PAPA, CRISTO SI E’ FERMATO A EBOLI. TU NON FERMARTI A DHAKA

DI PIO D’EMILIA

Lettera aperta a Papa Francesco,

vai a trovare i bambini nell’inferno di KUTUPALONG. Il mondo deve sapere.

Caro papa Francesco, perdonami se ti do del tu. In passato altri colleghi hanno avuto l’onore di incontrarti e parlare direttamente con te. Dicono che sai ascoltare. Penso al mio amico Francesco Sisci, che ti tiene aggiornato sulla Cina. Penso a Enzo Cursio, buddista “ecumenico”, tuo grande ammiratore, che mi ha suggerito di scriverti pubblicamente. E allora lo faccio. Sperando che tu mi legga direttamente, visto che”frequenti” Fb e, come tutti i “grandi” del momento, ogni tanto “cinguetti” su Twitter.
Sono appena tornato dal Bangladesh, paese dove tu stai invece per arrivare. In Bangladesh ho visto l’inferno. Uno dei tanti che esistono in questo nostro mondo.
E’ a Kutupalong, al confine con la Birmania. E’ immenso, questo inferno, oltre 20 kmq, cresce giorno dopo giorno. Ci sono finiti e ci vivono, si fa per dire, oltre un milione di Rohingya, una delle popolazioni più sconosciute e perseguitate al mondo. Sono di religione musulmana, ma non è per questo – o quanto meno non solo per questo – che sono finiti all’inferno.
In quasi 40 anni di carriera, ne ho visti tanti, di inferni in terra: i campi palestinesi, le favele brasiliane, i cosiddetti “parcheggi umanitari” ai confini tra Siria, Turchia e Iraq, la “giungla” di Calais, il campo di Idomeni, ai confini tra Grecia e Macedonia. Anche lì, ricordo, i profughi ti aspettavano, invocavano la tua presenza anche per pochi minuti. E invece arrivò Angelina Jolie. Per carità, un bel gesto. Ma loro aspettavano te. Volevano sentire una sola frase: “open the border”, aprite le porte. Alla fine non le hanno aperte quelle porte, e molti di loro, dopo essere sopravvissuti ai rischi e alla sofferenze di un lungo viaggio, ora marciscono dei campi di “ricollocamento”.


Ho seguito l’esodo dei Balcani, visitato i “centri di accoglienza” – oramai divenuti di detenzione – dove i migranti attendono, non senza qualche speranza, di coronare finalmente il loro sogno di libertà.
Ma l’inferno di Kutupalong è diverso. Perché è un vero inferno: nessuna speranza di uscirne. Nessuna.
Per di più, è pieno di bambini. Sembra siano oltre la metà, papa Francesco, moltissimi di loro addirittura sono capifamiglia: mandano avanti la “casa” – si fa per dire – alzandosi la mattina presto, portando per tutto il giorno enormi pesi in giro per il campo, per poi tornare la sera con una manciata di riso e qualche radice per i fratellini.


Nessuno, in terra, dovrebbe stare all’inferno. Per i delinquenti ci sono le prigioni, ma questi non sono delinquenti. Sono uomini, donne, bambini sfortunati. Soprattutto i bambini, papa Francesco, all’inferno non dovrebbero starci.
Valli a trovare, per favore.
So che la questione è stata discussa: mi dicono che tu stesso avevi espresso il desiderio di andarci, ma che per “motivi di sicurezza” la visita è stata esclusa. Non so. Spero che la questione di sicurezza riguardi solo il fatto di non annunciarla prima, la tua vista. Perché qualcuno dice che alla fine ci andrai, a Kutupalong, magari per pochi minuti, così come hanno fatto nei giorni scorsi alcuni politici europei e asiatici. Una visita, nel loro caso, assolutamente inutile, caro papa Francesco. Che ha portato solo visibilità a loro e ulteriori disagi ai profughi.
Per te sarebbe diverso, e lo sai bene. Problemi di sicurezza non ce ne sono. Volendo si può atterrare con gli elicotteri addirittura all’interno del campo. E comunque all’inferno nessuno pensa di far male a qualcuno, tanto meno a te. All’inferno c’è già abbastanza dolore e sofferenza. A nessuno verrebbe in mente di provocarne altra. E poi a Kutupalong, come ti dicevo, ci sono soprattutto bambini. Quale minaccia possono rappresentare, i bambini? Se non quella di risvegliare le nostre coscienze intorpidite?
“Lasciate che i bimbi vengano a me” diceva Gesù, giusto? Beh, questi bambini non possono venirci da te. Vacci tu, a trovarli. Certo, non potrai chiuderlo, questo inferno. Non potrai trasformarlo in paradiso. Ma pochi istanti, pochi minuti di presenza, e magari un tuo appello potrebbero fare la differenza. Potrebbero finalmente accendere i riflettori del mondo su questa immane tragedia, scuoterci dall’indifferenza, obbligarci tutti a dire e a fare qualcosa.
Non credere a quello che vanno dicendo in questi giorni le autorità bengalesi e birmane, papa Francesco. L’accordo per il rimpatrio è pura propaganda. Non esiste: è fisicamente, giuridicamente ed eticamente impraticabile. Ti basteranno pochi minuti per rendertene conto. Non ci sono le condizioni per un rimpatrio, sia pure controllato, oggi. Quelle persone, quei bambini, sono destinati a restarci, all’inferno. Per questo è importante che tu ci vada. Per ricordarci che l’inferno esiste. In terra.
Cristo si è fermato a Eboli, scriveva Carlo Levi. Tu, papa Francesco, non fermarti a Dhaka. Spingiti fino a Coxy’s Bazar, porta un po’ di acqua fresca, un po’ di sollievo nell’inferno di Kutupalong.
Grazie dell’attenzione e Buon Viaggio.