PAPA FRANCESCO “PELLEGRINO DI PACE” IN MYANMAR

DI CHIARA FARIGU

Durerà una settimana il viaggio pastorale di Papa Francesco in Asia, il 3° in Estremo Oriente.
Un viaggio lungo e impegnativo ma fortemente voluto dal Pontefice, che si pone, ancora una volta nelle vesti di “pellegrino di pace“, come spesso ama definirsi, e come ribadisce anche nel telegramma inviato a Mattarella “per incoraggiare, le piccole ma ferventi comunità cattoliche” in una regione toccata dalla violenza a sfondo etnico e religioso.

Dopo oltre 9 ore di volo è atterrato all’aeroporto di Yangon in Myamar, la ex Birmania, dove si fermerà fino a giovedi. Volerà poi in Bangladesh per fare ritorno a Roma sabato sera. Ad accogliere Francesco i vescovi del Myanmar, un Ministro del Presidente della Repubblica Htin Kyaw e molti bambini vestiti coi loro costumi tradizionali che hanno donato un’allegra nota di benvenuto. Oggi un unico impegno: l’incontro in forma privata con il generale Min Aung Hlaing, capo dell’esercito, affinché, la riconciliazione nazionale, auspicata dal Pontefice, coinvolga anche i militari fino a poco tempo fa al potere. Un colloqui durato circa 15 minuti in cui si è parlato “della grande responsabilità delle autorità del paese in questo momento di transizione” ha riferito il portavoce vaticano Greg Burke.

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Grandi aspettative vengono riposte per i colloqui in agenda tra il Pontefice e le massime autorità locali ma soprattutto con la consigliera del governo e premio Nobel Aung San Suu Kyi e se verrà affrontato il problema della minoranza Rohingya e del loro rimpatrio.

Un’emergenza umanitaria quella dei Rohingya, di etnia musulmana. Un esodo, il loro, verso il Bangladesh di proporzioni esponenziali: da fine agosto, oltre 620mila si sono aggiunti agli altri 160mila rifugiati. In Myamar a questa minoranza etnica non viene riconosciuto il diritto di cittadinanza. Proibito persino pronunciare la parola “Rohingya”. E questa è una delle richieste giunte dai vescovi a Papa Francesco: astenersi, durante la sua visita, dal nominare la minoranza etnica che sta subendo, come denuncia l’Onu, una vera e propria “pulizia etnica”.

La schiettezza di Bergoglio, lo sappiamo bene non ammette lacci e lacciuoli. In Armenia sillabò la parola GE-NO-CI-DIO riferendosi al massacro degli armeni commesso tra il 1915 e il 1917 dall’impero ottomano, creando visibili malumori con la Turchia che quel genocidio disconosce. Difficile per lui, pontiere di pace e di riconciliazione, ignorare una simile tragedia umana. Più volte ha manifestato interesse verso il destino di questi profughi, bollati come una “minaccia” per la sicurezza nazionale, perchè “altri”, diversi. Molti gli appelli lanciati affinché la loro tragedia avesse fine. Difficile, se non impossibile, per Francesco, rispettare quel divieto giunto dai vescovi