ITALIA: PRESSIONE FISCALE E VITA DEL PAESE

DI ANDREA DELLAPASQUA

I DATI OCSE. L’Ocse (l’organizzazione per la collaborazione e lo sviluppo economico) ha di recente stilato il rapporto annuale relativo alla pressione fiscale nei Paesi industrializzati. Seppur lievemente calata la pressione resta molto alta nel nostro Paese, 42,9% del pil, migliora dello 0,4% rispetto al 2015, e si piazza al sesto posto tra i 35 aderenti all’organizzazione. Al primo posto in questa classifica troviamo ancora la Danimarca seguita dalla Francia e dal Belgio, all’ultimo posto incontriamo il Messico.

“VI DO UN DATO”. Una riuscitissima parodia che il comico nazionale Maurizio Crozza fa di un importante esponente della destra nostrana indulge sempre nella ripetizione del tormentone: “vi do un dato”. I dati, nell’era della rete globale, sono accessibili a tutti e ciascuno li legge, e talvolta li strumentalizza, come meglio crede. Che la pressione sia alta (forse non solo quella fiscale in Italia) è un dato inequivocabile, letto da solo però potrebbe non bastare per delineare un quadro più ampio della situazione del nostro sistema-Paese.

FORSE “REPETITA JUVANT”. Tempo addietro ci siamo occupati dell’allungamento dell’età pensionabile e l’argomento ci ha indotti a fare alcune riflessioni utili, a nostro avviso, anche in questo caso; le riassumiamo qui brevemente:
1 Quando lo Stato comprime le nostre private finanze o ritarda agognati traguardi di riposo l’argomento “tecnico” è la necessità.
2 Una volta individuato il “campo della discussione” si evita di fuoriuscire dal suddetto campo chiedendosi se ci sarebbero delle alternative.
3 Una domanda importante potrebbe essere: come vengono spesi i soldi nel Paese?
4 Una certa impostazione “dogmatica” (ci divertimmo a chiamarla “un poco bocconiana”) che prevede come le risposte possibili siano necessariamente quelle imposte non immagina la messa in discussione dei capitolati di spesa.
5 Mettere in discussione tutto significa interrogarsi su: continuo aumento della spesa militare, il pozzo senza fondo della spesa politica, la timidezza nella lotta all’evasione per paura di ripercussioni nel consenso elettorale e per esempio significa osservare fenomeni grotteschi eppure prepotentemente reali come l’avventura esosa, comunque si concluda, del ponte sullo stretto…

E ALLORA LA DANIMARCA? Evidentemente talvolta i comici ci prendono per mano e si dimostrano utili nell’accendere inconsapevolmente dei fuochi dentro l’oscurità dei dati asettici dell’economia; lo fanno aiutandoci a procedere con un sorriso sulle labbra. Nella parodia di una ragazza assidua frequentatrice di Casa Pound, Caterina Guzzanti (sorella dei più celebri Corrado e Sabina), per rispondere alle accuse di neonazismo rivolte ai giovani di Casa Pound ripeteva autisticamente alzando la voce: “e allora le foibe?!!”, riferendosi ad una “bruttura comunista”. “E allora la Danimarca?” potrebbe obiettare qualcuno, la Danimarca infatti primeggia in questa soffocante classifica, è prima staccandoci di ben 5 posizioni, in Danimarca la pressione fiscale è addirittura superiore…c’è sempre del marcio in Danimarca come nelle narrazioni teatrali di Shakespeare?

ALTRE CLASSIFICHE. Evidentemente se il nostro intento è quello di tentare una “lettura più ampia del nostro sistema-Paese”, non ci può bastare una sola classifica… però niente paura, possiamo guardarci attorno con attenzione per individuarne una che fa davvero al caso nostro. La Danimarca, abbiamo visto, resta saldamente in testa alla non proprio gradevole classifica relativa al grado di pressione fiscale tra i Paesi industrializzati, è prima quest’anno ed era prima l’anno precedente. L’anno precedente la Danimarca primeggiava però anche in tutt’altra classifica, quella del World Happiness Report, un’iniziativa nata per volontà delle Nazioni Unite: il report sulla qualità della vita. Quest’anno è seconda, il vertice le è stato scippato dalla Norvegia. Come si stila una classifica del genere?

GLI INDICATORI DELLA QUALITA’ DELLA VITA. I fattori analizzati per stilare questa particolare classifica sono: il prodotto interno lordo pro capite, la speranza di vita, la libertà, la “generosità”, il sostegno sociale e l’assenza di corruzione nel governo o negli affari. L’italia, in questa classifica che analizza 155 Paesi è solo 48esima. Esistono altre classifiche ed altri indicatori; Numbeo ad esempio, uno dei maggiori database al mondo che raccoglie informazioni su Paesi e città ci piazza 26esimi nel 2016 con i seguenti indicatori: l’indice di inquinamento, il numero di anni necessari per acquistare un immobile, l’indice di criminalità, l’indice del clima, l’indice del sistema sanitario, l’indice del traffico, l’indice del costo della vita, l’indice del potere d’acquisto (verafinanza.com). Come non citare poi le indagini Ocse 2016 e i suoi indicatori, nella classifica Ocse l’Italia è 25esima e la classifica tiene conto di 11 indicatori: reddito, abitazione, istruzione, ambiente, salute, soddisfazione della vita, la comunità, impegno civico, sicurezza e conciliazione tra famiglia e lavoro. “La performance dell’Italia, scrive l’Ocse, è contrastata ed è sopra la media solo in tre aspetti. Sui redditi pesa l’impatto della crisi: nel 2009 il reddito medio delle famiglie italiane era vicino alla media Ocse, ma è caduto di quasi il 9% tra quell’anno e il 2013, mentre nell’Ocse in media è aumentato dell’1,5%. Il reddito medio in Italia è così pari a 25mila dollari l’anno pro capite contro i 29mila Ocse e c’è anche un forte divario tra ricchi e poveri. Il 20% al top dei redditi guadagna quasi sei volte più del 20% con i redditi più bassi”. (milanofinanza.it).

Tornando alla Danimarca sappiamo che fino ad un anno fa era una regina con due corone: primeggiava nella pressione fiscale ma anche per “happiness”, evidentemente non sono categorie dicotomiche, l’una non escluderebbe per intenderci l’altra a priori. In un Paese, il nostro, che secondo Freedom House (associazione americana no profit) si piazza al 52esimo posto nella classifica sulla libertà di informazione questa “semilibertà” d’informazione non impedisce certamente agli italiani di figurarsi un poco il proprio personale destino rinunciando ad una visione in linea con la “raccomandabile felicità”.

Eccoci dunque al quesito di qualche articolo fa ora in salsa fiscale, possiamo farci la domanda fondamentale chiudendo la frase con una parola che tanti anni fa era sulla bocca di tutti, è l’ultima parola prima del punto interrogativo: come impegna lo Stato le risorse drenate al popolo?