ARGENTINA: LA REPRESSIONE DEI MAPUCHE CONTINUA, UCCISO UN VENTUNENNE CON UN COLPO ALLE SPALLE

DI FRANCESCA CAPELLI

DALLA NOSTRA CORRISPONDENTE A BUENOS AIRES

Ventun anni portati via da un colpo di pistola alla schiena. È successo sabato, a Villa Mascardi (dipartimento di Bariloche), nel sud del paese, dove la prefettura ha sparato proiettili di piombo contro la comunità mapuche Lafken Wuinkuñ Mapu. Proiettili che hanno ucciso il giovane Rafael Nahuel (nella foto) e ferito due suoi compagni. La pallottola, entrata dal gluteo, è poi finita nel torace, una prova che il giovane stava scappando quando è stato colpito.
Il comunicato della ministra per la Sicurezza Patricia Bullrich, la stessa che per settimane ha cercato di coprire la gendarmeria sulla sparizione di Santiago Maldonado (il giovane scomparso il primo agosto durante una manifestazione e trovato cadavere oltre due mesi dopo) parla di uno “scontro a fuoco” con i militari. Tuttavia non ci sono prove che i mapuche posseggano armi. Si parla di “spari preventivi” da parte degli uomini della prefettura, di “gridi di guerra” da parte dei mapuche. I testimoni dell’Assemblea permanente per i diritti umani di Bariloche riferiscono il lancio di alcune pietre e nient’altro.
Alcune giorni, fa i militari avevano effettuato sgomberi sulle terre reclamate dai mapuche, compiendo vari arresti. I rastrellamenti sono continuati fino a sabato. Quando si sono conclusi con l’epilogo peggiore, ma certo non inaspettato: un morto assassinato.
Continua, e raddoppia la posta, la criminalizzazione della protesta iniziata dal governo di Mauricio Macri fin dai primi giorni del suo insediamento. Le comunità mapuche, che reclamano le restituzione di una parte minima delle loro terre, sono diventati il nuovo “enemigo de la nación”, e vengono descritti come una sorta di Isis locale. È la vecchia tecnica della costruzione di un nemico interno, utilizzata anche negli anni ’70 dalla Triple A (Alianza Anticomunista Argentina, una formazione paramilitare che operò tra il 1974 e il 1976, durante il governo di Isabelita Perón) e, successivamente, dalla dittatura. Tanto da legittimare il ricorso all’esercito – e non alla sola polizia – per operazioni di ordine pubblico.
Durante la presidenza di Nestor Kircher l’esercito fu restituito al suo compito principale, ossia la difesa dei confini, e fu rafforzato il controllo del governo sul suo operato. Controllo che ora sembra sfuggito di nuovo di mano. È già la seconda occasione in cui la ministra per la Sicurezza sembra addirittura temere la reazione delle forze che fanno capo che al suo stesso ministero. Non solo. Pochi giorni fa è emersa la totale assenza di trasparenza nella gestione dell’incidente al sottomarino Asa San Juan, con il ministro della Difesa Oscar Aguad informato della crisi dalla Marina con giorni di ritardo.
Il comandante della base navale di Mar del Plata (provincia di Buenos Aires) avrebbe addirittura detto ai parenti degli uomini dell’equipaggio del sottomarino, in un sinistro tentativo consolatorio, che i loro cari sarebbero stati ricordati come eroi, e non come “tipi alla Santiago Maldonado”.
Criminalizzazione di chi protesta e persecuzione di chi, con quella protesta, solidarizza. Queste sembrano le nuove parole d’ordine di stato in Argentina.