LA LIBERTA’ PER TUTTI DI MORIRE “BENE”. SENZA SOFFERENZA FISICA

DI ALESSANDRO GIOLI

Una radicata convinzione vuole che la questione dell’eutanasia sia esclusiva dei nostri giorni, legata alle tecniche mediche che prolungano vite “vegetali” o troppo dolorose.

Se è vero che le macchine e i farmaci dilatano agonie infinite, è vero anche che le pratiche con cui provocare o accelerare il decesso di un incurabile in Europa sono antiche e sono state spesso accettate dalla Chiesa senza tanti dibattiti (cfr Marco Cavina, “Andarsene al momento giusto”, Il Mulino).

Oggi la questione si è però concentrata in quell’“eu”, cioè nella accresciuta sensibilità del diritto a morire “bene”, senza sofferenza fisica. E qui la livella di Totò non funziona più.

Si può morire dai 10-15 mila euro in su in una clinica 
di Zurigo o, a scendere, procurandosi il Nembutal per 1.000 dollari sul Web, fino 
ai classici sistemi gratuiti e crudeli tipo salto nel vuoto etc.

Insomma, oggi l’eutanasia (con la “eu”) è per benestanti: gli altri sono condannati alla dipartita con dolore. Stabilito 
il principio che ognuno può andarsene quando vuole, andrà affrontata anche la questione sociale derivata da questo diritto civile.