancora finita. L’utimo capitolo l’ha scritto poche ore fa Contropiano.it: «Aldo Morgigni – svela la testata – consigliere togato di Autonomia e Indipendenza al Csm… ha annunciato la presentazione di una denuncia e la richiesta di apertura» di un’inchiesta interna al Csm.

TRAME SUL CSM? UN ESPOSTO PER FAR CHIAREZZA
«Autonomia e indipendenza», per inciso, è la corrente che in seno all’organo di autogoverno dei magistrati fa capo «al giudice Piercamillo Davigo». Detta così potrebbe sembrare una quasi ovvietà. Un membro del Csm legge alcuni articoli che disvelano scenari inquietanti. E così ipotizzando «un’attività di dossieraggio ai danni dei componenti del Csm» segnala la cosa alla procura competente e allo stesso Csm. La cosa che colpisce, vista l’apparente gravità della situazione, è che nello stesso senso non si sia mosso, almeno a quanto è dato sapere, il vertice del Csm, ovvero dal vicepresidente Giovanni Legnini. Né tantomeno dallo stesso sono giunte sino ad ora prese di posizione in tal senso.

La domanda non è peregrina perché tutti i componenti il Csm, presidente incluso, ovvero il capo dello Stato Sergio Mattarella, fino a prova contraria sono pubblici ufficiali. I quali in forza dell’articolo 361 del codice penale hanno l’obbligo di denuncia all’autorità giudiziaria di ogni possibile notizia di reato. Il che varrà in primis, verrebbe da dire, proprio per quegli illeciti eventualmente commessi o all’interno del Csm o contro il Csm che fino a prova contraria è un organo di rango costituzionale cruciale per la vita democratica del Paese.

GRAVI CONSEGUENZE PER LA LIBERTÀ DI STAMPA
Purtroppo c’è una parte dell’opinione pubblica che dopo le rivelazioni de La Verità e de Il Sole 24 ore proprio sullo stranissimo intreccio tra conti riservati della presidenza del consiglio, dell’intelligence e il gruppo Banca Popolare di Vicenza Banca Nuova, ha ritenuto naturali le perquisizioni a danno dei colleghi che hanno aperto questo squarcio. Il che, come ha ricordato Giorgio Meletti su Il Fatto, porta con sé conseguenze gravide per la libertà di stampa. Ma anche per quella della indipendenza della magistratura rispetto ad un potere, quello dell’esecutivo nelle sue articolazioni più segrete e meno soggette al controllo delle Camere e più in generale dell’opinione pubblica.

TORNA IL TORBIDO DEI PRIMI ANNI ‘90
Cosicché il clima nazionale si fa pesante. Nel Paese sembrano ricrearsi con progressione geometrica quelle condizioni di opacità e di grande incertezza politica che precedettero la stagione delle stragi dei primi anni ‘90 rispetto alle quali gli intrecci perversi tra malavita organizzata, segmenti della massoneria, pezzi deviati dello Stato e ingerenze estere di ogni tipo non si sono ancora per nulla chiarite. Quanto all’operato dei servizi, tanto per dirne una, chi non è proprio un ragazzino ricorderà il delirio in cui l’Italia precipitò quando nell’affaire Malpica-Broccoletti si arrivarono a lambire il Viminale e la presidenza della repubblica. Tra zarine, mobilio antico pagato con non si sa bene quali fondi e arresti ai vertici dell’intelligence si arrivò a parlare «di banda del Sisde».

Quest’ultimo, per chi non lo ricorda è il nome che allora aveva il servizio segreto civile. Ed è proprio alla luce di questa eredità che colpisce il silenzio, tranne qualche eccezione, non solo dell’informazione, ma anche della politica. Banca Nuova, la controllata siciliana di BpVi non è stata solo la banca con la funzione di tesoreria per per molti enti pubblici, ma è anche stata la banca che ha fatto da cassa di risonanza per lo sbarco in terra di Trinacria dell’ex numero uno di BpVi Gianni Zonin quando quest’ultimo ai primi anni Duemila incrociò i destini siciliani di Totò Cuffaro, le cui grane giudiziarie sono note a tutti peraltro.

LA LIASON TRA VENETO BANCA ED ETRURIA
In questi giorni tuttavia non c’è solo l’istituto di credito vicentino a tener banco. Basti pensare al filo rosso che parte da Veneto Banca e che passando per l’ex ad Vincenzo Consoli giunge sino a Banca Etruria. In questo caso è la Nuova Venezia a raccontare che proprio Veneto Banca avrebbe finanziato in modo poco ortodosso alcuni suoi soci i quali a loro volta avrebbero acquistato a loro volta azioni di un altro istituto in difficoltà, ovvero Banca Etruria, da anni vicina alla famiglia del sottosegretario alla presidenza del consiglio Maria Elena Boschi, uno dei pezzi da novanta del cerchio magico dell’ex premier democratico Matteo Renzi.

FILO ROSSO, FILO MASSONE
Non va dimenticato tra l’altro che due anni fa tenne banco sui giornali la misteriosa vicenda della centrale di dossieraggio riferibile ad una società con base operativa in Toscana ma con sede legale nel Veneto, nella quale venne invischiato il faccendiere Valeriano Mureddu, il quale secondo Libero venne presentato a Pierluigi Boschi, babbo di Maria Elena, da un altro personaggio molto controverso ben noto alle cronache, quale è Flavio Carboni. Quest’ultimo negli anni «ha intrattenuto rapporti con personaggi controversi quali l’agente segreto Francesco Pazienza, il capo della P2 Licio Gelli, il boss mafioso Pippo Calò, l’ex gran maestro della massoneria Armando Corona», nonché con l’allora «imprenditore Silvio Berlusconi, di cui è stato socio in affari per il progetto Costa Turchese».

E a questo punto sul cruscotto si accendono due spie rosse. La prima, Mureddu, riferì due anni fa Libero, organizzò alcune riunioni nell’ufficio romano di Carboni con Boschi senior al fine di trovare un direttore generale per Banca Etruria. Il tutto con l’obiettivo di trasformare la popolare Etruria, che per un periodo è stata anche nel mirino di BpVi, si narra su input di Bankitalia, in una spa che sarebbe dovuta finire, almeno in quei piani, nell’orbita di un fondo del Qatar.

La seconda spia rossa riguarda invece l’ex gran maestro Corona. Il suo nome è riemerso dagli annali della memoria grazie ad una intervista esplosiva realizzata da Sandro Ruotolo per Fanpage.it e pubblicata poche ore fa. In quella intervista il noto giornalista televisivo si trova faccia a faccia con Giuliano Di Bernardo, già maestro del Grande oriente d’Italia. Il quale denuncia per la prima volte le pesanti condizioni di inquinamento delle logge da parte di Cosa nostra e soprattutto della ‘ndrangheta. Di Bernardo nella sua intervista spiega che le logge coperte come la P2, furono create nell’Ottocento per dare una certo grado di riservatezza a quei massoni che facevano parte dei livelli più alti del governo, delle banche e del mondo militare. Poi, sempre intervistato da Ruotolo, Di Bernardo rivela che chi lo precedette al vertice del Goi, si tratta proprio di Corona, contravvenendo alle disposizioni della legge Anselmi-Spadolini, diede vita comunque a logge coperte. Poi rivela il controllo che la ‘ndrangheta aveva stretto proprio sulle logge calabresi e racconta altresì di come i vertici della massoneria della regione meridionale fossero ben consapevoli del fatto che se si fossero opposti a tale simbiosi avrebbero rischiato la propria vita e quella dei familiari.

PARALLELISMI INQUIETANTI
Si tratta di un inquietante parallelismo rispetto alle parole proferite giusto un paio d’anni fa da Mureddu il quale indagato con l’accusa di aver messo in piedi una sorta servizio segreto parallelo o quanto meno una centrale di dossieraggio illegale, agli investigatori che nel marzo sequestravano i documenti oggetto delle attenzioni della magistratura disse: «Non toccateli è meglio per voi». Storie per nulla chiare che ricordano, mutatis mutandis, il dossieraggio dell’affaire Pio Pompa e quello dell’affaire Occhionero. Nel frattempo l’indagine su quei 3500 fascicoli illegali va avanti e in questi mesi molto poco è trapelato sul loro contenuto, tranne che si tratta di dati in buona parte riferibili ad imprenditori: buio pesto anche sui mandanti ultimi dell’operazione. Su chi poi siano i veri finanziatori di questa operazione di dossieraggio illegale, almeno a detta dell’accusa, e se eventuali provviste di danaro in tal senso siano passate anche per le ex popolari venete magari con la benedizione di qualche settore dell’intelligence un po’ sbarazzina con la legge, questo non è dato sapere: al momento.

E sempre alla categoria della imprenditoria nazionale appartengono comunque i cento nomi passati al vaglio dalla Commissione bicamerale sul crac delle popolari venete, ma anche di altri istituti, presieduta dall’ex presidente della Camera Pierferdinando Casini. Il quale dopo aver letto della pubblicazione parziale da parte del Corsera degli elenchi dei cento debitori, tutti pezzi grossi dell’imprenditoria veneta e italica, che avrebbero mandato ko Veneto Banca in ragione di prestiti elargiti senza alcuna garanzia, si è molto risentito, tanto da segnalare l’ennesimo «leak» alla magistratura romana. Rivelazioni che fanno il paio con quelle apparse oggi su Libero a pagina 2 e 3 relativamente a Mps.