PICCHIATA DAL MARITO E DAL FIGLIO: LA STORIA DI CARLA

DI GIULIO CAVALLI

La storia di Carla, una donna di Sassari che per anni ha subito le violenze del marito e del figlio. E che ha trovato il coraggio di denunciare.

È una storia che merita di essere raccontata perché contiene molti dei temi di questi giorni ma soprattutto perché racconta ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, come una donna possa ritrovarsi per anni nella morsa della violenza all’interno delle mura domestiche dove, lì dove ci si aspetterebbe la protezione, alla fine ci si ritrova a faccia a faccia con i propri aguzzini.

Siamo a Sassari e Carla (il nome è di fantasia, per proteggere la vittima) è una delle troppe donne che finisce nelle mani del marito sbagliato: fin dal 1978 (come scritto negli atti del tribunale di Sassari) il marito la sottopone ad atti di violenza fisica, psicologica e morale. Era ancora una ragazzina Carla quando il suo uomo le continuava a ripetere “tu mi devi ubbidire, tu sei come un mulo e io ti devo raddrizzare” e ogni volta sono schiaffi, pugni. Lei si sentiva in colpa, si chiudeva in camera da letto e aspettava che tornasse il sereno. Un matrimonio in continuo saliscendi tra i (pochi) momenti di serenità e le sfuriate del marito: lui che decide di andarsene di casa senza far avere sue notizie e poi decide di tornare, lei con il naso e due denti rotti che poi decide di perdonarlo, lui che la picchia anche davanti al figlio, fino a quasi tramortirla e viene bloccato dall’intervento dei vicini di casa.

“Diceva che ero una donna da raddrizzare e io gli ho creduto”, racconta Carla. Gli anni trascorrono tra le botte e le umiliazione e lei, in fondo, continua a sperare che lui possa cambiare. Il peggio invece deve ancora arrivare: nel 2010 a Carla viene sottoposta a una brutta operazione alla caviglia, è costretta a usare per oltre un mese la sedia a rotelle ma “il rumore delle ruote disturbava mio marito”, e sono altre botte. “Devi smetterla sennò ti faccio fare un TSO” le dice il marito. “Se ti azzardi a chiamare il 113 tu finisci all’ospedale sedata!”. Nel 2013 Carla cerca di trovare il coraggio e la forza di chiedere la separazione ma anche questa volta le reazioni del marito sono violentissime: “Non se parla”, si legge tra gli atti della denuncia, e poi “se chiedi la separazione, in prima cosa ti faccio raccogliere le briciole per terra e se dopo ti trovo, pur dopo la separazione, a chiacchierare in un bar con qualcuno tu sei una donna morta”.

Siamo a marzo del 2014. Carla racconta di essere rientrata in casa dopo una seduta di fisioterapia: “a quel punto mio marito mi ha buttato sopra il letto immobilizzandomi con una mano appoggiata sulle spalle e con l’altra mi dava forti colpi sul viso, sulle spalle, sul torace”. Dietro all’uomo c’è anche il figlio: “prega prega tanto oggi sei morta, per te è la fine”, le dice. E, racconta Carla, è stato proprio il figlio a romperle un dente. Carla scappa, si rifugia dai vicini di casa e vengono chiamati i carabinieri: “non solo non li hanno arrestati ma mi hanno addirittura invitato a ritornare a casa”, ci dice.

Lei denuncia e entra in protezione grazie a un centro antiviolenza. Il processo invece si arena: a dicembre del 2016 il gup ha deciso che la richiesta del pubblico ministero Emanuela Greco non doveva essere accolta e ha emesso una sentenza di non luogo a procedere nei confronti di entrambi. L’avvocato sperava che il pubblico ministero impugnasse la sentenza del GUP ma così non è stato. Ora Carla è protetta. Ma loro sono ancora liberi.

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