NON SOLO IMMIGRATI: IL LATO OSCURO DELLA CAPITALE CELA UN POPOLO DI GIOVANI DISPERATI

DI COSTANZA OGNIBENI

È di pochi giorni fa l’articolo di Floriana Bulfon uscito su L’Espresso con cui venivano posti i riflettori su una Roma invisibile, dimenticata, abbandonata a se stessa, accostato dalle foto-shock di Neige de Benedetti che avallano la gravità del problema. Un’inchiesta portata avanti con Unicef, accompagnata da un video (regia di Ivan Corbucci) le cui voci sono quelle di ragazzine che non dimostrano più di quindici anni. Non è la Roma delle periferie raccontata da Walter Siti; non è la solita Roma nelle trame di Mafia Capitale che combina l’ennesima malefatta. E non è nemmeno la Roma della corruzione che un impotente Don Chisciotte mascherato da sindaca cerca invano di combattere. Quella è una Roma conosciuta. È una Roma che ci ha indignato, stizzito, ma anche un po’ stufato. Il lato oscuro della Capitale rivela, in questa coraggiosa inchiesta, un’altra sfaccettatura di cui forse eravamo a conoscenza, ma della quale non abbiamo il coraggio di parlare. Perché è impossibile. Parlare di periferie in mano alla disperazione è senz’altro difficile, così come della dura situazione degli immigrati o dei clochard che cingono le frettolose strade del centro, dove orde di uomini d’affari e turisti storditi da un’inevitabile sindrome di Stendhal si fanno largo mentre camminano a frotte cercando di rubare con lo sguardo ogni singolo sampietrino e facendo attenzione a che i loro occhi arrivino a quel livello sotto al quale non devono scendere, pena trovare quelli che dall’opulenta società capitalista vengono definiti “scarti”, quando non “parassiti”, perché non in grado di produrre. Difficile senz’altro parlare di loro. Ma se ne parla.
La Roma di cui nessuno parla è quella dei cosiddetti angeli di strada, ovvero gli adolescenti che vivono nelle viscere della capitale senza alcuna tutela, lottando quotidianamente per la sopravvivenza e la cui unica speranza rimane quella di trovare i soldi per arrivare a fine giornata. Spacciando, prostituendosi, quando non rubando. Dormono negli anfratti delle gallerie, negli edifici abbandonati o nei sottopassi che costeggiano i maestosi edifici istituzionali che si alternano con quei meravigliosi monumenti che pullulano di storia. Passare di fronte a Porta Pia mentre si osserva l’imponente monumento al bersagliere, spinge inevitabilmente a chiedersi cosa accadde 147 anni fa in quella piazza. Ma viene difficile chiedersi cosa si celi sotto a quel terreno, esattamente quindici metri più in basso.
È di Anna la prima voce narrante della video inchiesta, un’adolescente incinta di pochi mesi che racconta la sua storia accarezzandosi la pancia. Nessun rapporto con il padre, una madre non in grado di occuparsi di lei. La presa d’atto e poi la fuga. Strutture inadeguate, case famiglia inefficienti dove si sentono più abbandonati che per strada, istituzioni indifferenti: un calvario sopportato non solo da “immigrati da aiutare a casa loro”, ma anche da italiani, molti dei quali non ancora maggiorenni, spesso vittime di coloro che sopra a quei sottopassi che li ospitano ci camminano vestiti di tutto punto, come ci racconta la recente vicenda dell’orco di Termini, un ingegnere americano che si appostava nei pressi delle stazione per adescare le proprie vittime in cambio di denaro. E si facevano adescare, i giovani disperati, perché l’angoscia che scaturisce da quei rapporti può essere placata – basta acquistare per pochi centesimi qualche antidolorifico in grado di rintontire al punto tale da non sentire più niente – la fame no. È impensabile, la Roma rappresentata in questa vicenda, popolata da giovani donne spesso provenienti da quelle periferie che gli incravattati politici propongono di salvare e dove si affrettano a istituire i loro comizi per recuperare qualche manciata di voti. Adolescenti che in quegli angoli bui fanno amicizia con giovani immigrati dai quali imparano lingua, usanze, offrendosi reciproci aiuti, ma anche scambiandosi droghe e antidolorifici, per calmare quel dolore che li accomuna tutti.
Non c’è cittadino italiano o immigrato tra i giovani invisibili della capitale; c’è una comunità unica il cui denominatore comune è la sofferenza, aggravata dall’incapacità delle istituzioni di venir loro in aiuto.