MINO DAMATO, L’UOMO CHE CAMMINAVA SUI CARBONI ARDENTI, OGGI COMPIREBBE 80 ANNI

DI LUCIO GIORDANO

C’è un dolore sereno  nelle parole di Gianpaolo Damato, il figlio di Mino, conduttore storico della Rai morto a settantatre anni,  il 16 luglio del 2010, nel ricordare a distanza di anni il suo papà, oggi che avrebbe compiuto 80 anni. Uno stile, quello di Gianpaolo, ereditato dal padre, uomo burbero ma elegante e generoso. Altruista.

Per tutti infatti rimarrà l’uomo che camminava sui carboni ardenti, in una celebre puntata della Domenica in del 1985. Ma il Damato meno popolare era solamente in apparenza di pasta dura: “Il carattere schietto e  diretto di papà, racconta Gianpaolo, che è un regista televisivo,  veniva scambiato per supponenza, irascibilità, uno con un pessimo carattere, insomma. Nella realtà mio padre era un uomo pronto a farsi in quattro per gli altri. Si imbarcava in avventure impossibili, come la fondazione da lui creata, bambini in emergenza, che aiutava i piccoli  in difficoltà. A cominciare dai  malati di Aids abbandonati, dell’ospedale Victor Babes di Bucarest, in Romania. E affrontava la vita con il sorriso. Sempre. Quando  gli diagnosticarono un male incurabile ai reni, papà ha continuato a ridere e scherzare, a incuriosirsi alle scoperte scientifiche  e della tecnologia. E tutte le mattine, quando ci incontravamo, mi salutava con una battuta. Non so se si può dire ma gli piaceva ‘cazzeggiare’. E io lo assecondavo in questo suo stato d’animo”.

Giornalista, conduttore televisivo, inviato per il tg 1 sui fronti di guerra. La prima parte della vita professionale è racchiusa in queste tre attività. Comincia giovanissimo, Damato. A 25 anni è già un professionista della carta stampata. Assunto  da  Il Tempo  diventa subito uno dei principali inviati del quotidiano romano. Ma pochi anni dopo entra in rotta di collisione con il  direttore del giornale,  Gianni Letta. Sbatte la parte e se va. Nel 68 approda in Rai, dove per anni si occupa di guerra: , Bangladesh, Vietnam. Damato è  l’ultimo dei giornalisti  ad entrare a Phnom Penh, la capitale cambogiana, occupata dai Khmer rossi. Nel 1980 è in Afghanistan, durante l’invasione sovietica: “ Papà partì per Kabul. Era stato inviato dalla Rai per curare un reportage su quel paese asiatico. Si inoltrò in villaggi dimenticati ma all’epoca non c’erano nemmeno i fax e per due mesi di lui perdemmo le tracce. Mamma era molto preoccupata. Ma all’improvviso squillò il telefono di casa. Era papà che ci tranquillizzava”. Due anni dopo, Mino Damato tornò in Afganistan, proprio con il figlio Giampaolo. Che ricorda: “ Avevo sedici anni e lui, che sin da bambino mi portava sempre con sé nei suoi viaggi, mi chiese di accompagnarlo in quella che era una missione proibitiva: la prima diretta clandestina in quel  paese occupato. Pochi giorni dopo esser arrivati a Kabul si mise in contatto con il tg1. Iniziò a trasmettere ma le batterie del telefono satellitare che aveva con sé si scaricano presto per il freddo e la diretta venne interrotta per cause di forza maggiore”.

L’ultimo saluto da inviato. Poi nell’83  a Mino Damato viene offerta la conduzione di Italia sera, un rotocalco pomeridiano di Rai uno: temi impegnativi affrontati con uno stile divulgativo semplice e diretto. E nell’85 Damato, in coppia con Elisabetta Gardini,  conduce Domenica in. Anche in quel caso, un contenitore leggero viene trasformato in un  programma divulgativo. Mino non ha però un carattere facile:  litiga con la Gardini in diretta, alza la voce. Si arrabbia ma non porta rancore. E però i risultati di quella edizione sono strabilianti. Gli ascolti, complice anche la puntata in cui Damato cammina per diversi secondi sui carboni ardenti ,fuori gli studi Dear della Rai, volano alle stelle. E’ quello il momento di maggiore popolarità della prima vita di Damato, che negli anni successivi si dedicherà con sempre maggior impegno alla divulgazione scientifica, con trasmissioni di grande interesse come Esplorando, Alla ricerca dell’arca, incontri sull’arca.

La seconda vita del popolare conduttore di origini napoletane si apre alla metà degli anni 90. E ha un nome: Andreea, con due e. E’ la piccola rumena che Mino adotterà. Ricorda commosso Giampaolo: “ Papà era rimasto colpito da una foto di un settimanale, all’interno di un servizio sui piccoli malati di aids abbandonati nell’ospedale di Bucarest. “ Quella sera ne parlammo in casa, mentre cenavamo. Papà ci disse: “ Quegli occhi chiedono aiuto. Voglio rintracciare la bambina’. Una cosa avevo capito di papà sin da bambino: che quando si metteva in testa una cosa la otteneva. Pochi giorni dopo erà già a Bucarest. Riusci a trovarla, quella piccola. Era in un lettino dell’ospedale Victor Babes . Sopra di esso c’era una scritta inquietante: malata di sida, la sindrome da immunodeficienza acquisita. Aids. Come ci disse papà tornato in Italia: ‘Andreea non parlava, non camminava ed era sola al mondo, visto che i genitori erano morti a seguito di quel brutto male’. Andreea, insomma,  comunicava solo con quegli occhi infinitamente dolci . La prima volta lui la carezzò con tenerezza. Fu un colpo di fulmine.  Si informò con il direttore dell’ospedale per avviare le pratiche d’adozione. E pochi mesi dopo Andreea era a Roma, a casa nostra”.

 

 

 

Chiedo a Gianpaolo quale fosse stata in quell’occasione la reazione sua, di sua madre e di sua sorella Donatella. “ Mamma, mi risponde Gianpaolo, appoggiò completamente la decisione di papà. Tra loro del resto c’era un amore sconfinato. Mia sorella ed io invece, all’inizio, restammo spiazzati.  Non nascondo che quella piccola malata di aids  rischiava di sconvolgere gli equilibri all’interno della nostra famiglia. Ma poi, a poco a poco, Andreea, nostra sorella, conquistò anche me e Donatella”. Sei anni insieme, sei anni intensissimi: “ Andreea Damato, continua Gianpaolo, aveva ritrovato il sorriso, aveva iniziato a camminare e a parlare. In italiano. E il giorno in cui se n’è andata per sempre, per la prima volta in vita mia ho visto il dolore negli occhi di Papà”. Quattro anni dopo Mino Damato deve subire un altro affronto dalla vita: la morte della moglie: “ Fu un altro capitolo doloroso della sua  e della nostra vita. Mamma e papà si erano conosciuti da giovani, racconta Gianpaolo. Poco più che ventenni erano diventati genitori. E una vita insieme , in piena armonia, non è facile da interrompere.  Papà  reagì  a quel doppio lutto nel giro di quattro anni, moltiplicando gli sforzi per la Fondazione avviata nel 95 e  abbandonando progressivamente il giornalismo per dividersi tra Bucarest e Roma.

C’è un altro capitolo particolare, nella vita di Damato:  le sue incursione nella politica, prima tra le file di alleanza nazionale, poi in quelle di Forza Italia, infine nel  gruppo misto alla camera. Un percorso da un punto di vista ideologico poco coerente, che Gianpaolo spiega cosi: “ Le sue candidature politiche  gli servivano soprattutto per sensibilizzare l’opinione pubblica sull’ argomento bambini, che gli stava cosi a cuore. Dunque lui si accostava ai partiti che gli davano più spazio per diffondere le sue iniziative”.

Politica, impegno nella fondazione e uno strascicato addio al mondo televisivo. Chiedo a Gianpaolo se negli ultimi anni suo padre provasse mai  nostalgia per la tv: “ Ne parlavamo ogni tanto. Risponde.  Un poco di nostalgia in effetti la provava. Si sentiva messo in disparte. Però subito dopo aggiungeva che in fondo era meglio cosi: “ Con questa tv, non ho molto a che spartire. Mi ci vedi  a condurre il grande fratello o l’isola dei famosi? Cosa penserebbero i miei bambini di Romania, vedendomi alla conduzione di trasmissioni spazzatura?”. No, non ce lo vedevo. E poi era cosi felice di dedicarsi completamente alla fondazione. Le sue forze erano tutte concentrate li. E con lui c’era Silvia, la sua nuova compagna, una psicologa, diventata con il tempo vicepresidente di Bambini in emergenza . In questi ultimi difficili anni, per papà, Silvia  gli è stata molto vicina”. Saranno  in seguito lei e la famiglia Donatella a completare l’opera e a seguire da vicino le iniziative di Bambini in emergenza, che finora ha ristrutturato tre padiglioni ospedalieri in stato di abbandono e otto case famiglia per l’accoglienza in Romania  dei piccoli soli al mondo. Il tutto in  ricordo di Andreea, la bambina  rumena, che grazie alla generosità di Mino Damato, per sei anni aveva conosciuto il sorriso e una vita normale.