IL PORDENONE VERSO SAN SIRO PER FARE L’IMPRESA

DI- STEFANO ALGERINI

Alla fine quando arriva la Coppa Italia il pensiero va sempre lì: all’Inghilterra. E alla sua di coppa, dove entrano tutte, ma proprio tutte, le squadre degne di questo nome. Tanto per capire: si parla di oltre settecento squadre partecipanti. Ed è vero che le compagini della Premier entrano in lizza solo dopo alcuni turni, però a novembre sono già in ballo. E, cosa fondamentale, non hanno la partita secca in casa come succede da noi. No, lì si va di sorteggio integrale, e quindi lo squadrone va a giocare nel campetto della squadra di quarta o quinta serie. Dove magari le tribune ci sono solo da una parte, e dall’altra c’è qualcosa di indefinibile montato per l’occasione per accogliere i sempre numerosi tifosi ospiti (da loro va così) del suddetto squadrone. Con sullo sfondo il baracchino del “fish and chips” che fa affari d’oro. Per ulteriori informazioni in proposito consigliatissimo il film “The Van” di Stephen Frears.

Ed il campo ridotto, le tribune (o quello che sono) a ridosso, magari anche le buche di un non perfetto terreno di gioco, spesso generano il “giant killing”, cioè la sorpresa con l’eliminazione della squadra di serie superiore. O quantomeno il pareggio, che garantisce ai piccoli la ripetizione della partita in casa dei più grandi, con relativa parte di incasso che serve a sistemare le casse societarie per tutta la stagione. Ma quello che più conta è che anche ad uno spettatore di un altro paese (tipo il nostro) viene voglia di guardarsi una di queste partite in televisione se capita. Ecco, con la nostra di coppa diciamo che questo rischio con spettatori esteri non lo corriamo…

No, da noi le sorprese sono guardate sempre con orrore. Sia mai che in fondo non arrivino i “soliti noi”, sarebbe un sacrilegio! Così vai con la “formula Kasko”: si gioca in casa dei più forti e tutti zitti. E pazienza se poi gli spettatori sono quattro gatti, di cui tre felini ospiti. E pazienza anche se televisivamente l’appeal di queste partite è simile ad una televendita di maglioni ad agosto. L’importante è che poi alla stretta finale, cioè le due semifinali con andata e ritorno e la finale all’Olimpico, ci siano le squadre che ci devono essere. Come disse Lotito nella famosa telefonata intercettata: “le persone non sanno manco che esiste il Frosinone…”.

Però ogni tanto “gli sconosciuti” ci provano a rompere comunque le scatole, ed ogni tanto ci riescono pure. Clamorosa in questo senso la cavalcata dell’Alessandria due anni fa, capace di spingersi fino alle soglie della “città proibita” giungendo alla semifinale con il Milan. E quest’anno il ruolo della mosca tse tse di turno prova a prenderselo il Pordenone: ieri ha buttato fuori una squadra di A, pur non proprio in formissima, come il Cagliari. Ed ora aspetta a piè fermo la supercorazzata Inter. Beh, “aspettare” non è il verbo giusto, perché come si diceva il regolamento non transige, e quindi toccherà ai neroverdi friulani mettersi in viaggio verso San Siro.

Già perché, per chi non lo sapesse, il Pordenone ha la maglia praticamente uguale a quella del Sassuolo. E proprio come la compagine emiliana ha passato gran parte della sua esistenza tra terza e quarta serie (che si chiamasse C1 C2 o Lega Pro). Solo che per il Sassuolo un giorno è arrivata “una fatina” di nome Squinzi e così quei neroverdi hanno potuto salire sulla carrozza che li ha trasportati dritti in serie A. Il Pordenone invece è rimasto a lottare nella tonnara della serie C. E chiamarla così non è eccessivo se si pensa a quanto sia difficile uscirne fuori. Se non vinci il girone infatti devi passare attraverso un playoff gigante, che si conclude poi con una “final four”. Fase finale a quattro che la scorsa estate si è giocata a Firenze, in un ambientino simpatico, con una temperatura adatta ai dromedari ma non ai calciatori.

Il Pordenone ci è arrivato a quella final four, ma è stato sconfitto dal Parma in una semifinale tiratissima decisa solo ai rigori, dopo che nel finale c’era stata più di una decisione arbitrale assai dubbia a favore dei parmensi. Grande rammarico ed occasione persa, occasione che non è per niente facile si ripresenti vista la difficoltà dell’assunto. Anche quest’anno la squadra viaggia in zona playoff, ma nel complesso non sembra più quella brillante guidata lo scorso anno da mister Tedino, volato poi via attratto dalle “sirene” palermitane. E’ pur vero che per fare il grande salto verso la Serie B prima di tutto servirebbe uno stadio all’altezza della categoria. Il Pordenone gioca nel glorioso “Ottavio Bottecchia”, impianto che non a caso porta il nome del grande ciclista degli anni 20, infatti al suo interno (ed intorno al campo di calcio) c’è la pista per le biciclette senza cambio. Quindi ambiente sicuramente affascinante ma insufficiente a livello di capienza per affrontare la serie B.

Però Pordenone a livello imprenditoriale non avrebbe nulla da invidiare a realtà (come Chievo ed Empoli, per dirne due) che navigano da anni in serie superiori. Certo la città è piccola e super tranquilla, ma capace di slanci sorprendenti. Come è stato nel mondo della musica dove da molti anni è considerata, lo sanno in pochi ma è vero, una delle capitali storiche del punk-rock italiano. Immaginarsi un Pordenone in serie A magari è troppo, però perché negarsi intanto un sogno come la doppia eliminazione in Coppa Italia di Inter e Milan prima di natale? Va bene, forse è un po’ troppo anche come sogno, però intanto è facile immaginarsi la scena tra due settimane a San Siro: temperatura polare, tribune semideserte, e tifosi del Pordenone a farsi sentire con tutto l’entusiasmo possibile per una sfida irripetibile (almeno in tempi brevi). Già non è male come pensiero, e se Spalletti poi dovesse farsi prendere la mano dal turnover… chissà.