ALL’IKEA E’ L’ALGORITMO A DETTARE I TURNI DI SERVIZIO

DI CHIARA FARIGU

Nell’agosto del 2015 toccò agli insegnanti affidare le loro vite ad un freddo algoritmo. Sbattuti in regioni lontane mille miglia da casa, per loro fu reintrodotta la parola “deportazione”. Furono decine di migliaia che da un giorno all’altro dovettero abbandonare famiglie e affetti per prendere servizio nella sede sorteggiata dal machiavellico software. Una ripercussione catastrofica per tantissime famiglie italiane.

Oggi il termine algoritmo sale nuovamente agli onori della cronaca. Perché all’Ikea è lui che fa il bello e cattivo tempo coi turni dei dipendenti. Due volte all’anno, in autunno e in primavera per i 65000 lavoratori degli store italiani. A farla da padrone sono le esigenze dei reparti, il flusso dei clienti ed il numero dei dipendenti impiegati. A contare sono quindi i numeri. Numeri che devono soddisfare le vendite, di conseguenza gli introiti per l’azienda. E’ in questo contesto che lavorano, anzi lavorano Marica e Claudio.

Due nomi, due lavoratori, un identico destino: licenziati su due piedi dopo anni di onorato lavoro. La prima perché impossibilitata a cambiare turno nel giorno in cui deve accompagnare il figlio disabile a fare terapia. Un orario proibitivo per lei, dalle 7 alle 9, senza intoppi alcuno dalle 9 in poi. Il secondo perché avrebbe prolungato di 5 minuti la pausa pranzo. Un ritardo che in altri tempi sarebbe stato sottolineato da un buffetto o da un benevolo rimbrotto ma che oggi vale bene un licenziamento. Tout court. Quasi si fosse in attesa di uno sgarro, anche impercettibile, per motivare come “giusta causa” il licenziamento di un lavoratore. Nessuna comprensione, nessuna empatia, nessun venirsi incontro. E soprattutto nessuna tutela. Affossata da normative che dei bisogni dei lavoratori se ne stra-infischia. E più l’azienda è grande più i rapporti interpersonali sono inesistenti, freddi, glaciali. Al limite del sopruso, della prepotenza, del ricatto, tanto c’è sempre un altro pronto ad accettare turni massacranti e paghe da fame.

E’ la legge dei tempi moderni, bellezza. O ti sta bene o arrivederci e grazie. “Non può fare quello vuole” si giustifica la multinazionale svedese, a proposito del licenziamento di Marica che, dal canto suo, ripete che aveva invece ottenuto delle rassicurazioni in merito alle sue richieste di orario di servizio. Rassicurazioni svanite nel nulla perché a fare il cambio dei turni per i dipendenti non è il capo del personale ma un algoritmo, un software elettronico che bypassa qualunque esigenza bisogno o necessità umana. Un freddo algoritmo che decide e incide sulle vite delle persone calpestando qualunque sentimento a cominciare dalla dignità, con tanti saluti.

“A dispetto delle campagne pubblicitarie sempre così sensibili ai temi sociali, l’Ikea dimostra di considerare i lavoratori soltanto dei numeri da tagliare per abbassare i costi. Come dei mobili. Da montare e smontare a piacimento”, commenta Marco Beretta della Filcams Cgil di Milano, a fianco dei lavoratori che sono in rivolta.

Lavoratori alla stregua di mobili, ma non al pari dei mobili. Un gradino più sotto. Con diritti zero.

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