ESCLUSIVA ALGANEWS. ARGENTINA, SOTTOMARINO SCOMPARSO: “IL GOVERNO NON POTEVA NON SAPERE”

DI FRANCESCA CAPELLI

DALLA NOSTRA CORRISPONDENTE DA BUENOS AIRES

A poco a poco, le notizie sull’incidente al sottomarino Ara San Juan, scomparso il 15 novembre scorso durante un viaggio da Ushuaia a Mar del Plata, iniziano a trapelare. Le responsabilità e le decisioni del governo, dato che pare difficile credere che non sapesse della possibile esplosione fin dal principio, le irregolarità nelle procedure di sicurezza, l’assenza totale di trasparenza nella comunicazione ai familiari dell’equipaggio.
“Il presidente Mauricio Macri e il ministro della Difesa Oscar Aguad devono assumersi le loro responsabilità e spiegare cosa hanno fatto e cosa no appena ricevuto l’allarme”, dice Elsa Bruzzone, storica, specialista in geopolitica e strategia di difesa e segretaria del Cemida (Centro de militantes para la democracia argentina, www.cemida.com.ar ), fondato nel 1984, poco dopo la fine della dittatura, da un gruppo di militari democratici, per prendere le distanze dai crimini del regime, di cui loro stessi erano state vittime. “Purtroppo, sono state punite anche le istituzioni e non solo chi si è macchiato di crimini contro l’umanità”, spiega Bruzzone. “Fu un grave errore politico. Gli stessi militari di leva furono vittime del terrorismo di stato: tra loro ci sono stati 124 desaparecidos”.
Cosa c’entra tutto questo con il caso del sottomarino Ara San Juan?
A forza di punire l’istituzione ci siamo ritrovati praticamente senza forze armate. Totalmente vulnerabili, privi di una politica di difesa che preveda l’ipotesi di un conflitto. Tutta la nostra difesa è stata delegata nelle mani del Commando Sur, un comando militare creato nel 1953 per tutta l’America Latina e il Caribe. Nasce su impulso degli Stati Uniti come braccio armato della Oea (Organización estados americanos). Gli unici due paesi che ne stanno fuori sono Venezuela (per scelta propria, ne uscì durante la presidenza di Chavez) e Cuba (espulsa dopo la rivoluzione). All’interno del Commando Sur ogni stato ha un margine di flessibilità nella propria azione. L’Argentina ha deciso di delegare tutta la difesa al Commando Sur: in caso di attacco, dovrebbero essere i marines a intervenire e difenderci. E se l’aggressore fossero proprio gli Stati Uniti?
Si suppone una totale convergenza di interessi strategici tra Usa e Argentina.
Infatti, ma in realtà questa convergenza non esiste. Il tipo di conflitto che gli Usa hanno in mente, per esempio il terrorismo, non ha nessuna relazione con la politica argentina. Noi abbiamo ipotesi di conflitto legate alla nostra sovranità nazionale, al controllo economico sulle risorse naturali.
Quindi non è casuale la narrazione con cui i media amici del governo ci stanno martellando in questi giorni, vale a dire la comunità mapuche come organizzazione terrorista equivalente all’Isis, che mirerebbe costruire uno stato autoctono fuori da qualsiasi regola costituzionale.
Torna la costruzione politica del “nemico interno” (oggi le comunità mapuche, negli anni ’70 le organizzazioni di sinistra, ndr), che poi portò al golpe del 1976. Questo è il quadro della situazione in cui si trova oggi l’Argentina per quanto riguarda le politiche di difesa.
In questo quadro, è possibile che davvero il governo (il presidente Macri e il ministro Aguad) non fosse informato dell’incidente fin dall’inizio?
No. Questo non è proprio possibile. L’Argentina fa parte, dal 2003, della rete di controllo del Trattato sulla proibizione degli esperimenti nucleari, che esiste dal 1963. La rete di controllo è stata creata per individuare eventuali esplosioni illegali di armi atomiche o di distruzione di massa. I metodi di indagine si basano su ultrasuoni, infrasuoni, prospezioni sismiche, sensori idrofonici. La rete, inoltre, mette a disposizione la propria tecnologia per individuare eruzioni vulcaniche, terremoti, entrata di meteoriti nell’atmosfera terreste, tempeste e uragani, migrazioni di balene. È costituita da 89 paesi, tra cui Cina, Russia, Gran Bretagna, Finlandia, Canada, Mongolia, Perù, Ecuador… Conta su 321 stazioni di rilevamento e 18 laboratori, di cui due in Argentina. Uno di essi si trova nella sede della Commissione nazionale per l’energia atomica (Conea). Tutto quello che la rete individua viene reso noto in tempo reale. L’informazione viene ricevuta in contemporanea da tutte le stazioni, dai laboratori e naturalmente dall’autorità centrale che sta a Vienna, sotto il controllo dell’Onu. In caso di evento anomalo, l’autorità centrale chiama il paese interessato e lo avvisa che, per esempio, nelle sue acque territoriali è stato registrato un segnale e chiede spiegazioni o invita a controllare.
Quindi è da escludere che, se scompare un sottomarino per una possibile esplosione, il ministro della Difesa lo scopra da un portale di notizie su Internet, come lui stesso ha dichiarato?
Proviamo a ricostruire la cronologia degli eventi. Il 15 novembre scorso, tra le 7,30 e le 8, viene ricevuta l’ultima comunicazione del sottomarino nella quale il capitano segnala problemi tecnici. Tre ore dopo, alle 10,51, la rete individua un’esplosione, in corrispondenza della scarpata continentale (il pendio che collega la piattaforma continentale con l’abisso marino), nella stessa banda di frequenza della precedente comunicazione del sottomarino. Questo allarme arriva alla Conea, dove ha sede – come abbiano detto – uno dei laboratori della rete. Non dimentichiamo che la supervisione della rete è sotto il controllo dell’Autorità regolatoria nucleare, l’Istituto nazionale di prevenzione sismica e il ministero degli Esteri. Tutti e tre dipendenti dal governo.
Cosa avrebbero dovuto fare questi enti?
Alla notizia di un’esplosione andava allertato il ministero della Difesa e subito dopo il presidente Macri che, secondo la Costituzione, è il comandante delle forze armate che può delegare l’autorità ma non la responsabilità. È la dottrina applicata a livello internazionale, dopo il processo di Norimberga e quello di Tokio contro i gerarchi nazisti. Serve proprio a determinare il punto finale delle responsabilità.
E che cosa è successo dopo l’allarme?
Niente. Passano due giorni. Siccome le comunicazioni con il sottomarino si sono interrotte, viene applicato un protocollo che prevede che le ricerche debbano iniziare allo scadere delle 48 ore dall’ultima comunicazione. Dopo una settimana, il portavoce della Marina sostiene che la notizia dell’esplosione sia stata data dal Commando Sur e non dalla rete di monitoraggio.
Ritiene che se le ricerche fossero iniziate subito qualche possibilità di salvare l’equipaggio ci sarebbe stata?
Siamo sinceri. È molto difficile, nel caso di un’esplosione sottomarina proprio sul limite dell’abisso oceanico, trovare sopravvissuti. Ma almeno avremmo inviato subito barche e aerei nel punto preciso in cui cercare. Altra domanda: perché il sottomarino navigava senza scorta in superficie? Quello dell’Ara San Juan era un viaggio scuola, parte dell’equipaggio era alla prima missione. In queste circostanze c’è sempre una nave che lo segue in superficie, anche per segnalare la posizione in caso di avaria o prestare – se possibile – i primi soccorsi.
Questa sequenza di errori avrebbe la volontà di coprire qualcosa? Un avvenimento più grave?
Siamo davanti all’incompetenza assoluta. Addirittura il portavoce della Marina dichiara di non sapere dell’esistenza della rete di vigilanza. Non solo. Alcuni mesi fa, durante un question time, l’ex ministra della Difesa Nilda Garré, oggi deputata, ha chiesto notizie sullo stato della manutenzione dei tre sottomarini in dotazione alle forze armate. Segnalando che proprio l’Ara San Juan aveva bisogno di interventi importanti che non potevano più essere rimandati. Il capo di gabinetto, Marcos Peña, in quell’occasione ha risposto in modo evasivo.
In tutto questo, ci sono i familiari delle vittime, tenuti per giorni nell’angoscia dell’attesa.
Ora stanno iniziando a parlare e a raccontare che i loro cari si erano spesso lamentati del pessimo stato in cui si trovava il sottomarino. Se pensiamo che una percentuale tra 80 e 90 per cento del budget per la difesa se ne va in stipendi e pensioni, resta un 10-20 cento per interventi di manutenzione e acquisto di nuove attrezzature. Dove sono finiti questi soldi? Gli stessi lavoratori che si occupano della manutenzione hanno denunciato tagli proprio in questo settore. La fabbriche di aerei e carri armati sono smantellate da decenni. Il governo parla di acquisto di nuove attrezzature, ma si tratta di tecnologie ormai obsolete.
Il sottomarino era in condizioni di viaggiare?
Questo dovrà dirlo un’inchiesta. Ma se la risposta sarà negativa dovranno spiegare perché è stato fatto uscire ugualmente. E perché da solo. E perché le misure di sicurezza e soccorso non sono state attivate nel momento in cui è stata individuata l’esplosione, considerando che poco prima il comandante del sottomarino aveva segnalato un’avaria e poi le comunicazioni si erano interrotte. Hanno tenuto per molti giorni i familiari nell’angoscia dell’incertezza, alimentando la falsa speranza che i loro cari fossero vivi. Hanno trattato con disprezzo assoluto queste persone, con il presidente occupato più che altro a tweetare. Per questo è indispensabile un’inchiesta sulla responsabilità: per sapere se il sottomarino avrebbe dovuto o no viaggiare o perché si è aspettato tanto prima di iniziare le ricerche.
Il governo ha parlato della solidarietà dei paesi che hanno spontaneamente mandato uomini e mezzi.
È un’altra falsità. Non si è trattato di un gesto di generosità, ma di un obbligo che compete ai paesi che fanno parte della rete: in caso di incidente c’è un fondo economico dal quale attingere per le ricerche.
Si è parlato anche di un’esercitazione militare nei giorni dell’incidente che avrebbe potuto essere la causa dell’incidente. È possibile?
L’esercitazione è stata fatta nel Pacifico, nel mari territoriali del Cile. Quando si è verificato l’incidente, l’esercitazione era finita e le navi di Brasile e Uruguay erano sulla via del rientro, attraverso lo stretto di Magellano. L’Argentina non aveva partecipato all’esercitazione perché il Congresso non aveva votato l’autorizzazione in tempo.
Cosa pensa dell’ipotesi, avanzata dalla giudice che si occupa dell’inchiesta Olivia Yáñez, che il sottomarino possa essere stato colpito da un missile di un altro paese?
È un’affermazione gravissima, senza prove concrete, che rischia di aprire un incidente diplomatico. Che missile? Di che paese? Qualcuno è disposto a scatenare un conflitto diplomatico per salvare la faccia al presidente? Lo stesso quotidiano La Nación avalla l’ipotesi di un missile inglese, in relazione al conflitto delle Malvinas. Sono accuse irresponsabili.