IANNACONE: “LA MIA TV CONTRO I TALK. FLORIS E GILETTI? NON RACCONTANO LA REALTA'”

DI CINZIA MARONGIU

Che la domenica sera sia diventata il teatro principale dello scontro a colpi di Auditel tra le varie reti televisive e i giganteschi interessi che ci stanno dietro in termini economici e politici non è più un mistero per nessuno. Quella serata, occupata su Rai1 da Fabio Fazio, controbilanciata da Canale 5 con alcune fiction (prima “L’isola di Pietro” con Morandi, ora “Rosy Abate” con Giulia Michelini) che dopo anni di digiuno degli ascolti stanno funzionando, rilanciata da “Le Iene” con inchieste in prima fila sullo scandalo sessuale nel cinema e infine combattuta fino all’ultimo telespettatore dal redivivo Massimo Giletti con la sua “Non è L’Arena” su La7, adesso ha un nuovo contendente. Si tratta di Domenico Iannacone che con il nuovo ciclo di inchieste de “I dieci comandamenti” lascia la seconda serata e viene promosso in prime time. Proprio la domenica.

Una bella responsabilità.
“Di sicuro una buona notizia. Non so che tipo di ascolti avremo, ma è un’opportunità importante quella di far vedere le nostre inchieste in un orario meno proibitivo della seconda serata. Quello che mi fa stare tranquillo è la qualità del nostro lavoro. È la mia protezione”.

E gli ascolti? Che aspettative ha la rete?
“Non ne abbiamo parlato di numeri. La domenica sera è in fase di assestamento e di fluttuazione. Tra Fazio, Giletti, Le Iene, noi abbiamo comunque la possibilità di essere visti da chi finora non conosceva questo programma. Quello che ci incoraggia è che le repliche, mandate in onda il sabato alle 20, hanno portato a casa un buon 5%, a volte anche il 6% di share. Abbiamo uno zoccolo duro che ci ha sempre seguito: l’anno scorso abbiamo registrato una media del 7% di share e in alcune puntate siamo arrivati anche al 10% con un milione e 800 mila persone.  Trovatemi un talk show che fa questi ascolti”.

Eppure lei viene proprio da “Ballarò” e poi da “Presa diretta”.
“Me ne sono distaccato in tempi non sospetti. Non me ne vogliano i colleghi che fanno i talk show, ma io ritenevo che quel tipo di informazione creasse una frammentazione del racconto. L’informazione non può essere frammentaria. Nei primi tempi di “Ballarò” con Giovanni Floris facevamo delle puntate monotematiche. Ma da tempo non è più così. Ora si fanno puntate nelle quali si affrontano 4 o 5 temi in rapida successione. Se fate un test e, dopo la puntata,  chiedete a un telespettatore che cosa si ricordi di quello che ha visto, la risposta sarà: “Niente”. O ben poco. Ormai i talk show sono una rutilante esposizione di fatti e di cifre. Ricordo che quando annunciai di voler lasciare “Ballarò” in tanti mi dissero: “Ma che sei matto?”. Ma la mia idea di racconto era già indirizzata verso un altro tipo di televisione. La stessa cosa successe con Riccardo Iacona. Io credo nel documentario puro, quello che facevano i vari Comencini, Zavoli, Gregoretti, Pasolini”.

Beh, lo faceva anche Santoro ai tempi di “Sciuscià”.
“Nel caso di Santoro parlerei della figura del sacerdote che celebra un rito. Ma io questa figura non la voglio più adottare nel mio linguaggio televisivo”.

Quindi, oltre Santoro, anche i vari Floris e Giletti sono dei sacerdoti che celebrano un rito?
“Certo. C’è una ritualità, una celebrazione sempre simile a se stessa. La tv è un rito che finisce per andare contro la narrazione degli eventi. La realtà è un continuo magma incandescente che si muove e che non puoi imbrigliare in un programma che si occupa di tante cose. Perché non hai tempo per spiegare, perché gli ospiti non funzionano, perché c’è un contradditorio becero, perché c’è chi fa demagogia e perché c’è chi usa l’ipocrisia per raccontare un fatto. Ci sono dei meccanismi tali per cui alla fine c’è elusione rispetto a ciò che si è visto nel filmato”.

Un meccanismo perverso quindi.
“Sì. Non faccio nomi ma non sa quante volte mi è capitato di vedere ospiti interessati a commentare quello che il filmato aveva appena raccontato e invece il conduttore che sposta l’attenzione su altri temi perché ha una scaletta da mandare avanti. Alla fine non si riesce ad andare oltre né in profondità”.

Veniamo al nuovo ciclo di “i dieci comandamenti”. Di cosa si occuperà?
“Partiremo dalla Terra dei Fuochi, proprio da dove avevamo cominciato nella prima puntata della prima serie. Ritorneremo in quei luoghi ora che nessuno ne parla più per scoprire che cosa è cambiato da quella denuncia che facemmo a suo tempo. Per scoprire che cosa è avvenuto dopo quella sovraesposizione mediatica, quella indignazione generale”.

Immagino la risposta.
“Infatti non è cambiato pressoché niente”.

Partendo proprio dal titolo del programma, quale comandamento oggi dovrebbe seguire l’informazione televisiva?
“Ne farei uno nuovo e cioè che chi fa informazione sia onesto. Non parlo solo dell’onestà da fedina penale, ci mancherebbe. Ma soprattutto dell’onestà intellettuale che oggi latita”.

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