VENARIA TRA REGGIA E CASE POPOLARI PASSATO E PRESENTE LA STESSA DISTANZA

DI ANTONIO NAZZARO

Venaria si apre gelida allo sguardo con un sole coreografico a riflettere le cime imbiancate all’orizzonte dimenticandosi di scaldare l’aria. Qui, tra la Stura, la Reggia allora castello e il parco la Mandria i miei sedici anni naufragarono dopo l’ennesimo trasloco. “Ma questa volta é diverso – diceva sorridente mia madre- é casa nostra”. “Come no –rispondeva mio padre- fra 30 anni finito il mutuo”. Capivo poco, sapevo soltanto che non volevo lasciare gli amici e la cittadina divenne:”Venaria che tutte le feste si porta via”.
Quella che era la cittá della Snia, fabbrica di fibre e tessuti artificiali, dove al passare si dovevano chiudere i finestrini delle auto per il cattivo odore che emanava , adesso é una disneylandia che offre ai turisti lo stesso “inganno” della Prospettiva Nevskij accompagnandoli all’entrata della Reggia di Venaria Reale, residenza sabauda disegnata dal Castellamonte, ritornata al suo splendore nel 2007 e da allora uno dei siti museali piú visitati d’Italia.
I turisti vengono lasciati sulla via che porta direttamente all’entrata della Reggia offrendo uno scorcio di cittá dal barocco piemontese, quello trattenuto nello sfarzo dalla piemontesitá sempre al bordo tra regalitá e provincialitá. Ignari percorrono la retta via fino all’entrata, come se tutta la cittá fosse lí distesa. L’inganno della Nevskij che concentrava sguardo e immaginazione su di sé a nascondere cosí il degrado delle vie parallele. Sotto i piedi scorre viale Buridani, vecchia passeggiata dei venariesi, con il vociare del sabato e i gruppi di anziani e giovani davanti ai bar per poi mischiarsi nel vino della vineria di sempre.
Ho il passo da testa abbassata per sostenere lo sguardo del freddo che nell’azzurro disegna invisibili lamette a tagliare il volto incassato nelle spalle. Raggiungo Paolo, amico dei giorni del castello di Venaria tra i finti passi di danza del dribbling e partite di calcetto nello sfarzo di un Salone Diana, oggi gioiello della Reggia, che per noi era solo meraviglia e avventura.
Si entrava da una rete nelle sere fredde d’autunno quando i Sette salti, luogo sacro di una gioventú post hippy di provincia scendeva come bosco sulle rive della Stura che diventava gelido e infrequentabile.
Sollevata la tavola di una finestra si aprivano le viscere del gigante di mattoni addormentato nell’abbandono di una strada veloce che percorre il suo muro senza mai mostrarne il volto che dorme con la bocca aperta verso una cittá che sembrava averlo dimenticato. C’era stato chi aveva proposto di abbattere la casa sabauda durante gli anni della modernità nello stile “Le mani sulla cittá”.
Oggi Paolo aspetta nel nuovo caffé sull’angolo della piazza che permette di organizzare i turisti ed immetterli nella prospettiva venariese. La piazza ospita un caffé che guarda da un lato una scuola d’inizio novecento che rompe lo sguardo su un’edificio anni 60 che come acrobata si mantiene in equilibrio con una serie di balconi-cassetti-aperti sul bordo della Stura che lenta passa a mangiarsi le fondamenta.
Paolo aspetta seduto al tavolino, ha gli stessi occhi schietti chiari di 35 anni fa, il sorriso sveglio dei primi immigrati di Venaria che erano scesi dal Veneto al canto delle sirene della Snia e i capelli biondi da austro ungarico, mentre lo guardo la memoria mi porta ad un amico che non c’é piú: Maurizio, capelli neri pelle scura ed occhi di corteccia d’ulivo, eravamo inseparabili insieme ad Oscar e Cesare e senza saperlo un gruppo multietnico. Ci si racconta decenni di vita come minuti e ci si guarda a cercare negli occhi dell’altro cosa é rimasto di noi. Parlando della reggia ci ricordiamo della leggenda ma neanche tanto di quanti venariesi hanno stanze arredate con i mobili del Castello nel periodo del saccheggio: “tanto poi marciscono”. Molti mobili, si racconta, sono stati usati come legna da ardere.
I turisti in fila, dietro un‘improbabile bandiera si lanciano verso la reggia come napoleonici alla conquista, noi fuori dalla prospettiva camminiamo nella Venaria che é un succedersi di case popolari a raccontare le diverse migrazioni che non smettono di naufragare su queste sponde. Cosí é nata quella parte adesso chiamata la Zona Nuova iniziata quasi quarant’anni fa e che vide la mia famiglia arrivare su una strada che era ancora terra battuta e le case intorno un progetto a realizzarsi.
Venaria resta a guardare la sua disneylandia culturale come si guarda qualcosa che é tuo ma non si puó toccare. Passa davanti alla casa-reggia del re-padrone come un immigrato che ancora cerca casa.