STRAGE NEL SINAI: CHI SONO I SUFITI NEL MIRINO DELLA JIHAD

DI ALBERTO TAROZZI

Mattatoio Sinai con oltre 250 morti in prima pagina.
Matrice terroristica e non solo.
Carneficina pianificata: non solamente un botto che ammazza quanti più innocenti sia possibile, ma un’operazione bellica con attacco armato che colpisce i superstiti e rende impossibili i soccorsi.

Obiettivo materiale una moschea, luogo di preghiera dei sufisti. Musulmani che non è possibile ”schierare” nello scontro tra sunniti e sciiti: appartengono agli uni come agli altri, semmai con una prevalenza sunnita, come pare siano gli attentatori.
In realtà il sufismo rappresenta una corrente spiritualista, aliena dalla lotta armata: più volte i loro rappresentanti sono stati proposti come esponenti del così detto Islam moderato e magari, proprio per questo, esposti maggiormente al rischio di attacchi terroristici “esemplari”, da parte di chi li marchia come “collaborazionisti dei nemici dell’Islam”, oltre che come apostati e infedeli. La scelta della data non è stata casuale: come spiega Brahim Maarad nel sito www.agi.it  “L’attentato di ieri è avvenuto nel venerdì della settimana di nascita del profeta Maometto: giovedì prossimo si celebrerà l’anniversario, una ricorrenza molto sentita dai sufi e respinta dai radicali perché considerata un’innovazione e non ritenuta quindi una festa islamica”. Da anni i santuari sufi sono oggetto di attacchi da parte degli integralisti, fintanto che, nel 2016, l’Isis ha emesso un comunicato con cui ha inserito gli appartenenti alla scuola sufi nella lista delle persone da uccidere. Così suonava la minaccia sulla rivista del così detto Stato Islamico  “Diciamo a tutti i santuari sufi, sceicchi e ai seguaci all’interno e all’esterno dell’Egitto, che non consentiremo l’esistenza di rotte sufi nel Sinai, specialmente in Egitto”. Passando dalle parole ai fatti l’organizzazione terroristica rapì e decapitò il 98enne maestro sufi Suleiman Abu Heraz . Era il principale esponente della scuola sufi nel Sinai e fu quindi accusato di essere “eretico” e quindi condannato a morte.

I loro riti, nel segno della tolleranza, si prestano invece a contaminazioni con altre espressioni rituali non islamiche, da quelle dei monaci buddisti ad altre del monachesimo cristiano. Il loro esprimere la sofferenza di fronte al peso dell’inquietudine dell’esistere affascina anche soggetti che provengono da altre culture (in Italia si è definito sufista Franco Battiato). Punizione esemplare, dal punto di vista religioso, quella che ha profanato nel segno della morte la loro moschea.

Ma il senso della carneficina non si ferma qui.
Obiettivo politico dell’operazione è il governo laico e militare del Cairo, guidato da Al Sisi. Il Sinai rappresenta un punto relativamente debole del suo apparato militare. Finora erano state attaccate le zone maggiormente attrattive dal punto di vista turistico a infliggere danni economici con azioni militari. Ma questo è attacco militare allo stadio puro, cui peraltro l’Egitto ha risposto immediatamente con attacchi aerei.
Al solito, quando si fa riferimento alle azioni dell’Isis o presunte tali, il pensiero corre ai sauditi, oggi particolarmente turbolenti, mentre sale al potere il rampante Salman junior. Certo può esserci il bisogno di farsi sentire, nel momento in cui si prepara un vertice, a Mosca, che vede protagonisti Iran e Turchia, tagliando potenzialmente fuori Riad anche da aree di influenza come il Libano.

Ma forse c’è anche un obiettivo ulteriore, cui si rivolge l’Isis o chi per lei, con questi attentati, nella forma della propaganda armata.
Da alcuni mesi, dopo le frizioni tra Arabia Saudita e Qatar ricorre la dizione “terzo polo” a indicare un’alleanza esterna all’asse centrale del conflitto tra sunniti e sciiti: quella composta dai sunniti del Qatar e che vede loro alleati la Turchia di Erdogan e i Fratelli musulmani, gruppo estremista che è stato spodestato dal potere in Egitto dal golpe di Al Sisi.
I Fratelli musulmani sono anche in stretta alleanza con Hamas e potrebbero aggregare un fronte di gruppi che si schierano con espressioni del radicalismo islamico ma che rifiutano la contrapposizine secca esistente tra Riad e Teheran e dunque l’invito a schierarsi da una parte o dal’altra.
Il loro radicamento è forte, appunto, in Egitto.
Probabile che i jihadisti, con la dimostrazione della loro potenza militare vogliano fare propaganda armata a colpi di stragi a dimostrazione che oggi, nella guerra in corso, non ci sia spazio per nessuna terza forza.

Come al solito chi ne va di mezzo è la popolazione civile, bersaglio di una esibizione della violenza che sembra non avere più limiti